Egon Bondy "Fratelli invalidi" - Un samizdat - Luciano Funetta

In un tempo eroico e grandioso, il poeta che osò abbandonare lo scudo venne scacciato. Fu costretto a costruirsi una baracca di lamiera al limitare del bosco, a lato di un sentiero secondario che veniva usato dai carrettieri per trasportare gli orci pieni d’acqua dal fiume alla città di Paro. Nella capanna, alla luce dell’olio combustibile, il poeta beveva birra Urquell sintetica e componeva giambi che mandava a memoria. I suoi versi si scagliavano contro ogni cosa, deridevano l’industria, ghignavano sul sacerdozio, si burlavano degli eroi e della kalokagathìa, della bellezza virtuosa dell’ideale del suo tempo. «Non vedo più gli amici» scriveva nel suo diario «Tra di loro ci sono poeti migliori di me. Per vivere sono costretti a lavorare e questo è assurdo, perché il lavoro toglie loro il tempo per comporre versi. Uno fa il cameriere, un altro il postino, uno il guardiano in un museo, uno vende abbonamenti telefonici, un altro lavora in un albergo per turisti. Il loro destino è per me causa di sconfinato dolore. Ormai il mondo appartiene alla molteplicità e lo spazio per noi sembra non esserci. Ho abbandonato Paro perché mi sono trasformato in qualcosa che gli uomini non accettano. Sono un invalido. Un giorno il signor Egon Bondy da Praga scriverà di questo meglio di me».

Alla morte del poeta, la baracca si mise in viaggio e attraversò i secoli. A mano a mano che il tempo passava, si trasformava sempre di più in un luogo magico, all’interno del quale trovavano rifugio molti uomini e molte donne, tutti invalidi che sopravvivevano con mezzi di fortuna, prendevano possesso dell’alloggio per la durata ridicola delle loro vite e solo alla fine lo abbandonavano. Non esiste un registro degli ospiti della baracca. Nessuno si è mai preso la briga di annotare il proprio nome tra quello del suo predecessore e quello del suo successore, così come nessuno ha mai osato raccontare della sua permanenza tra quelle lamiere coperte di muffa e decorate con un affresco, in uno stile unico che riunisce Matthias Grünewald, Adolf Wölfli e Remedios Varo. Nel 1950, una notte, in seguito alla tremenda alluvione che sommerse l’Europa, la baracca comparve a Praga, in una strada di un quartiere tagliato a metà dalla ferrovia. Quella stessa notte il giovane poeta Egon Bondy e la sua compagna Jana Černá, che vagavano da giorni trascinandosi dietro una valigia piena di scritti, la videro. La baracca emanava una strana luminescenza radioattiva. I due, che non ne potevano più del freddo e degli inseguimenti con la polizia, entrarono, la trovarono vuota e accogliente, e vi si stabilirono.

Da quel giorno, la vita e l’opera di Egon Bondy restarono legate alla permanenza nella baracca. Vennero gli anni dei samizdat, ovvero delle opere letterarie pubblicate in segreto e fatte circolare clandestinamente. Vennero gli anni di una Praga lucida, notturna, la Praga delle albe fredde e dei controlli sulla stampa. Vennero quegli anni. Bondy crebbe come poeta, studiò la filosofia dell’Occidente e si affacciò a quella d’Oriente. Per vivere organizzava spedizioni di contrabbando in Austria. Mentre negli Stati Uniti Andy Wahrol inventava i Velvet Underground, a Praga Bondy stringeva amicizia con i Plastic People of the Universe che suonavano nei cimiteri e nelle cantine. Intorno alla figura di Bondy cominciarono a radunarsi gli spiantati della Cecoslovacchia, gli scrittori furibondi che leggevano e pubblicavano samizdat, bevevano Urquell e brindavano al poeta che aveva osato abbandonare lo scudo. Nacque una vera e propria comunità sotterranea, una nube che si muoveva in massa e nella quale si distinguevano solitudini inarrivabili. La letteratura ufficiale disprezzava Bondy e i suoi amici, i quali, a loro volta, si disinteressavano della letteratura ufficiale e proseguivano sulla loro strada.

Ogni mattina, dopo ore di scorribande, Bondy tornava alla baracca, si preparava un caffè e sorrideva al pensiero di aver trovato un’orda di fratelli con i quali saltellare allegramente, pericolosamente, in mezzo alla cultura morente della Mitteleuropa. Come il poeta antico, anche Bondy sentì all’improvviso che quella vitalità, quell’esplosione e quel desiderio di non appartenere a niente, facessero di lui e dei suoi amici degli esclusi o degli autoesclusi. «Racconterò tutto» si disse, e in un anno scrisse Fratelli invalidi. Scrisse di un mondo allagato, minacciato costantemente da una guerra senza cause e dall’innalzamento del livello delle acque, un mondo in cui gli uomini normali, che «lavorano nel sottosuolo per produrre una serie infinita di zeri», hanno estromesso gli invalidi dalla società, li hanno relegati nei sobborghi e nei villaggi sulle colline. Tra di loro, un uomo e una donna chiamati A e B che abitano in un garage senza elettricità, assistono agli ultimi mesi dell’umanità. Le acque si preparano a ricoprire le ultime isole e gli ultimi missili a gas vengono sganciati perché non si sprechino. Nel frattempo gli invalidi continuano a vivere come se niente fosse. Organizzano enormi feste e commemorazioni in onore del defunto poeta Egon Bondy, recitano i suoi versi, ne scrivono a loro volta di nuovi e bellissimi, costruiscono pupazzi di neve, si imbarcano su piccole navi che li trasportano sulle isole del sogno, dove creature libere e mai viste si accoppiano ai concerti dei Plastic People. Il mondo sparirà, scrive Bondy, e noi invalidi non ce ne renderemo conto, anche se siamo quelli che soffrono di più. A un certo punto, mentre guarda le acque putride innalzarsi all’orizzonte, l’invalido A, in piedi davanti alla baracca colorata che ha attraversato il tempo per materializzarsi sulla collina, pensa alla sorte della poesia, a quello che resterà degli invalidi e dei loro libri samizdat. Forse non resterà niente, come è giusto che sia. La baracca del poeta che abbandonò lo scudo viaggerà ancora, alla ricerca di nuovi occupanti. Vedrà tutto come è già accaduto. Vedrà i pasti miseri e gli alcolici scadenti, vedrà le insonnie, vedrà allegrie insperate. Ai nostri samizdat, come alla baracca incantata, affidiamo il calore dei corpi che tra poco si spegnerà. Siamo leggeri, noi invalidi. Siamo leggeri e allegramente, pericolosamente, aspettiamo l’inondazione. Sarà davvero uno spettacolo imponente. Per quanto potranno resistere non lo so, ma le nostre zattere di barili di Urquell sono pronte.

Esiste una fotografia. Nell’immagine Egon Bondy e Jana Černá camminano lungo il marciapiede di una grande strada del centro. Bondy indossa occhiali da sole rotondi, una giacca militare e una cravatta nera a pois. Jana ha un vestito a maniche corte, con il colletto bianco a vela di nave. Se si osserva la fotografia è quasi impossibile notare una donna alle loro spalle, una donna che cammina in direzione contraria e che volta il capo per guardarli insospettita. Chi scrive immagina la passeggiata di Egon e Jana come una sfida, come una delle imprese bizzarre dei due invalidi A e B nel romanzo, come una piccola incursione degli invalidi nella città assediata dei normali. Non esiste, per gli invalidi, niente che non sia un rischio, perché per loro tutto è meritevole di poesia. Il quotidiano e la parola si scontrano per dare luogo a un atto poetico, sempre, senza eccezioni. Così la poesia diventa l’occhio, diventa l’obiettivo dello strumento fotografico, quel diamante che Bohumil Hrabal, grande amico di Bondy, utilizzava per filtrare la realtà. Praga, da sempre, è il luogo in cui gli invalidi si misurano con l’esilarante disperazione della condizione umana, lo schifo e la povertà, il luogo in cui i poeti invalidi hanno scelto di ridere e misurarsi con il quotidiano senza risparmiare le forze. La fantasia, ci hanno insegnato, risiede negli occhi, siano questi aperti o chiusi. E voi non potete farci niente. Come proclama il titolo di una raccolta di Bondy, il realismo può e deve essere totale. Il realismo, come scelta poetica, descrive tutto, anche l’impossibile e l’assurdo, perché, scrisse il poeta che abbandonò lo scudo, «non si può stare sobri in questa veglia».

Fratelli invalidi, scritto nel 1974, restò samizdat fino al 1991, anno in cui cominciò la storia di un’altra alluvione. In quelle acque, non meno oleose e fetide delle precedenti, Egon Bondy si bagnò la barba e continuò la sua vita da invalido. Nel 2007, all’improvviso, sentì di essere stanco e annoiato. Raccolse le poche cose che aveva accumulato nella baracca di Archiloco, spense le candele, aprì la porta e se ne andò, curandosi di non richiuderla alle sue spalle.

 

[Fratelli invalidi, Egon Bondy, elèuthera 1993 - traduzione di Andrea Ferrario]

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