La Biblioteca Essenziale - Juan José Saer, perfezionare un fallimento

Mancano cinque minuti a mezzanotte. Per cena ho aperto una bottiglia. Lei è uscita con una vecchia amica che passerà qualche giorno da noi e io me ne sono rimasto a casa. Quel che resta del vino mi scivola dentro il cervello, vischioso e dolciastro. Mi sto ubriacando. Sono, se così si può dire, felice. O meglio sono a una certa distanza da tutte le incombenze non volute del quotidiano che fanno di questa vita un fastidioso inferno. Me ne vado sul balcone con Luogo, l’ultimo, stupefacente libro che mi mancava per completare la collezione delle traduzioni italiane di Juan José Saer.


In fondo al cortile, tra le muraglie dei palazzi, romba una festa africana di inizio estate. Mi metto a leggere. Riprendo il racconto da dove lo avevo interrotto. Il racconto è Traoré e parla dell’omicidio come eredità. Una frana precisa e ammirevole mi investe, sento che le pietre, rotolando, mi trascinano a valle. Nelle pietre sono imprigionati bianchi fossili di animali marini. Scheletri di un genocidio tirati a lucido e ricomposti per un qualche incomprensibile intento. Come quella del narratore-naufrago nell’Arcano – eccezionale romanzo di cannibali, esilio e comprensione dell’assurdo – la mia solitudine si fa, da grande com’era, smisurata.

È così che i libri di Saer andrebbero letti, centellinandoli o divorandoli. In ogni caso non bisogna mai dimenticarsi di loro. Ovunque ci si trovi, sapere di poter trovare rifugio nell’opera di questo scrittore è un sollievo e una consolazione. Non importa in quale strana vita o in quale velleitaria letteratura ci siamo imbattuti. Saer è sempre lì, pronto a tirarci fuori dallo stagno, a togliere le castagne dal fuoco e a porgercele, sbucciate e ben cotte, come se fossero il cibo più prelibato al mondo. Senza quelle castagne, l’inverno perenne della nostra letteratura occidentale sarebbe insopportabile.

Parlare di uno scrittore così grande, per di più con questo caldo, non è un lavoro facile. Il rischio che si corre è allontanarsi dall’oggetto senza nemmeno accorgersene, anche se a conti fatti è proprio di questo rischio che bisognerebbe occuparsi. La questione è semplice e stagnante, afosa, putrida: cos’è il romanzo. In generale, cos’è la scrittura di finzione. O meglio, cosa è stata la scrittura romanzesca per Saer. La prima risposta possibile è questa: il romanzo per Saer è stato un terreno come un altro per perfezionare un fallimento. Come direbbe un personaggio di Cees Nooteboom, «filmare crepuscoli». Va da sé che questo implica un’idea di perfezione piuttosto stupefacente, simile a quella che evocano le nubi di storni che in autunno è frequente veder apparire nel cielo di Roma, in qualsiasi parte di Roma ci si trovi a guardare il cielo. Siamo di fronte a una perfezione effimera, qualcosa che finirà e che, a conti fatti, non è mai iniziato. Possiamo dire con certezza che questa traiettoria di uccelli ha avuto inizio da qualche parte? Oppure possiamo supporre, con malinconia e sentimentalismo, che aver intercettato quel volo con lo sguardo è stata solo una casualità e che da quella casualità è iniziato tutto?

Lo sguardo dello scrittore, che naturalmente è la scrittura stessa, si posa a caso su un elemento e prende a seguirne, a costruirne, le implicazioni e l’evoluzione. Prendiamo per esempio, tra i libri di Saer che è possibile leggere in traduzione italiana, Cicatrici. Il lettore che affronterà queste pagine si troverà al centro di una tetra indagine intorno a un caso già risolto. «Imaginary picture of stationary fear» recita il poeta scozzese (e traduttore di Kafka) Edwin Muir in epigrafe al romanzo, e questo dovrebbe bastare a rendere l’idea. Risolvere un caso, dunque, risolvere il Caso, è roba da individui in preda a una paura immobile: poliziotti falliti, giornalisti votati al martirio e all’insonnia, giocatori dostoevskiani, scrittori che si buttano anima e corpo su un libro per pagare i debiti di gioco e si ritrovano tra le mani, senza volerlo, un capolavoro, perché se è vero quello che scriveva l’uruguayo Felipe Polleri, ovvero che è giusto diffidare di coloro che non hanno mai pianto per una bolletta, forse è giusto entrare nello specifico e affermare che è opportuno sospettare di quegli scrittori che non hanno mai scritto per saldare un conto. Adesso, si può interpretare la parola “conto” in numerosi modi, ma tutte le possibili interpretazioni portano alla stessa conclusione: alla posterità si pensi solo dopo mangiato, dopo aver saldato il conto con il caso.

C’è questa strana componente, nella totalità dell’opera di Saer, che non suggerisce mai la volontà aperta di un capolavoro. Non un aspetto da poco, specialmente per un sudamericano. Piuttosto sembra che Saer affronti ogni libro con la rassegnazione e allo stesso tempo l’ostinazione di un passeggiatore in una città di destini ciechi (un destino può essere altro che questo?) o lo sgomento di un navigatore di acque morte. Allo stesso tempo, questa tendenza alla marginalità – la consapevolezza di poter destinare la scrittura a un lettore solitario e affamato di complessità e non a uno spettrale e totalitario “pubblico” – fa in modo che ogni libro di Saer sia unico e aperto, all’apparenza privo di coordinate narrative tradizionali, totalmente anarchico nello sviluppo e nella forma. Naturalmente si tratta di un’illusione, di un gioco di prestigio: in letteratura l’anarchia suprema è lo specchio di un ferreo ordine, della dittatura che lo scrittore esercita su se stesso (e non, vigliaccamente, sul lettore). Saer non è un dittatore. Piuttosto si potrebbe definirlo un sistema appartato, una dittatura dell’isolamento, una nazione con un solo abitante che è al tempo stesso soggetto e oggetto di una pratica dittatoriale. Va da sé che questo fa di lui l’uomo più libero del mondo, e questa espressione del tutto paradossale non è altro che la definizione più esatta che si potrebbe dare di uno scrittore davvero presente alla sua scrittura quanto estraneo agli effetti della sua scrittura su un pubblico, a ben guardare, inesistente.

Il sistema, la nazione non riconosciuta, lo scrittore vivono in un universo ben preciso. C’è una grande città, tanto grande da sembrare microscopica. Forse ci troviamo a Santa Fe, ma si tratta di una Santa Fe che pare trasfigurata da Raymond Chandler o da un suo discepolo, piovosa, scarnificata, percorsa da grigie traiettorie umane. A volte sembra Buenos Aires, a volte assume i connotati della Parigi degli esuli e dei tassisti raccontata da Gajto Gazdanov. Altrove, invece, scompare o resta distante, lasciando il posto alla natura pianeggiante e arcaica della regione del Paraná, dove gli infermi, si veda la recente traduzione di Las nubes, si aggirano in carovane che portano il marchio di un’allegra disperazione.

Tutto è investito da una luce morente, un crepuscolo o un’alba in cui si sta con le ossa spossate e si discute di riscritture dell’Iliade, di simulacri, di assassini seriali francesi ossessionati dalla solitudine di anziane vedove, di cannibalismo. Così, con la fatica di chi avverte la necessità primaria della parola scritta e di una forma nuova – non per la vanità dell’innovazione in sé e per sé, ma perché ha troppo rispetto del caos per potersi arrendere alla tradizione di un modello – Saer concede a ogni libro la facoltà di spingersi ovunque, a costo di fargli assumere le apparenti sembianze di una mutilazione o di uno scherzo della natura. Come cominciano i romanzi di Saer? E in che modo finiscono? L’enigma di queste due domande è forse secondario solo a quello di chi si chiede: e tra un inizio che non ricordo e una fine che non riconosco cosa c’è?

C’è la scrittura. Una scrittura che, per dirla alla Borges, non riempie mai gli interstizi di sabbia e pietrisco per fare volume. Tutto è essenziale, ma non ridotto all’essenza o a una risciacquatura di teoria della narrazione. In Saer l’essenziale è anarchico, ovvero arbitrario, ovvero frutto di una visione intransigente. È la scrittura a scegliere ciò che va portato in superficie e ciò che va zavorrato e lasciato sprofondare nelle acque di questo fiume. I cadaveri del non detto vengono decomposti dalla corrente torbida e dagli animaletti acquatici del detto. In fondo, davanti a una pagina di Saer si potrebbe addirittura arrivare a pensare che la scrittura possa essere un processo di occultamento, di decomposizione, un’affermazione di ostinata individualità, una sfida, e non, come a volte si prova a dire, una pastoia di mangime per un bestiame pronto a guaire se il cibo è buono o, in caso contrario, a recensirlo come scadente. In ogni caso, ogni scrittura che si rispetti, a leggere Saer, è un incubo di lavoro e di sopravvivenza, una resistenza alla normalizzazione. Come recitano le prime righe del manoscritto che Pinchón Garay si vede recapitare in Le nuvole: «Fiumi cresciuti a dismisura, un’estate inattesa e quel trasporto così singolare: così si potrebbero riassumere, con la prospettiva data dal tempo e dalla distanza, le nostre cento leghe di peripezie per spiegare la difficoltà paradossale di avanzare in pianura».

«Non scrivere cattiva letteratura e andrà tutto bene» dice il giudice Ernesto nella terza parte di Cicatrici. Questo è l’insegnamento di Saer, che non ha mai aspirato a essere un maestro. Non scrivere cattiva letteratura, perché a un certo punto sbam! tutto finisce senza che ci sia un finale. E allora ci si può solo guardare intorno, in preda allo smarrimento, tra gli insetti, nell’aria strana di un’estate.


Bibliografia italiana di Juan José Saer

Luogo, nottetempo 2007 – traduzione di Maria Nicola
Cicatrici, La Nuova Frontiera 2012 – traduzione di Gina Maneri
L’indagine, La Nuova Frontiera 2014 – traduzione di Gina Maneri
L’arcano, La Nuova Frontiera 2015 – traduzione di Laura Pranzetti
Le nuvole, La Nuova Frontiera 2017 – traduzione di Gina Maneri

 

Luciano Funetta