Noè o del fecondo stato di morte - Massimiliano Di Mino

Volete ora voi veramente camminare a fianco di Dio? Farvi complici? Obbedire ai suoi capricci? Sentire lui con il vostro cuore umano? Dio è pur sempre un dio.

Volete farvi pazzi per divertire la sua vista? Volete esser traditi e tradire i vostri figli, la vostra gente?

A Dio non bastava più far lavorare con fatica e partorire con dolore questa creatura, che (diceva lui) aveva fatto a sua immagine e somiglianza, no, lui il signore,“disponeva di innumerevoli mezzi per perdere l’umanità”.

Questo all’incirca doveva pensare, o meglio ricordare il Noè che ci presenta Mario Brelich nel suo Il navigatore del diluvio .

Quest’uomo, questo vecchio incattivito come una belva ferita, ora si ubriacava per ricordare, per mettere tutti insieme i tasselli della storia che aveva ascritto il suo nome a una carneficina, la storia della fine di un’umanità.

La storia del secondo progenitore che si fa gobbone, a cammello, a schifo, che insomma si ubriaca perché non trova certezza nel domani, potrà disgustare oppure divertire, ma immaginarlo rotolato nella polvere, intento a gridare al vento parole che altri non potevano comprendere, alternando risate e pianti, e chiedersi cosa diamine gli fosse preso, è necessario per seguire l’ilare e meticolosa indagine dello scrittore italo-fiumano-ungherese.

“E allora Noè piantò la vigna, bevve del vino e s’inebriò…”, non si può sorvolare su questo punto, avverte l’autore, perché nelle sacre scritture tutto è vero e di eguale importanza, pena la dissacrazione. Noè trovò la vite con la sicurezza infallibile con la quale le bestie ferite trovano l’erba medicinale e un rifugio, e bevve il vino per  reggere verità che una mente sana non avrebbe sopportato: ricordò tutto, le chiamate di Dio, il diluvio, la storia dell’arca  e il suo fecondo stato di morte in quel mostro nero costruito per  salvare una parte di mondo  e sottrargli  per sempre la possibilità dell’onniscienza  e della felicità, e, infine, ricordò anche quello che  non avrebbe dovuto poter ricordare, la cacciata dal paradiso. Il liquore dolce nel corpo lo aiutò a render non certo sopportabile la cosa, ma almeno limpida e semplice: il diluvio non era avvenuto per estirpare la malvagità, quella era un’erba impossibile da recidere, ma solo le coscienze degli uomini; distruggere l’umanità che ambiva ancora al paradiso, che cercava la felicità e per questo non era sufficientemente timorata. Queste e non altre erano le finalità di quel terribile patto d’acciaio al quale era stato costretto.

L’uomo del ricordo dell’Eden avrebbe dovuto portare con sé solo il senso di colpa e il timore dell’ira divina, solo così sarebbe piaciuto al suo creatore: doveva perdere, in modo definitivo, l’onniscienza che, nonostante la cacciata dal giardino, ancora riecheggiava in lui. L’uomo ingannato aveva barattato l’onniscienza con l’intelletto, un intelletto fallace, fatto di finte certezze e soprattutto di paure, un intelletto umano e incapace di nuocere a Dio, e con questa mossa del diluvio, con questa soluzione finale, avrebbe reso ai superstiti tutto ancor più chiaro. Chi comandava era Lui e solo Lui.

Tutti questi pensieri, questi interrogativi, teologici e antropologici, insinuatisi nell’anno e dieci giorni trascorsi nella grande bara galleggiante, portarono il nostro a un fecondo stato di morte o, se preferiamo, a una morte simbolica con annessa risurrezione; ma rispetto a tutte le catabasi narrate dalle scritture, da Giona che visse nella balena a Giuseppe che trova alloggio in fondo al pozzo, e che portarono a un risveglio mistico e dunque all’avvicinamento con il divino, qui l’effetto è diametralmente opposto. Resosi  conto della condanna perpetrata al mondo grazie al suo aiuto e assenso, risvegliatosi dal grande imbroglio, Noè si allontana dal divino, divenendo sempre più umano o, se vogliamo, una pecorella, sì smarrita, ma anche incazzata e ubriaca.

Il lavoro di Brelich procede per mirate congetture narrative, divertiti e audaci ragionamenti che si svelano in un racconto che diviene una puntuale esegesi dell’umano al cospetto del divino, regalandoci un Noè che non si presenta come una figura plastica intenta  a spingere il sedere di una mucca per accompagnarla alla salvezza, ma ci mostra un uomo ferito in grado di comunicare con la sua anima e che ha rinunciato a consolatorie spiegazioni ed ora può e vuole solo pensare a salvare se stesso, mettersi a riparo dal suo diluvio interiore, leggendo dentro un vaso di vino quella storia  che narra la perduta felicità dell’uomo.

 

Mario Brelich, Il navigatore del diluvio, Adelphi 1979

Massimiliano Di Mino