La Biblioteca Essenziale - La mente di Sturgeon è un cristallo sognante

Alcuni libri possiedono una proprietà superiore. Si comportano come elementi naturali, blocchi di ghiaccio o materiali combustibili, o come prodigi dell’immaginazione che scavano nella complessità della mente facendo brillare quella stella primitiva che chiamiamo natura umana. Puntellano l’oscurità di un bosco come fuochi da campo. Prima della sua scoperta, nulla era alieno all’uomo quanto il fuoco, fonte di distruzione e di vita allo stesso tempo, dio imprigionato in quella fiamma che non è mai una forma.

Intorno a quei fuochi si sono ritrovati minuscoli umani senza passato, sperduti e pieni di una rabbia a cui non riescono a dare un nome. Molti di loro hanno poteri sovrannaturali e per questo credono di essere stati toccati da una maledizione. Da tempo hanno abbandonato le case in cui sono nati e le famiglie presso le quali hanno trascorso molti anni senza crescere. Tutto quello che quei piccoli umani sanno lo hanno imparato attraverso esperienze singolari, spesso terrificanti e indecifrabili, esperienze che li hanno scaraventati lontano, nella tenebra di ciò che non è società. La luna è coperta dalle cime degli alberi e l’attenzione dei minuscoli umani è tutta per un uomo magro e con il mento coperto di barba, sputato fuori dalla bocca di un’ombra, che in piedi davanti al fuoco modula la voce tranquilla e spiega loro perché non dovranno mai avere paura.

La letteratura di Theodore Sturgeon è questo: un invito ad affrontare l’invisibile, l’inumano e l’innominabile con coraggio, una stazione di servizio in mezzo al deserto, illuminata da una luce artificiale e insieme extraterrestre, dove chiunque può trovare rifugio e consolazione.

Nel suo recente discorso per il conferimento del National Book Award, Ursula K. Le Guin ha affermato di voler condividere quel premio con tutti quegli scrittori di fantascienza e del fantastico per troppo tempo messi al margine del riconoscimento letterario ufficiale, autori «capaci di vedere, al di là di una società stretta dalla paura e dall'ossessione tecnologica, altri modi di essere, e immaginare persino nuove basi per la speranza. […] Poeti, visionari, realisti di una realtà più grande».
È in questa vasta schiera di poeti visionari che Sturgeon occupa un posto di rilievo. La nave (o l’astronave) della cosiddetta science fiction è nota per aver ospitato a bordo personaggi di ogni tipo. Menti geniali, grandi formalisti e inetti senza speranza hanno camminato su quel veicolo di pazzi che si ostinava a puntare verso l’ignoto. Sturgeon, che del marinaio aveva l’esperienza e l’aspetto, è stato uno di quelli che hanno puntato un faro verso le acque più oscure, indicando la rotta; uno di quelli che hanno scelto la fantascienza semplicemente perché con la fantascienza si poteva arrivare più lontano. In un’intervista rilasciata nel 1979 a «Phoenix», periodico letterario dell’università del Tennessee, Sturgeon dichiarava che la fantascienza, se si esclude la poesia, è l’unico genere che permette di non avere limiti, di gettare «un seme raggrinzito dentro solchi fantastici» e permettergli di germogliare.
Mentre scriveva come un forsennato centinaia di racconti per vivere, per mantenersi in forze e per non cedere alla disperazione, Sturgeon scoprì che la sua immaginazione era lo strumento per sconfinare. L’infanzia presso una famiglia di feroce impostazione protestante e in seguito l’adolescenza vagabonda, tra una scuola e un’accademia militare, tra un lavoro come mozzo e un seminterrato in una qualsiasi città americana, gli hanno fornito le basi per individuare nei bambini solitari ed emarginati, nei vagabondi, nei fenomeni da baraccone, negli idioti gli argonauti che avrebbero portato la sua idea di letteratura a battere territori sempre più indefiniti, a volte oscuri e a volte luminosi. I suoi personaggi sono talmente umani da abbandonare l’umanità e trasformarsi in creature assolute. Basti leggere le prime righe di It, racconto che pubblicò nel 1940, a ventidue anni, su «Unknown», per capire quale lavoro Sturgeon stesse iniziando a fare sulla sua idea di essere: «Camminava nel bosco. Non era nato. Esisteva. Sotto gli aghi di pino il fuoco brucia, profondo e senza fumo nella corruzione. Nel calore e nell’oscurità e nel disfacimento c’è crescita. Era cresciuto, ma non era vivo. Camminava senza respirare nel bosco, e pensava e vedeva ed era orribile e forte, e non era nato e non viveva. Era cresciuto e camminava senza vivere».
Ecco, dunque, qual è la sensazione, la sensazione profonda e insostenibile che si prova quando si legge Theodore Sturgeon. Lasciarsi risucchiare dalle pagine di Cristalli sognanti o di Più che umano significa fare i conti con un piccolo astro che brucia dentro il nostro stomaco e che ci dice che siamo condannati perché apparteniamo a un gruppo biologico, ma che allo stesso tempo ci incita a non temere, a coltivare la speranza di poter vedere, un giorno, qualcosa che fiorisce, la nostra solitudine spalancarsi, tutto quello che è dentro – ovvero l’unico buio spazio profondo – venire alla luce. Difficile immaginare questo sgomento così nudo, ma tale è dell’effetto della letteratura scritta da quest’uomo che per tutta la vita rimase convinto di non essere in grado di sognare e per questo ridusse le ore di sonno al minimo e si dedicò a edificare sogni in un altro modo. Come accade a un personaggio di The cosmic rape – in Italia tradotto I figli di Medusa – semplicemente Sturgeon chiuse gli occhi perché non gli servivano più, lasciò andare i piedi che conoscevano la strada e, quando qualcosa accanto a lui lanciò un urlo e poi morì, andò avanti come se non avesse sentito nulla. Ray Bradbury, a tal proposito, ha ricordato più volte di quando, giovane e alle prese con i primi tentativi letterari, passava le notti a sezionare come cadaveri i racconti di quell’autore suo coetaneo nella speranza di svelarne i meccanismi. Anche quando credevo di essere arrivato a un accettabile livello di profondità, dice Bradbury, venivo colto da una spaventosa vertigine all’idea di quanti segreti quei testi mi stessero tenendo ancora celati.

Quasi tutte le storie di Sturgeon iniziano con un abbandono, con una violenza o con una fuga attraverso i boschi o a bordo del camion di un circo viaggiante. C’è un dolore all’inizio di tutto, un rifiuto che un individuo deve sopportare da parte del suo gruppo di appartenenza. Dal rifiuto, quindi, alla solitudine, alla scoperta delle profondità abissali, si approda a una consapevolezza della propria unicità e del potere sconfinato dell’immaginazione. La fantascienza diventa così solo un pretesto formale per raccontare quella guerra nucleare che viene scatenata dall’isolamento.
Isolamento è non conoscere il significato dei suoni né distinguere tra un sorriso e una minaccia; mangiare come animali nel fango, mangiare la vita cruda e avere qualcosa che parla dentro di sé, una voce che non tace nemmeno di notte. Isolamento è essere piccoli mostri sporchi di polvere nella provincia americana; non saper contare fino a venti ma riuscire ad annullare la forza di gravità. Isolamento è non capire perché le cose vanno come vanno e andarsene lontano, farsi inghiottire da una foresta piena di bestie. I vagabondaggi degli emarginati di Sturgeon, infatti, sperimentano una trasformazione attraverso la ricerca disperata di esseri simili, fratelli, alieni che si nascondono tra gli umani perché dagli umani hanno ricevuto la vita. L’incontro tra queste creature solitarie dà inizio alla scoperta di una nuova identità, di un’origine oscura e di quella consapevolezza dell’amore che, Sturgeon non ne ha mai fatto segreto, è la forma più elevata dell’esistenza umana.
question1È questo il genius loci del sogno, fratellastro di quel genius loci dell’incubo che permise a Philip Dick di raccontare come sarebbe diventato il mondo dopo la sua morte. Al contrario di quella di Dick, la visione di Sturgeon non è anteriore, o meglio non solo. Sturgeon chiede alla sua letteratura di scendere nell’inesplorato che aspetta famelico in ogni direzione. Sturgeon chiede alla sua letteratura di essere profetica e arcana, francobollo di acido e ipnosi, nostalgia e speranza. Non è un caso che, da un certo momento in avanti, decise di accompagnare la sua firma e gli articoli che pubblicava su numerose riviste con uno strano sigillo, una Q attraversata da una freccia che punta verso destra. Quando gli chiesero cosa significasse, Sturgeon rispose che era il suo motto: Answer the next question. Answer the next question and the one that follow that, and the one that follow that… Poni la domanda successiva, e quella dopo ancora, e quella ancora dopo. Tutt’altro che un vezzo, perché questa è la sola maniera per scandagliare l’oscurità e la mancanza di senso a cui tutti sembriamo condannati. Fare domande, esplorare, scendere nei sotterranei della nostra natura e vederli come una grotta piena di pietre luminose, cristalli in grado di fare sogni, di andare al massacro senza perdere il controllo sul potere della mente. La mente è l’unico strumento a disposizione dell’uomo per immaginare che anche la morte sia qualcosa di cui si possa scrivere, qualcosa di scintillante, di vivo e di senziente. Alla fine di tutto non è detto che la morte, ovvero la cosa più spaventosa, non sia in realtà un potere magico.


Bibliografia essenziale

Cristalli sognanti, Adelphi (1997) – traduzione di Giampietro Calasso
Più che umano, Giano (2005) – traduzione di Norman Gobetti
I figli di Medusa, Libra editrice (1978) – traduzione di Roberta Rambelli
Un po’ del tuo sangue, Giano (2006) – traduzione di Norman Gobetti
Venere più X, Urania Mondadori (1987) – traduzione di Adriano Rossi
Orbite perdute, Urania Mondadori (1986) – traduzione di Delio Zinoni
Godbody, Atlantide (2016) - traduzione di Marina Sirka Mosur

Per la bibliografia completa si faccia riferimento alla scheda di Sturgeon in fantascienza.com

 

Luciano Funetta 

Illustrazione di copertina di Veronica Leffe