Mai Morti #28 - Speciale CrapulaClub

I Mai Morti sono i vivi di allora, quello che noi saremo per i vivi di poi. Mai Morti è una rubrica di TerraNullius. Mai Morti è un libro pubblicato da Dissensi Edizioni nel 2012, a cura di Marco Lupo e Luca Moretti. I coccodrilli di morti suicidi o morti di fame o morti di noia ritornano nella rete. Che il loro spirito possa strisciare nelle nostre carcasse biodinamiche.

I Mai Morti sono bastardi del tempo che hanno vissuto, figli di una letteratura minore. Sono famosi o non lo sono. Sono esistiti o non lo sono. Sono scrittori o imbianchini, sono stati punti neri sulla scacchiera bianca o sono stati al margine, non importa.

Oggi è la volta di Omero di Acarne, Ludwig Boltzmann e Publius Clodius Pulcher, riesumati per noi dalla redazione di CrapulaClub.

 

Omero di Acarne (? – fine VII sec. a. C ca.)

Al lavoro sulla tradizione orale dei poemi omerici di Milman Parry e, in modo specifico, alla scuola di studi oralistici che ne è stata l’ovvia conseguenza logistica – l’Interpolative Mainstream System (IMS) – si deve il ritrovamento della tomba dell’aedo di Acarne, vissuto verso la fine del VII sec. a. C.. «Il fatto che se ne conosca soltanto la probabile data di morte riabilita la figura del fondatore della letteratura occidentale e finalmente si può ricostruire un’identità che è stata sempre negata con violenza», riprendendo le parole di Adrian Glesky, conosciuto nelle aule dell’IMS come l’Achille Dimezzato.
La tomba ritrovata a settecento metri dall’antico demo ateniese di Acarne ha una struttura a tholos, probabile datazione al XI sec. a. C. ca. La prima questione sollevata dall’IMS concerne la ragione, supportata dallo iato tra la datazione della tomba e quella della morte dell’aedo di Acarne (datazione al carbonio-14), per cui quest’ultimo sarebbe stato seppellito in un luogo e, cosa molto probabile, con una cerimonia che spettava soltanto al basileus. Dopo i primi mesi di dibattito si decide di chiamare l’aedo Omero («che gli aedi tutti si chiamino Omero – forse con la sola eccezione di Orfeo –, non è questa la più dissociativa trovata della filologia?» [Cfr. Edmondo Giantés, Noi siamo i ciechi, in Opere complete]. È la prima volta che un filologo ha usato la parola "dissociativa" in relazione al Grande Cieco. Molte sono state le opposizioni: in primis il furioso Küchner – le cui interpolazioni a Die Fragmente der Vorsokratiker di Diels-Kranz sono state espunte e ritenute immorali, i suoi testi quasi messi al bando, «qui si violenta Parmenide, si sodomizza Pitagora» ha tenuto a precisare Glesky, cui manca solo di profetizzare la venuta del dio cristiano attraverso il XXIV canto dell’Iliade. Il Küchner scrive nel suo saggio Il pantano orgiastico ai piedi dell’Elicone: «non c’è dissociazione, ma soltanto corruzione del nome.»).
Al fine di stabilire una concordanza delle fonti con il luogo del ritrovamento – rectum quod rectius est (Tertulliano) – si decide che Omero è nato in una città dell’Asia Minore, in una colonia ateniese – così il primato è salvo –, cosa che spiegherebbe l’uso del dialetto attico dell’iscrizione funeraria, ritrovata sotterrata all’ingresso, forse divelta durante un furto. La città prescelta potrebbe essere una tra Chio, Smirne, Mileto, Colofone, meglio tenersi in prossimità del vago.
Il corpo deve essere stato trasportato da una di queste città durante un saccheggio nella Prima Guerra Persiana, per essere infine riconquistato e trasportato a Atene come reliquia durante la Seconda Guerra Persiana. Sul trasporto e la conservazione di reliquie, nonché sulla sacralizzazione delle spoglie dell’aedo, viene citato a sostegno il Papiro di Derveni, sul quale aleggia lo spettro platonico.
Tutto il resto – ovvero l’Iliade, l’Odissea, gli Inni, la scuola di Mileto, Anassimandro, Eraclito, Epimenide, lo stesso Esiodo (sul quale Sandro Pellegatti ha scritto un saggio illuminante, L’invasione. La tesi di fondo del libro di Pellegatti si può ridurre – sebbene in filologia ogni riduzione è un atto di violenza – a questa interpretazione del concetto di colonizzazione come invasione, quando questa è avvenuta in un’epoca precedente alla data dell’istituzione dei Giochi Olimpici – 776 a. C. o Anno Zero. Secondo la teoria pellegattiana, fenici giunti da Siro, dopo aver attraversato il Canale di Corinto, hanno attraccato e risalito la costa fino al monte Elicone, qui hanno poi stabilito la loro colonia chiamandola Ascra, dimenticando e maledicendo il salso mare, le loro donne partorendo qui pastori e non più costruttori di chiglie, qui imparando a intonare canti dalle vergini dei boschi per le vergini dei boschi, le bionde donne dei Dori, unendosi a loro, sacrificando a loro, implorando loro di tornare e poi di non rivederle più per la fama di crudeltà dei loro uomini, i Paflagoni, che diventeranno nei canti e nei poemi dei fenici fuggiaschi i Giganti, i Titani, e Oceano e Teti), e Archiloco, i Lesbici, i Samii, i Siracusani, i Tarantini, i Cumani, gli Eleati, Pitagora, Alcmane – tutto questo è lasciato all’arbitrarietà del caso.

 

Ludwig Boltzmann (Vienna, 1844 – Trieste, 1905)

«Dio ti liberi, caro lettore, dagli epitesti troppo lunghi. La citazione è di Quevedo, il quale, per non commettere un anacronismo che sarebbe stato, prima o poi, scoperto, non lesse mai quelli di Shaw». (J.L. Borges, Il manoscritto di Brodie)

Padre della termodinamica, progenitore della meccanica quantistica, primus inter pares per quanto concerne l’applicazione della statistica alle scienze naturali. Se in vita le sue idee gli valsero la fama di oscuro, pazzo e alienato, il suo nome oggi induce venerazione e meraviglia in chi lo pronuncia. La sua formulazione dell’entropia è stata, negli anni, interpretata da filosofi, scienziati e artisti come:
«Il tempo non esiste».
O ancora, in modo più rigoroso:
«Il tempo è una pura funzione del calore».
E infine:
«La morte è una figura grossolana e inelegante».
Per ingannare i posteri – o forse addirittura per smentirli, invertendo la freccia del tempo – s’impiccò in una stanza d’albergo presso Duino, Trieste. Se è vero che l’applicazione della statistica all’osservazione della natura trasforma la descrizione in mera previsione, il suo gesto fu egualmente vano e memorabile. Morì, come tutti un giorno – nel giorno che egli scelse più propizio –, mostrando la possibilità di uno squarcio nel corso degli eventi. Così infatti commentò la sua morte James Clerck Maxwell: «Se concepiamo un essere con una vista così acuta da poter seguire ogni molecola nel suo movimento, tale essere, i cui attributi sono essenzialmente finiti quanto i nostri, potrebbe fare ciò che è impossibile per noi: invertire l’irreversibile, evitare l’inevitabile.»
Un’epigrafe – più armoniosa di un esametro – decora la sua tomba nel cimitero viennese di Zentralfriedhof:

S=kLogW

in cui k è la costante di Boltzmann e S, l’informazione mancante per evitare l’inevitabile, è il logaritmo del numero di alternative possibili W.

 

Publius Clodius Pulcher (Roma, 93 o 92 a.C. – Bovillae, 18 gennaio 52 a.C.* Roma, 1 novembre 50 a.C.**)  

[Dai frammenti superstiti di Dei viri più illustri dell’Urbe repubblicana, Triboniano***, 18 aprile 3127 A.U.C.**** o anche più nel Bardo – a cura di Dino Campana, traduzione dal latino giustinianeo – fortemente contaminato da Ulpiano, Paolo, Papiniano e Gaio addirittura! – di Dino Campana]

Quando Clodio nacque Cesare aveva 8 anni, Pompeo 14, Cicerone 14, Crasso 23. Quando Clodio entrò nel Bardo Cesare aveva 50 anni Pompeo 56, Cicerone 56, Crasso era morto da tre anni. […]

Della sua fanciullezza molto poco è dato sapere; le Vitae – in particolare quella di Clodia, sorella del Pulcro, ovvero la celeberrima Lesbia cantata da Catullo – di Marcellus Suvobus tramandano una serie di accadimenti e costumi che lo disvelano più lascivo e lussurioso di Alcibiade***** e anche più ambizioso di questi, in particolare raccontano che «Clodio, bello e femmineo, fu compagno delle sue sorelle. Clodia le persuadeva con sguardi ardenti a vestirlo di una tunica con le maniche, ad adornargli la testa con un piccolo berretto fatto di fili d’oro, e di legarlo sotto i seni con una cintura flessibile; poi lo coprivano con un velo color fuoco e lo trascinavano nelle piccole stanze dove si metteva a letto con loro tre». Della pubertà sappiamo che [ibidem]: «Clodia fu la sua prediletta, ma prese la verginità di Terzia e della minore» e poi che [ibidem] «Clodio, sempre delicato e imberbe, si coricava in mezzo alle sorelle che venivano chiamate tutte Clodia. Esse cominciarono segretamente ad andare ai bagni con lui. Davano un quarto di asse ai grandi schiavi che le massaggiavano e poi se lo facevano restituire. Clodio era trattato come le sue sorelle, davanti a loro. Tali furono i loro piaceri prima del matrimonio». […]

Dall’adolescenza in poi non mancano invece fonti e dati, soprattutto in virtù dello scandalo che lo vide camuffato da fanciulla entrare nella casa di Cesare durante i festeggiamenti muliebri della Bona Dea per fottere la moglie di Cesare, Pompeia, del processo che ne seguì, del ripudio di Cesare della propria moglie. Ma anche per via della sua inimicizia con Cicerone, dell’esilio che riuscì per vendetta a fargli comminare, della rinunzia all’eredità, della sacrorum detestatio – disconoscendo la propria gens e il proprio status patrizio – e della transitio ad plebem con l’adozione da parte di plebei, della sua tremenda ed efferata ascesa al Tribunato della plebe. […]

Ma, incontrato nel dedalo dissolvente di un’eternità tra le infinite dei labirinti di specchi deformanti del Bardo – dove vivo da un numero (almeno per me, Triboniano) imprecisato di ere – e interrogato da me medesimo sulle vicende de quibus, rispose testualmente che non era andato dalla moglie, bensì da Cesare. Che aveva una relazione con questi, dal quale si faceva sodomizzare. L’intera vicenda esplose per una questione di semplice gelosia: Clodio aveva una relazione anche con Cicerone. Quando Cesare lo scoprì, per caso, dette di matto e inventò lo scandalo di Pompeia e della Bona Dea. […]

Come si legge nelle Lettere ad Attico, un’altra vendetta di Clodio contro Cicerone****** consistette nell’iniziare il figlio di quest’ultimo alle abitudini viziose dell’alcolista. […]

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* Si ritenne fosse stato ucciso dalla turba di Milone presso il tempio della Bona Dea. Il multiforme ingegno del Pulcro partorì invece inganno sinistro: egli inscenò solamente la propria morte, facendosi sostituire da un proprio schiavo che gli somigliava in altezza, costituzione e nei tratti somatici, benché fosse dolicefalo; ma strisciò in realtà nelle viscere cave della Roma ctonia, presso gli iniziati a Cibele. Si tosò capelli, barba, ciglia, sopracciglia, peluria pubica e ascellare e divenne neofita, per due anni, poi si fece seppellire vivo nell’utero della dea, dove tutt’ora il suo corpo immacolato è incubato. La sua persona invece entrò nel Bardo dove nell’eterno vaga, imbattendosi talvolta nella mia.

** Ingresso nel Bardo.

*** Redattore del Corpus iuris civilis sotto Giustiniano. Entrato nel Bardo dal medesimo varco di Cibele nel ventre-formicaio dell’Urbe.

**** Ab Urbe condita. Data convertita in anni cristiani: 2374 d.C. o anche più.

***** Originariamente Plutarco scrisse le Vite parallele di Alcibiade e Publio Clodio Pulcro – la di quest’ultimo biografia è stata però farabuttamente stralciata e sostituita con quella ben più edificante di Coriolano. In generale l’intera opera dello storico e gerofante di Cheronea è stata interpolata scientemente da generazioni di subdoli e mendaci scoliasti.

***** Durante la maliziosamente insinuata introduzione nella casa di Cesare e la calunniosa consumazione del rapporto con Pompeia, Clodio si trovava in verità in campagna con Cicerone, come sostenne anche davanti ai giudici. Il pavido autore delle Tuscolane si rifiutò di confermare, non rendendosi conto della potenza [{§}] del nemico che così andava a crearsi.    

[{§}] – [potenza, conatus, Spinoza: «lo sforzo per perseverare nell’esistenza»: lavoro è energia, l’energia è quella ELETTRICA, ecco ἀρχή, fons origoque: «a lavoro!» «εν-εργον» – Giovanni Papini sbaglia, il primo profeta fu Edison, io Dino Edison son profeta e Bardo: ipostasi dell’ἀρχή elettrico: la vera, umile, παρουσία] –  [{§}]


Luca Mignola, Alfredo Zucchi, Andrea Zandomeneghi