Mai Morti #31 - Speciale 2 novembre 2019

I Mai Morti sono i vivi di allora, quello che noi saremo per i vivi di poi.
Mai Morti è una rubrica di TerraNullius. Mai Morti è un libro pubblicato da Dissensi Edizioni nel 2012, a cura di Marco Lupo e Luca Moretti. I coccodrilli di morti suicidi o morti di fame o morti di noia ritornano nella rete. Che il loro spirito possa strisciare nelle nostre carcasse biodinamiche. I Mai Morti sono bastardi del tempo che hanno vissuto, figli di una letteratura minore. Sono famosi o non lo sono. Sono esistiti o non lo sono. Sono scrittori o imbianchini, sono stati punti neri sulla scacchiera bianca o sono stati al margine, non importa. Oggi, 2 novembre 2019, vivono per noi: Nelson Rodríguez Leyva, Richey Edwards, Virna Aloisio Bonino, Jean Toomer, Remy de Gourmont, Jean Nicolas Arthur Rimbaud, Eusapia Palladino, Josip Sibe Miličić, Radio Black Sun, Daniel Varsano ed Eraclito, riesumati da TerraNullius al completo.

 

Nelson Rodríguez Leyva (Provincia de Agua Clara, 16 luglio 1943 – La Habana, 1971)
Lo curarono solo per fucilarlo. Questo la seconda volta, dopo la storia dell'aereo, la prima lo fecero perché era frocio e questo, per tutti, ovunque e da sempre, è una malattia da curare. Che non si confonda la libertà della Revolución con una sua debolezza! Tutti all'UMAP! Maricones, drogadictos e testimoni di Geova, tantissimi testimoni di Geova! E lì erano lavori coatti e botte, bisognava eccedere in tutto per accaparrarsi una certa indifferenza, e quindi terribili sfilate in cui i vestiti sembravano strizzati addosso e pompini ai soldati. Ma questo fu dopo; e comunque non l'avrebbero ricordato così. Prima c'erano stati le Ediciones R e il solito Virgilio Piñera – c'entra sempre, c'entra con tutti –, e c'era stata la fede, integra e non mutilata, che nel '60 lo aveva portato nella Sierra a insegnare, maestro volontario, affinché tutti e in tutta l'isola sapessero scrivere e leggere “Revolución”, solo così non l'avrebbero tradita né ne sarebbero mai stati traditi. El regalo furono dei racconti brevissimi, gli unici, perché nel '65 decisero di curarlo in una Unità Militare di Aiuto alla Produzione, e perché quando tre anni dopo fu dichiarato guarito – e con una contorsione logica rilasciato per “malattia mentale” – comprò un biglietto per Cienfuegos e, granata alla mano, provò a dirottare l'aereo. Con lui c'era un poeta di soli sedici anni, Angel López Rabí, che per esorcizzare la paura aveva passato la notte a ripetere all'americana, come un mantra, Mayemi Mayemi Mayemi. Un terzo complice, Jesús Castro Villalonga, restò a casa, ma la paura gli costò lo stesso trent'anni di carcere. Qualcosa in volo andò storto, la granata fu lanciata ed esplose. Quando l'aereo riatterrò a La Habana, Nelson tentò di scappare infrattandosi ai bordi di quelle piste che conosceva benissimo, dato che al José Martí ci lavorava, ma, tra fumo, panico e confusione, le eliche gli tranciarono la fuga. Gli altri passeggeri rimasero turbati dall'accaduto: metà di loro si scoprì contenta di essere ancora a Cuba, l'altra metà no. I soldati, che sono soldati ovunque, tennero in vita Nelson Rodríguez Leyva e lo accudirono un anno intero per avere il piacere di sparargli al cuore, quel cuore da checca che sapeva già, perché lo aveva scritto anni prima, che un miracolo è solo l'ultima e più disperata opportunità di un morto.


Richey Edwards, musicista (Blackwood, 22 dicembre 1967 – febbraio 1995, scomparso – novembre 2008, dichiarato morto in absentia)
Quando con una lametta, per dimostrare l'autenticità e l'etica del gruppo messe in dubbio dall'intervistatore, Richey si incide sull'avambraccio le parole 4 REAL, il giornalista di NME - pur abituato per mestiere agli eccessi dei rocker - rimane sconvolto. Il ragazzo invece, pallido ed emaciato come sempre, viene portato in ospedale dove gli applicano diciassette punti di sutura. La band di cui fa parte, i Manic Street Preachers, si distingue dalle altre di quegli anni a cavallo fra gli Ottanta e i Novanta per l'insieme di atteggiamento punk, musica dura e testi impegnati. Quattro ragazzi della working class gallese che dedicano premi della critica al leader del sindacato dei minatori e vanno a suonare a Cuba quando ancora non è di moda. Richey è l'ultimo arrivato nel gruppo, e a dirla tutta con la chitarra non è molto bravo. Però scrive la maggior parte dei testi, cura la grafica dei dischi ed è in buona sostanza il portavoce della band. I suoi versi alternano temi sociali e introspezione disperata, citano Van Gogh, Camus, Mishima, Dostoevskij parafrasando i suoi problemi personali con dipendenze, anoressia e automutilazione, che lo porteranno anche a un ricovero in una struttura specializzata. Così, quando una mattina scompare da un albergo londinese, e ancor di più quando, un paio di settimane più tardi, la sua auto viene ritrovata nei pressi del Severn Bridge - ponte noto in Gran Bretagna per i numerosi tentativi di suicidio - è facile ipotizzare l'accaduto. Eppure, come spesso accade in questi casi, negli anni a venire si susseguono vari avvistamenti non ufficiali, a Goa, alle Canarie, in un kibbutz in Israele. La realtà però di solito è più semplice, per quanto ancora oggi diverse persone credano che Richey abbia solo messo in scena la propria morte, giustificando questa convinzione con numerosi argomenti, fra i quali una frase detta in una vecchia intervista: forse sono una persona debole, ma posso sopportare il dolore.

Virna Aloisio Bonino nota anche come Virna Anderson e Barbarella, donna e attrice (Torino, 28 maggio 1963 - Ostia, 3 dicembre 2015)
Ho steso questa città, le sue luci ambigue, umide sotto i tuoi piedi. E tu non hai cercato sepoltura, nessuna lapide, alcuno che raccontasse di te. Di quando ti sei ritirata qui perché la salsedine fa bene all’anima, e io ti nutrivo. Comparivi su quel pianerottolo e cercavo di guardare oltre i veli che indossavi senza cura, oltre la porta blindata. Mi chiedevo della salsedine e della tua solitudine. Della tua bellezza.
Ti ho cercato nei ricordi di molti, ho percorso i corridoi che conducono alla porta del mare così come a quella di Amleto. Porte chiuse, che avrei voluto abbattere.
Ti ho vista abbracciata a un musicista pazzo, in tv o in un locale, mentre immergevi nell’acqua gelida senza patire freddo o fatica, tesa nel guizzo del tuo corpo di Venere.
Nessuno ha voluto raccontarti, nessuno ha avuto il coraggio di donarti un sepolcro. Il Conte Wardal si finse prodigo ma fu solo un “Turbamento”, il primo e ultimo atto di un mai esistito teatro trasgressivo internazionale. Il Belli era gremito, esibiva un androgino ma erano tutti in ansia per l’altra metà: per te, che avvolta in quella tunica bianca, interpretavi il ruolo dell’anima. Applaudivano e piangevano quei poveretti, mai saggi di tanta purezza.
Talvolta torno a guardare quell’attico: si affaccia serio sulla strada dal prospetto delle case popolari. Sono vecchio oramai, non consegno più pizza a domicilio e tu non sei più lì, seminuda e candida, dietro quella porta blindata che avrei voluto abbattere.
Il tempo ci ha strappato via da quegli incontri ma nulla è finito, nulla hanno ancora raccontato di te.
È così che faccio di questo silenzio un’arte e con l’aiuto della notte spingo altrove le paure: tornando con la mente al tuo corpo sinuoso e candido, immerso nelle piaghe dell’acqua gelida. È così che ho cercato ancora la scintilla, lo sguardo austero del nostro mare, un ramo ossuto trasportato via dalla corrente, lontano dalla paura d’amare.

Jean Toomer, cantore della terra che muore (Washington, 26 dicembre 1894 – Doylestown, 30 marzo 1967)
Oracolare.
Fragrante di sciroppo in fermentazione.
Porpora crepuscolare,
canna palustre dalle profonde radici.
Un solo libro, Jean. La danza di tutti gli spiriti di una terra che muore. Il coro lirico delle schiene spezzate tra le piante di cotone, le labbra gonfie asciugate dal sole, nel Sud che si spopola e ingrassa le città di nuovi reietti, mantenendo conficcati nella terra interi alberi genealogici destinati a bruciare.
Nasci col nome di Nathan Eugine, e ti ritrovi nel sangue un fluido di contraddizioni e stirpi lontane. Sulla pelle il peso di antenati in conflitto. Neri nati liberi, bianchi diventati schiavi, e nativi americani privati della loro anima. A cinque anni la morte di tuo padre. A venti quella di tua madre. Dalla Louisiana a Washington, nei primi del Novecento, gli Stati Uniti sono una resa dei conti di barbarie e progresso, di lotta e risurrezione. E tu li attraversi tutti, amando e fuggendo in città diverse, studiando in facoltà diverse, grazie alla paga dei cantieri navali del Jersey. Forse in quegli anni ti sono più vicini Ibsen e Goethe, Flaubert e Dostoevskij che i nuovi intellettuali neri di città.
Non finisci nessuna università che inizi. Ma celebri ogni amore che incontri. E decidi che il nero chiaro della tua pelle non dice tutto di te. Assumi un nome da donna per renderti nudo e per nasconderti nello stesso gesto. Scrivi i brani del tuo futuro unico libro sopravvivendo a quello che ti si chiede di scrivere. Sono scorci di teatro, di lirica, dialoghi di anime perdute e blues del mondo rurale che sta sparendo sotto il cemento, graffiato via dagli artigli dell’ottimismo; dallo sfruttamento, mascherato da elevazione sociale.
Cane esce nel 1923. Un solo libro, Jean, tra le tantissime pagine che hai scritto. Un solo libro che in quarant’anni vende la miseria di cinquecento copie. Non si può raccontare la cultura nera come qualcosa che sta svanendo. Eppure è così. E tu lo fai. In un solo libro oracolare, fragrante di sciroppo in fermentazione, con radici profonde come la canna di palude, purpurea e crepuscolare, che oggi nutre i vampiri d’accademia nelle loro benedizioni di una terra ormai estinta.

Remy de Gourmont, scrittore (Bazoches-au-Houlme, 4 aprile 1858 – Parigi, 27 settembre 1915)
Fuggì nella nevrosi, indossò un saio e non uscì per molti anni dall’appartamento in rue des Saints-Pères: era la casa di Berthe de Courrière, una modella appassionata di occultismo di cui si innamorò. Le scrisse lettere magnifiche e le dedicò un libro che scava nell’identità perduta e nel linguaggio di un secolo non ancora scoccato, Sixtine. Comprese Huysmans, frequentò i lunedì di Mallarmé, mangiò carote con Jules Renard e fu difeso da Octave Mirbeau.
Fondò con Alfred Jarry l'Ymagier e con Alfred Vallette il nuovo Mercure de France e scrisse molte pagine utilizzando la dissociazione come formula purificatrice, fu simbolista e si dissociò dal simbolismo, scrisse di estetica e di mistica, curò lo stile come purista e la visione senza giudizio. Il suo corpo fasciato nel saio era affetto da lupus e la pelle del suo viso era afflitta da terribili infezioni. Nello spazio angusto in cui scriveva, tra pile altissime di saggi pubblicati nelle lingue conosciute, tra montagne di carta e romanzi d’appendice, oltre le scalette che portavano al suo nascondiglio, Remy de Gourmont esprimeva il suo disprezzo per il patriottismo dei francesi e dei tedeschi e per l’idiozia nazionalista che divideva i popoli. Dopo un suo articolo, Le Joujou Patriotisme, fu espulso dalla Bibliothèque Nationale e per qualche mese gli impedirono di scrivere sulla stampa nazionale. Scettico e anticlericale, diede i natali a una rinata critica letteraria. Molto amato da Cendrars, rispettato da Elliot e da Pound, morì mentre francesi e tedeschi si facevano la guerra.

Jean Nicolas Arthur Rimbaud, ragazzo (Charleville, 20 ottobre 1854 – Marsiglia, 10 novembre 1891)
E intrecceranno ghirlande per me, pensò Arthur morendo, e faranno sacrifici, perché io ho fondato nuovamente, una volta ancora nel cerchio cieco e piatto di questo incubo che chiamano storia, la modernità, questo qui e ora che li inchioda, senza passato e senza futuro, senza senso, chiusa dentro leggi che non conoscono né giustizia né promesse, chiusa dentro parole forgiate per non contenere nulla, lucidate per riflettere il vuoto. Loro parlano dei versi che io ho slegato; loro parlano dei trucchi alchemici che ho praticato. In questo momento piatto e assoluto di febbre, nella calma del delirio, dico: dimenticate i miei balocchi infantili. Ora, il ragazzo è in croce. Sono in croce, perché ho preso gli uomini e li ho messi in fila, e ho venduto loro pezzi di vetro in cambio di aria, suppellettili per poco denaro, armi a prezzo della loro anima: ho fatto commercio di loro, infine, al mercato degli schiavi. Li ho messi in fila, tutti in fila, lungo il corso del progresso che unisce tutti i popoli del mondo, mucche che vanno al macello, carne in scatola. Verranno sterminati tutti, ma prima intrecceranno ghirlande, e poi compieranno il sacrificio: verranno sterminati. A loro la pace. A me, su questa croce, l’orrore.

Eusapia Palladino, procuratrice di fenomeni (Minervino Murge, 21 gennaio 1854 – Napoli, 16 maggio 1918)
Eusapia evocava fenomeni. Demoni, auree, luci, anime defunte e voci. E se questi fenomeni non c’erano, lei li creava.
In molti si impegnarono a smascherare gli spiriti che arrivavano a trovarla nei salotti in penombra, tra tende pesanti o attorno a tavolini danzanti. Perfino un garibaldino scrupoloso, dalle pagine del Corriere della Sera, si misurò con disegni, istruzioni e spiegazioni contro credulità e suggestioni.
Eppure non ci fu niente da fare. La frezza bianca, i modi scostumati, l’eredità di una infanzia da orfana, durissima, trascorsa tra le Murge e Napoli, le valsero il potere di materializzare il mistero di quelle figure intangibili su cui i progressi della tecnica, la nascita delle scienze economiche, la seconda rivoluzione industriale, i moti identitari dei nazionalismi si stavano accanendo per esorcizzare la paura della fame, della morte, di un universo già tutto compiuto.
Convertì perfino Lombroso. Curvo sui corpi, impegnato a cercare attitudini tra gli occhi e le pieghe dei visi, si sciolse in lacrime all’udire la voce della mamma morta che, pure piemontese, era tornata per parlargli con accento napoletano. E convinse i coniugi Curie, anche. E quando lui morì lei, pur dichiarandosi scettica avendo già visto oltre la materia del radio e del polonio, tornò più volte a farle visita con indosso sempre lo stesso abito, quello che aveva era con lui. Impegnò a lungo Aksakov che, pur già avanti negli anni, non smise di accucciarsi in terra per cercare i misteri della levitazione e perfino Ochorowicz, positivista senza speranza, che le valse un invito in Polonia e una conversazione con l’amico Prus, scrittore tra i preferiti di Eusapia.
Così, viaggiando tra l’Europa e l’America, proprio mentre il mondo accordava tutta la sua fiducia alla scienza, e questa a sua volta si arrogava il diritto, da sola, di poter spiegare tutto, anche quel che non si vedeva, Eusapia continuò a dare voce all’insondabile.
Aveva ricevuto in dono un primo marito prestigiatore, un’anca più mobile del normale e la capacità di usare sapientemente i piedi una volta fuori dagli stivaletti. E se un trucco non riusciva, pazienza, in fondo invecchiava anche lei.
E se le sedute spiritiche costavano care o al posto di orecchini e preziosi lasciava straccetti o topini, quello era il pegno che si doveva pagare per debellare la paura della morte, il dolore dell’assenza e la curiosità dei vivi.

Josip Sibe Miličić, poeta (Brusie, Serbia, 1886 – ?)
Un’uscita che potrebbe essere un programma è il titolo che diede al suo manifesto letterario, ma potrebbe essere molto di più, potrebbe infatti suggerire indizi sulla sua scomparsa, da sommare alle altre voci, quelle che lo volevano all’ultimo nella sua amata Italia, ora vestito da suora, da ufficiale inglese o da Capitano dell’esercito popolare jugoslavo. Indizi.
Come quello che ci racconta che lui morto lo era già stato almeno una volta, quando fu spettatore, suo malgrado, del bombardamento della sua città da parte dei nazisti. Ma sognò di esserlo più di un centinaio di volte.
Josip Miličić, per tutti Sibe, era figlio di pescatori e ben presto si convinse che i pesci erano i più felici tra gli esseri e la più infelice della specie.
Felicità e infelicità, gioia e dolore, opposti buoni solo per movimentare l’anima, per congiurarla all’eternità.
Il suo poeta preferito fu Leopardi e di Marinetti, che conobbe, non gli piacque mai il volto e gli occhi che gli facevano venire in mente i pesci e la loro ingenua gaiezza.
Fu pittore, poeta e scrittore, parlò di gioia anche quando balenavano coltelli.
Spettatore assente, spettatore distratto dei suoi tempi cantò i corpi celesti e la natura; eppure tutto questo non importa. Disse che lui rinunciò presto alla gioia e presto al dolore, e infine pregò i suoi lettori di sostituire nelle sue poesie la parola “gioia” con "dolore"; «Poco o nulla cambierà e io avrò scritto il doppio».

Radio Black Sun (prima trasmissione: 2 novembre 2091 – ultima trasmissione: sconosciuta)
Non dimenticheremo mai, neanche da morti, le voci degli ascoltatori in collegamento telefonico su Radio Black Sun, ed è per questo, perché moriremo, che pronunciamo questo necrologio, il nostro. È l’ultima radio in città, o almeno così si ostina a ripetere colui che si fa chiamare Jacques, o Lo Speaker. Forse Jacques mente; forse ci sono altre emittenti che trasmettono dalle buie viscere degli edifici appoggiandosi su frequenze clandestine. Ma noi crediamo alla parola di Jacques e inoltre gli apparecchi di cui disponiamo sembrano non essere in grado di captare altro. RBS ci piace perché passa almeno sette volte al giorno Space Oddity nella versione del Langley Schools Music Project, il nostro inno nazionale, il tema della nostra comunità, la canzone che sentiamo anche in sogno, perché la nostra natura non riconosce alcun confine dello spazio fisico né di quello interiore. Sin dalla prima emissione, Radio Black Sun si è proposta come luogo sicuro per centinaia di individui in cerca di uno strumento per raccontare lo stato delle cose. È sufficiente chiamare il numero che la voce di Jacques scandisce con inumana lentezza al termine di ogni brano musicale per ritrovarsi a parlare a un pubblico che oscilla tra i mille ascoltatori e gli zero, perché da tempo si dice in giro che Jacques sia morto e che la radio a trasmissione eterna sia il suo regalo per tutte le creature che dopo di lui continueranno a vivere. La questione, va specificato, è di poco conto, dal momento che RBS e Jacques non cessano di lanciare il loro segnale giorno e notte. È difficile capire cosa siano davvero le telefonate che ascoltiamo. A volte suonano come messaggi d’amore, a volte come richieste d’aiuto; alcune sembrano provenire dal passato, altre dal futuro, altre ancora da una soglia indefinita. Sono confessioni. Qualcuno racconta barzellette. Non sempre ciò che sentiamo somiglia a una voce – è da un po’ che la vecchia nozione di sistema nervoso è diventata obsoleta. In fondo non sappiamo neppure se Black Sun è davvero una radio o piuttosto il suono della nostra mente che marcisce - se siamo davvero noi quelli in ascolto. L’unica cosa di cui siamo certi è che, da una palestra abbandonata in un'altra dimensione, i bambini della Langley continuano a cantare, mentre il segnale ormai esanime di Jacques non smette di aggirarsi nel vuoto alla ricerca di una cassa attraverso cui risuscitare.

Daniel Varsano, pianista (Casablanca 1953 – Parigi 1988)
In una notte deserta di fine estate, ascolti la terza Sarabanda di Satie. Sei in macchina. Hai trovato questo vecchio disco nella tua vecchia stanza, è un'edizione economica comprata più di dieci anni fa in autogrill e abbandonata alla polvere da allora. Il pianista è uno sconosciuto di cui non ricordi il nome.
Hai ascoltato il cd per tutta l’estate mentre eri in macchina, decine e decine di volte, andando avanti e indietro nel labirinto sfavillante della costa. Ogni tanto hai dato uno sguardo al nome del pianista sulla custodia, ma non ti rimane in mente. Il pianista però inizi a conoscerlo bene: hai ascoltato le celebri, impassibili Gymnopėdies che vantano eterna fama presso pubblicitari, cineasti e pianisti dilettanti; hai ascoltato le ambigue e selvagge Gnossiennes; hai ascoltato la Sonatina Burocratica, come in un sogno di luce, o come nell’ambra traslucida di un sogno, ma la terza Sarabanda ti era sfuggita, e quando comincia, mentre percorri le strade sterrate che si allontanano dal mare, qualcuno nei sedili posteriori sta parlando e non senti il primo accordo e il motivo che segue, solo gli accordi finali di quella che ti sembra una frase misteriosa soave e grottesca ti arrivano integri e fortissimo, ed è allora che hai la certezza che il pianista sconosciuto, con il suo disco di Satie, è un tesoro segreto che è emerso da chi sa quale anfratto solo per te.
Quando finisce l'estate e vuoi riascoltare Satie, e in particolare la terza Sarabanda, su Youtube, lo vuoi riascoltare solo dal pianista di cui non ricordi il nome, ma che riesci a scovare sempre. Ascolti ovviamente anche gli altri pianisti, ma solo per misurarne la distanza dal pianista, che intanto hai immaginato come un robusto cinquantenne, maturo, solido come il suo talento, dalla lucidità indistruttibile. Solo mesi più tardi, andrai a cercare Daniel Varsano su Google, e vedrai la sua foto di vecchia pellicola dove sorride, e leggerai quello che Wikipedia avrà voluto metterti a disposizione.

Eraclito, enigma (Efeso VI secolo a.C – V secolo a.C.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TerraNullius