Stefano D'Arrigo: cima delle nobilfere - Gianluca Cataldo

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Che si possa nascere morti è cosa affatto strana, di cui diffidare. Oppure per la quale trovare altre perifrasi, impregnare la lingua di parole nuove, non nato, giàmorto o quasinato, ma non «nato morto». O forse, inconsciamente, per secoli di filosofia introiettata nel solco della memoria collettiva, «nato morto» è espressione di monito, come a ricordarci che la questione è meno lineare di quanto ci appare, come a dire che se il tempo è «un’immagine mobile dell’eternità», e nella sua mobilità ci è impossibile distinguere il prima dal dopo, magari il tempo da adottare non è quello cronologico, ma quello biologico. E allora scopriamo che nasciamo su una scala di facimento e sfacimento, che la morte non è altro che dissoluzione funzionale delle cellule, e che tra i due estremi non c’è poi tutta questa distanza. D’altronde, anche il nato vivo vive in una contraddizione, come pigliato in controtempo dall’ovvietà.

 

E anche D’Arrigo era controtempo, perché un autore che ha preso le distanze da tutto, che di Pasolini coglieva il limite della registrazione di una lingua mentre lui ne stava inventando una nuova, e che nella distanza di trenta e passa anni di scrittura, dello stesso interminabile libro, ha coltivato il ritorno in Sicilia di ‘Ndrja Cambria dopo la seconda guerra mondiale trasfigurando i luoghi del neorealismo, è difficile da collegare con altri. Perché la letteratura non è storia, interpretazione realista o sperimentalismo forzoso, ma cogliere, magari tutte insieme, le 5.045.176 isole di Bufalino e renderle archetipo. 
Ma andiamo con ordine. 
In principio sono le fere a infestare lo stretto che la guerra ha svuotato di traghetti, bestie che chiariscono come anche la lingua possa essere uno spazio biologico popolato da creature, che una cosa è la parola e una cosa è la cosa, e che certuni possono avere l’una e altri l’altra. Fera, ad esempio, è parola usata dai pescatori siciliani, ma è parola, per dirla con D’Arrigo, «vista con gli occhi», non parola da dizionario, ché ad essere quella avrebbe dovuto essere delfino, ma delfino è una cosa e fera è un’altra cosa, un animale che preesiste alla parola e che non potrebbe che chiamarsi fera. E se il dizionario Siciliano-Italiano di Mortillaro la definisce «mostro marino, ovvero pesce della maggior grandezza e ogni cetaceo», altri ci dicono che la fera è una malarazza due volte, in una lingua che se negata, allora deve essere inventata, e badare bene inventata, non fatta nascere, ché l’invenzione non è nascita, cosa che si può generare da incontri di seme e ovuli. Far nascere una vita è un conto, ma inventarne una, creare, è roba da ermafroditi, connubio di un ladro e Amore, processo di aggiunta e sottrazione, per imitare, alla fine, quello che in fondo non è che il primo della storia, ammesso che sia mai esistito un ermafrodita di tale entità. E mi pare che non sia cosa da poco.
D’altronde dopo l’Orca c’è stato, in un lasso di tempo molto più breve – solo un paio d’anni a dispetto del trentennio dell’Orca – Hatshepsut (titolo originario – di nuovo o di già una H – poi tradotto in Cima delle nobildonne) che si apre proprio con un ermafrodita e con un’operazione di vaginaimpianto. Come a dire «adesso e soltanto adesso possiamo procedere...». 

E dopo le fere arriva l’Orca, anzi l’Horcynus Orca, con l’H, sottolineatura necessaria perché il nome scientifico dell’orca è Orcinus Orca, anche attestato come Orcynus, ma mai con l’H. Pedullà sostiene che sia stato deciso da D’Arrigo perché così, leggendo le iniziali HO, risultasse evidente il legame dell’animalone con l’acqua e dunque la sua natura ambivalente di vita e morte. Nulla da eccepire. Tuttavia mi sorge il dubbio che, anche nel titolo, D’Arrigo abbia voluto marcare la distanza tra chi la lingua la registra e chi la inventa, e così, in considerazione del valore diacritico che grava sull’H in italiano, di quell’orca ce n’è una e una sola ce ne potrà essere, la sua. Che arriva una mattina, senza darne avviso a nessuno, portandosi dietro un fetore di carogna dovuto allo sbrego purulento e mai cicatrizzato su un suo fianco, sbatacchiando mollemente la grande coda sul dorso dell’acqua. E se la balena di Melville è di un’abbacinante bianchezza, un colore puro che cozza con la sua natura, l’Orca arriva nera come una pupilla, mostrando anche lei come a volte le apparenze siano fuorvianti. Infatti, sebbene nero sia il colore delle camicie di Mussolini, che ha trascinato tanti verso una morte legale (evidenza che D’Arrigo sottolinea più volte); e sebbene nero sia il colore della morte, e «quando in mare la Morte», l’Orca, oltre alla puzza, porta anche una sorpresa di latte. Così, mentre si discute se la sua natura sia malevola o meno, senza preavviso l’acqua si riempie di cicirella, meglio conosciuta come novellame, che ha la stessa consistenza della placenta, anche se più che vita è promessa di morte per gli appena nati o, meglio, per i pescetti giàmorti. 
Di nuovo, o di già, quella confusione di intenzioni tipica della natura, che tornerà in forma analoga in Cima delle nobildonne quando il professor Planika scoprirà che nella sua amata placenta (simile al novellame) cui ha consacrato la sua intera vita e in gloria della quale si intende costruire un museo, insistono già i seminomi, ovvero cellule anarchiche che alla nascita segnano già la morte. I due estremi si avvicinano ancora in una dimensione che, più che lineare, appare circolare. 
Dell’evento della cicirella, d’altronde, sono tutti solerti ad attribuire il merito, in fede, all’Orca, o a dubitare, altrettanto in fede, di quanto quello stazionamento nello stretto, di un animalone che nientemeno è la Morte, sia cosa davvero propizia. E nel disordine d’intenti che ne nasce, nel sacrificio finale del protagonista, che si immola perché i pescatori possano scodare l’Hatshepsut delle fere, germoglia altra fortuna per tutta la comunità, che ormai si trova a proprio agio in quel tempo biologico che non è fatto di antipodi ma di commistioni. L’importante non sono i due estremi, nascita e morte, ma invertirne l’ordine o mischiarli. Certo, come tutto, dipende dal modo in cui ci si appresta a un’impresa come questa dell’inversione e del mischiamento, se si impiega il proprio tempo – che al contrario di quello dell’onnipotente è finito – quasi tutto per essa, o se, peccatori, si finisce per liquidare l’epica a storiella giornaliera. Oppure, nobilmente, come ha fatto D’Arrigo per tutta la sua vita, sprofondare dentro, più dentro dove la lingua è lingua.

Foto:
Nadar, Hermaphrodite (1860) 

Bibliografia:
Codice siciliano, Arnoldo Mondadori, Milano (1978);
Horcynus Orca, Arnoldo Mondadori, Milano (1975);
Cima delle nobildonne, Rizzoli, Milano (2006)
Il licantropo e altre prose inedite, Via del Vento, Pistoia (2010).


Gianluca Cataldo