I Cuori Rossi di Cristiano Armati

Intervista a Cristiano Armati

di LI

"La storia, la lotta e i sogni di chi ha pagato con la vita il prezzo delle proprie idee. Dagli eccidi di contadini e operai nel dopoguerra all'esecuzione di Valerio Verbano e Peppino Impastato, dai caduti del '77 alla morte di Carlo Giuliani"

Queste sono le parole che campeggiano sotto le lettere cubitali del titolo del nuovo libro di Cristiano Armati, un viaggio lungo e appassionato nelle vicende personali di chi è morto per far sopravvire un ideale: vite che però, collegate e vicine, disegnano una mappa della nostra Repubblica dai suoi primi giorni ad oggi.

DOMANDA.    Ciao Cristiano, partiamo dal titolo e da una domanda forse un po’ scontata, che però non potevi aspettarti ti venisse risparmiata: in quale modo – se c’è – il tuo libro risponde o si rapporta a Cuori Neri di Luca Telese, uscito due anni prima di Cuori Rossi?


RISPOSTA. Certo. Cuori rossi può essere visto anche come una risposta a Cuori neri. Le differenze tra i due lavori, poi, non sono certo di ordine “cromatico”. Cuori neri si concentra sul periodo degli “anni di piombo”, Cuori rossi sostiene che la conflittualità politica è stata una costante dell’età repubblicana, dagli anni Quaranta ai giorni nostri. In secondo luogo Cuori neri, ricostruendo la vita e la morte dei militanti dell’estrema destra, sceglie di escludere dal discorso chi scelse la via della lotta armata. In Cuori rossi, al contrario, si dà un grande spazio all’argomento cercando di fare i conti, senza omissioni e senza reticenze, con “l’album di famiglia” della sinistra italiana.


D.  Probabilmente non era un tuo intento, ma il volume, per ampiezza e meticolosità di selezione, si presenta con caratteristiche enciclopediche. Ecco, come stanno sotto lo “stesso tetto” vicende stragiste (Portella della Ginestra, Piazza Fontana, Brescia... ) o omicidi mirati di evidente segno politico (con mandanti, esecutori, strategie) con omicidi apparentemente ascrivibili da altri ambiti, come quello del tifoso genoano Vincenzo Spagnolo, di Mario Salvi di Primavalle, del diciottenne ferrarese Federico Aldrovandi o del “nostro” Renato Biagetti, accoltellato due anni fa a Focene?


R. Sinceramente l’indice di Cuori rossi si è “scritto da solo” mentre procedevo con la trattazione dell’argomento. Ovviamente, nel corso di oltre sessant’anni di storia, cambiano le istituzioni e le persone e il presente si offre sempre nel segno di una differenza rispetto al passato. Malgrado tutto, però, i caduti della repressione, in Italia, possono essere collegati attraverso un filo conduttore davvero importanti: tutti loro, infatti, hanno dato la vita per la proprie idee – manifestando in piazza o, semplicemente, riflettendo attraverso il proprio stile di vita un vissuto esistenziale libertario o socialista. Per chiarire il concetto, nell’introduzione al libro dico che i “cuori rossi” italiani sono le stesse persone che, dai tempi della rivoluzione francese, continuano a incitare alla fraternità, alla libertà e all’uguaglianza tutte le donne e gli uomini di buona volontà.


D.  A tuo avviso, non c’è forse un cambiamento nel meccanismo della repressione? Mi spiego: non credi che questo “meccanismo” sia passato dall’identificare il “nemico di Stato”, “il sovversivo” nell’avversario politico, nell’attivista di sinistra, alla creazione di un clima di terrore nei confronti del “diverso”, del “capellone”, del drogato”, dello “zingaro”, dell’”omosessuale”? Nel senso: non serve più dimostrarsi schierati politicamente, esercitare la propria fede politica in atti o azioni esplicite, ma basta solo mostrare un “segno” di diversità, di anomalia, di difformità dall’immagine del “bravo cittadino”, per essere oggi bersaglio politico?


R. A essere sinceri sono stato a lungo convinto che la repressione moderna avesse quasi abbandonato il suo lato più “fisico” per adoperarsi sopratutto nella società e nella cultura affinché un generale indottrinamento finisse per prevalere sui fremiti di protesta. Invece, dopo Genova e la morte di Carlo Giuliani, mi pare di poter dire che i classici strumenti di repressione utilizzati dallo Stato – la pistola, il manganello, la carica frontale della polizia – siano più attuali che mai!

La cosa, da un certo punto di vista, potrebbe essere considerata positiva: malgrado un controllo sociale feroce, le idee di cui parlavamo sopra restano vive e vegete nella coscienza e nell’azione di molti. D’altra parte, può essere vero che nella contemporaneità il “capellone” o lo “zingaro” siano percepiti dal potere come più pericolosi del “sovversivo” classico, ma la differenza tra ieri e oggi non è tanto questa. La vera e più preoccupante differenza tra ieri e oggi è che oggi si nega l’evidenza e, quando cade un militante di sinistra, sulla stampa come tra i politici scatta immediatamente una gara alla “depoliticizzazione” del fatto. Così, quando è stato ucciso Renato Biagetti a Roma o Davide “Dax” Cesare a Milano, i commenti più ricorrenti sono stati quelli che hanno interpretato i fatti come una “rissa tra balordi” (quando si trattava di feroci aggressioni compiuti da simpatizzanti dell’estrema destra!). Un’abitudine nuova e pericolosa che non riguarda solo la politica. Per esempio quando, ancora a Milano, è stato assassinato Abba, un giovanissimo cittadino italiano di origine ghanese, gli stessi politici e gli stessi giornalisti che gridavano alla “rissa tra balordi” per parlare di Biagetti o Dax si sono messi a urlare che, no: la morte di Abba non c’entrava nulla con il razzismo. E questo malgrado che Abba sia stato assassinato a sprangate da individui (di note simpatie destrorse) che urlavano “sporco negro” mentre lo colpivano!


D.   Proseguendo dalla domanda precedente, vorrei poter avere da te una lettura di queste storie di compagni, storie di passione e di tragedie, di sessant’anni della Storia del nostro paese, attraverso la teoria della “Terza guerra civile italiana” che descrivi in prefazione, pur specificando che si tratta di una definizione temporanea: “in attesa di una definizione migliore”.


R. Sì, in attesa di una definizione migliore (che non so quale possa essere) ho usato l’espressione di “Terza guerra civile italiana” per descrivere il conflitto a “bassa intensità” che, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale si è abbattuta sull’Italia. Si tratta di un’espressione che condivido per diversi motivi: il più importante è che mi sembra corretto utilizzare la parola “guerra” quando si assiste alla realtà di un paese tutt’altro che pacificato. In secondo luogo, parlando di Terza guerra civile, volevo allacciarmi a altre tradizioni fondamentali: il Risorgimento, prima di tutto, (la Prima guerra civile; basti pensare alla spietata repressione del “brigantaggio”) che rispetto ai proclami di un Mazzini o di un Garibaldi è stato senz’altro “tradito” quando a “fare l’Italia” sono stai i notabili di Casa Savoia (e le rivendicazioni sociali avanzate dai padri della patria completamente dimenticate); poi la Resistenza al nazifascismo: anch’essa tradita, visto che, alla fine della guerra, i fascisti tornarono quasi tutti ai posti che occupavano durante il regime e che le conquiste sociali a cui credevano i partigiani furono conseguite solo in forme a dir poco timide. Ecco, direi che è proprio in questi “tradimenti” – la mancanza di un serio e radicale programma di riforme sociali prima di tutto – che trovano spazio le annose contraddizioni che ancora oggi alimentato la “Terza guerra civile italiana”.


D.   Una curiosità di metodo: come nasce Cuori Rossi e soprattutto qual è stato il tuo  approccio nella selezione dei casi e delle fonti?


R. Cuori rossi nasce mentre raccoglievo la documentazione che mi sarebbe servita a scrivere Roma criminale. All’epoca iniziai a mettere da parte i materiali con una connotazione politica più forte: articoli di giornali, testimonianze orali, atti di tribunali, film e canzoni che hanno contribuito alla selezione dei casi insieme a un’altro genere di testimonianze: le scritte sui muri che, in tutte le città italiane, non hanno mai smesso di ricordare i tanti “cuori rossi” uccisi.


D.  C’è qualche storia, vicenda, vita, alla quale ti sei sentito maggiormente legato nella sua indagine e scrittura? Ce ne racconteresti i motivi?


R. A livello narrativo sono legato alla storia di Eugenio Curiel: il direttore de “L’Unità” clandestina, ucciso giovanissimo a Milano quando mancava pochissimo alla Liberazione: una figura importante e complessa da un punto di vista culturale, nonché simbolo di quella condizione giovanile che in Italia è sempre stata vessata e penalizzata. A livello, sentimentale, invece, sono particolarmente vicino al caso di Mario Salvi detto “il Gufo”: un militante dell’Autonomia nato e cresciuto nel mio quartiere e ucciso a Campo de’ Fiori da un agente di polizia penitenziaria dopo aver compiuto un’azione contro il palazzo di Grazia e Giustizia. Da quel giorno in poi, la piazza principale di Primavalle è stata ribattezzata “piazza Mario Salvi” ed è proprio così che anche io la chiamo.


D. Dopo la lettura di Cuori Rossi si ha la chiara sensazione di un viaggio attraverso tappe tutt’altro che sommerse, anzi, a parte alcuni casi in cui sono recuperate vicende umane dimenticate, si tratta per lo più di fatti noti e abbandonati, paradigmatici della vita della nostra Repubblica e però spesso rimossi: che obiettivo – se c’è – ti sei posto nella stesura del libro rispetto ad un lavoro di interazione con la memoria collettiva? Quali e quanti destinatari avevi in mente nei due anni di lavoro?


R. È vero: molto spesso non serve nascondere le cose per spingerle verso il baratro dell’oblio. Anzi, direi che una delle caratteristiche della contemporaneità sia quella di raggiungere l’effetto del dimenticare non tanto (o non solo) censurando ma contando su una parcellizzazione del corpo sociale: una frammentazione degli stili di vita che ha ridotto qualunque idea di comunità a pugni di individui spesso scollegati tra di loro. E non è certo facile, in queste condizioni, “ricordare”.

Per quanto riguarda i destinatari, la speranza era quella di coinvolgere nella lettura del libro un pubblico il più ampio possibile: dallo studente all’operaio, dal disoccupato all’addetto al call center prima di passare per gli intellettuali e i lavoratori iper-specializzati. Ogni libro che scrivo, però, ha in mente un target così.


D. Che risposta hai riscontrato da parte di istituzioni e ambienti politici all’uscita del libro? E nello specifico, da parte di quella sinistra scomparsa dal Parlamento italiano?


R. Per quanto riguarda gli ambienti politici e culturali la risposta è stata ottima. È da quando è uscito il libro che giro l’Italia per parlare di Cuori rossi ospitato da centri sociali e/o da associazioni democratiche. Ho presentato Cuori rossi a “La Sapienza” di Roma grazie ai collettivi Militant e Senza Tregua nel momento in cui la protesta dell’Onda raggiungeva il suo culmine e, sempre a Roma, nel centro sociale Corto Circuito a margine di una serie di iniziative organizzate per commemorare i “cuori rossi” del IX e X Municipio. A Milano sono salito grazie all’invito delle associazioni Dax 16 marzo 2003 e Rozzano rossa e all’ospitalità dei centri sociali Cox 18 e Onda Anomala: amici e compagni di Davide “Dax” Cesare; una figura che è stata centrale anche in provincia di Brescia, dove lui aveva vissuto e dove sono stato con il supporto di Radio Onda d’Urto. Ho partecipato, a Cuneo, a un dibattito con Luca Telese organizzato nell’ambito della manifestazione “Scrittori in città” promossa dal comune e, in seguito, ho raccolto o sto per raccogliere l’invito per presentare il libro a Terni, Pescara, Foggia, Napoli e Pesaro. Insomma, da questo punto di vista il libro non è passato certo inosservato. Sono stato anche in diverse sezioni di Rifondazione comunista e dei Comunisti italiani eppure su giornali come «Il Manifesto» o «Liberazione» non è uscita una sola riga dedicata a Cuori rossi, mi sto ancora chiedendo perché.


D.  Ti ringrazio della disponibilità e soprattutto per aver scritto dei Cuori Rossi del nostro paese. Ti lascio con una curiosità personale, forse un po’ troppo in stile Tv Sorrisi e Canzoni, ma concedimela: quali sono i progetti di Cristiano Armati per l’imminente futuro?


R. Con la Newton Compton ho appena pubblicato un libro di racconti di vita intitolato Roma noir. Per il resto, a chi mi chiede cosa farò in futuro rispondo sempre che il futuro può aspettare… altrimenti che razza di futuro è?


Lorenzo Iervolino