¿Dónde están las mujeres Oesterheld? - Intervista a Fernanda Nicolini e Alicia Beltrami

Héctor Germán Oesterheld viene rapito e fatto sparire il 21 aprile del 1977. È il più conosciuto sceneggiatore di fumetti argentino (autore, tra i tantissimi, de L’Eternauta e Ernie Pike), tardivo militante montonero. Nonché padre di quattro giovani donne attiviste: Beatriz, Diana, Estela, Marina.

Gli Archivi del CONADEP raccontano – con la loro lingua asciutta e commovente, burocratica eppure viva, desiderosa – che l’uomo sia stato richiuso in diversi centri di tortura, e ucciso a Mercedes l’anno successivo, il 1978. Le quattro sorelle Oesterheld, due delle quali in stato avanzato di gravidanza, tra il giugno del 1976 e il dicembre del 1977, conoscono la stessa sorte del padre e, più atrocemente, di tante altre donne: desaparición, tortura, stupro, sottrazione dei neonati, omicidio.

Fernanda Nicolini e Alicia Beltrami hanno raccolto il sangue e la follia, la gioia e l’ardore delle loro brevi vite. Gli Oesterheld (001 Edizioni, 2018. Trad. A. Di Nobile, L. Cerullo) non è, ai nostri occhi, una biografia famigliare, o una ricostruzione storica del tempo che fu. Ma è la storia delle nostre lotte; delle nostre sconfitte. Di Marielle Franco e dei nostri morti di ieri e di oggi. Ed è il racconto di un grido, (lacerante, consapevole, d’amore, di guerra), un grido femminile che attraversa i nostri giorni.

E li cambierà.

 

• C’è un tema forte che attraversa il libro, ma che soprattutto lo circonda, lo avvolge, lo precede e lo segue: lo scontro tra memoria e oblio. La lotta che il regime militare in Argentina ha messo in campo contro la memoria. Un’onda lunga: fare in modo di dimenticare chi si era, chi erano i propri famigliari, i propri ideali. Anche la storia degli Oesterheld non era stata ricordata. Tra le 150 persone che avete intervistate, alcune avevano dimenticato i loro ex compagni di lotta, i famigliari; dimenticato pezzi della propria storia. Inoltre, tra i testimoni più anziani, la degenerazione mnestica iniziava a favorire questo processo.

Come vi siete rapportate, durante la lavorazione, con questa dicotomia memoria/oblio?

FERNANDA: All’inizio eravamo in qualche modo coscienti dell’aspetto a cui fai riferimento, una dinamica che nel corso del lavoro di ricerca si è fatta via via sempre più chiara: uno degli obiettivi della dittatura fu indebolire strutture, spezzare legami, isolare. E naturalmente ciò che in questo processo andava perduto era il racconto della militanza. In un primo momento fu il terrore a mettere a tacere questo racconto, innescando una sorta di meccanismo di autodifesa; poi arrivò il momento in cui i militanti, per portare avanti le proprie vite in una società che, sotto molti aspetti, si costituì proseguendo alcuni princìpi della dittatura, furono costretti a imporre a se stessi il silenzio. Nonostante il primo governo democratico post-dittatura, quello di Raul Alfonsin, si sia dimostrato esemplare nel giudicare la Giunta Militare (solo in Argentina i militari responsabili sono stati sottoposti a giudizio), in quel momento prese piede l’idea dei “Due demoni”, ovvero che sia lo Stato che i militanti avessero peccato di eccessi. 

Di recente, sotto il governo kirchnerista, largamente appoggiato da molte associazioni per i diritti umani come le Nonne e le Madri di Plaza de Mayo, si è sviluppato il concetto di Terrorismo di Stato, secondo il quale, durante la dittatura, lo Stato aveva avuto il ruolo di carnefice mentre i militanti erano stati le sue vittime. Questo ha fatto sì che coloro che all’epoca avevano seguito la strada della militanza tornassero a rivendicare la propria storia: molti dei protagonisti di questo libro non solo hanno potuto reimpossessarsi della memoria di quegli anni, ma hanno potuto farlo con orgoglio, l’orgoglio che deriva dall’aver lottato per un mondo più libero e ugualitario, senza vergogna né paura. 

A questo va aggiunto che durante il governo kirchnerista alcuni dei repressori che avevano ricevuto l’amnistia (per effetto delle famigerate leggi Di obbedienza dovuta e Del punto finale) sono stati finalmente processati, di conseguenza molti dei sopravvissuti ai centri di detenzione clandestina si sono sentiti più al sicuro e liberi di raccontare le proprie storie, dal momento che i loro aguzzini si trovavano in carcere e non più a piede libero.

D’altra parte abbiamo imparato che la memoria è un artificio, spesso più vicino alla finzione che alla realtà: la nostra mente riesuma eventi, fatti, persone e li mescola con elementi inventati, senza rendersene conto. Per questo l’unico modo per progettare una storia che avesse come fonti primarie ricordi di questo tipo era dar voce a un grande ricordo collettivo. Abbiamo realizzato interviste di gruppo per permettere ai testimoni di aiutarsi a vicenda a ricostruire il loro passato, di incrociare tutte le versioni di un avvenimento per arrivare a una versione che fosse la più vicina possibile alla verità.

ALICIA: Questa dicotomia si è rivelata a mano a mano che procedevamo con la ricerca. All’inizio del nostro lavoro, l’effetto che il progetto della dittatura aveva messo in atto - di far scomparire e mettere a tacere una generazione - era molto più evidente sugli intervistati: il terrore agiva ancora su di loro in modo subdolo, così come era chiaro che la teoria dei “Due demoni” continuava a esercitare un effetto sulle loro menti. Potevamo vederlo da come erano restii a rievocare i dettagli e a raccontarci di più. Abbiamo dovuto risvegliare i loro ricordi, la loro memoria assopita. A forza di tentativi e via via che gli intervistati acquisivano fiducia in noi i ricordi hanno iniziato a emergere. A un certo punto la questione ha assunto la forma di una metafora positiva: la memoria vince sull’oblio se la si esercita insieme.

In quanto alla mole di interviste che abbiamo dovuto sostenere per poter incrociare le informazioni e arrivare a una versione veritiera dei fatti, credo che la distanza generazionale tra noi e gli intervistati ci sia stata di grande aiuto, permettendoci di ascoltare ogni testimone con molta libertà. Abbiamo potuto approcciare i ricordi, le memorie altrui senza che le nostre storie personali interferissero o rivendicassero il proprio debito con le vicende dell’epoca. Abbiamo capito che ognuno elabora il passato a modo proprio – con autocritica, con dolore, con orgoglio, con senso di colpa – e siamo riuscite a fare in modo che nessuno dei testimoni avesse l’impressione che lo stessimo giudicando. Questo ha giocato in nostro favore e allo stesso tempo ci ha fornito un parametro per stabilire quale sarebbe stata la natura del nostro libro: i fatti, la narrazione, i dettagli lo avrebbero reso tanto potente da non richiedere da parte nostra alcun tipo di giudizio accessorio. Che ogni storia, quindi, parlasse per sé.

 

• Elsa e due nipoti sono gli unici sopravvissuti di questa tragedia. In modo diverso, gli unici personaggi sopravvissuti alla storia che avete scritto. Cosa ha significato per voi muovervi (come scrittrici, giornaliste e come donne) tra queste due generazioni così distanti? Che sguardi vi hanno proposto sulla storia?

ALICIA: La possibilità di raccontare attraverso le voci dei tre componenti della famiglia sopravvissuti ha conferito maggiore profondità e maggiore complessità al racconto, a causa del ruolo che ognuno di loro ricopre in questa storia: lo sguardo di Elsa come madre e quello dei nipoti come figli. La tragedia e l’assenza dei familiari – al pari della tragedia e dell’assenza di tutti i 30.000 desaparecidos – ha generato in ognuno domande, risposte ed esperienze diverse, ed è qui che risiede il valore dei loro contributi. Ognuno di loro ci ha aiutato a ricostruire la sua vita al cospetto di quel vuoto e a completare il ritratto delle vite degli altri due, ma soprattutto a conferire a Elsa il ruolo di grande protagonista di questa storia.

Elsa ci ha raccontato il suo dolore e il suo sconforto, ma ci ha anche reso testimoni della forza vitale che le è stata necessaria per crescere il nipote Martin Mortol, per sovrastare il dolore immenso e sopravvivere a esso. Tornare al ruolo di madre di cui la tragedia l’aveva privata portandole via le figlie e consacrarlo al nipote Martin con tutte le sue forze – le forze di una leonessa – in un certo senso la salvò dalla pazzia.

Dal canto loro i nipoti ci hanno fornito dettagli e suggestioni di cosa significhi crescere e vivere nell’assenza. Nel 2014, Fernando Araldi, nel suo libro di poesia El sexo de las piedras, scrive un verso ricorrente: «Qui manca qualcosa». Quell’assenza connaturata alle loro vite, quel silenzio che li modellò e che spesso li lasciò senza parole, vennero riempiti da Elsa. Elsa come un faro, come un sostegno.

FERNANDA: È stata una grande sfida. Non solo per via del tempo che è passato da allora, ma anche per l’atteggiamento che quelle generazioni hanno assunto nei confronti della loro storia: tramite Elsa – tramite le interviste che ha rilasciato nel corso degli anni, tramite le sue lettere e tramite le interviste che le abbiamo rivolto noi – abbiamo potuto ricostruire la vita familiare prima della militanza. In un certo senso, Elsa aveva idealizzato tutto quel periodo radicandolo nell’orrrore della perdita e nella rabbia che provava nei confronti del marito, Héctor, che riteneva responsabile del destino delle sue figlie. I nipoti, da parte loro, non avevano vissuto quella vita familiare e si sono impegnati, ognuno a modo suo e ancor prima che arrivassimo noi e il nostro libro, a ricostruire il passato dei loro genitori a partire dai pochi elementi che avevano a disposizione. In quanto figli di desaparecidos, entrambi rivendicavano la militanza dei genitori, le scelte di vita che avevano fatto, con tutte le contraddizioni interne che ciò implicava.

Sono convinta che l’aspetto più interessante di questi punti di vista diversi sia stata la richiesta da parte dei nipoti – che hanno letto il libro prima che venisse pubblicato e ci hanno offerto alcuni suggerimenti molto puntuali – di non relegare la loro nonna al semplice ruolo del risentimento e del dolore, e questo ci ha dato la possibilità di mostrare la figura di Elsa in tutta la sua complessità di donna intelligente che fece di tutto, in qualsiasi circostanza, per proteggere le sue figlie. Una donna che al cospetto della devastazione si impose di sopravvivere e di riprendersi dall’orrore per crescere uno dei suoi nipoti con tutto l’amore possibile. Probabilmente è stata questa la ragione che ci ha spinto a decidere che l’unica voce in prima persona del libro fosse quella di Elsa: nei suoi discorsi e nelle sue riflessioni si riflette la sua essenza.

 

• Nelle interviste vi hanno chiesto spesso perché avete svolto questo lavoro immenso, pur non essendo voi appartenute a quella generazione. È una domanda legittima, eppure non tiene conto di alcuni elementi; non mi soffermo su quelli più ovvi, ma mi limito a chiedervi: qual era il vostro rapporto, come donne nate in quegli anni, alla fine dei Settanta, con i fatti che avete poi studiato, approfondito, raccontato?

FERNANDA: Io vengo da una famiglia antiperonista cattolica di destra, e in casa nostra non si è mai parlato della dittatura, senza contare che tutto quello che poteva essere anche lontanamente assimilabile alla sinistra era malvisto. Eppure per qualche ragione – oggi credo che sia stato grazie alla letteratura – sin da quando ero molto piccola le storie che riguardavano la militanza degli anni Settanta mi hanno sempre provocato una strana inquietudine. Mi piaceva molto la poesia e uno dei miei poeti preferiti, da adolescente, Paco Urondo, era stato assassinato dalla dittatura. Naturalmente nel risvolto del suo libro non si facevano riferimenti alle circostanze della sua morte. Fu allora, credo, che iniziai a interessarmi al non detto, al non raccontato, a quello che nella mia famiglia era tabù.

Molti militanti degli anni Settanta si erano ribellati ai loro genitori conservatori per abbracciare la causa rivoluzionaria e io, paradossalmente, compii un percorso simile, seppure in scala minore, rispetto alla mia famiglia. Oggi i miei genitori continuano a essere conservatori di destra, mentre tre dei loro quattro figli si considerano di sinistra, vicini al peronismo. Con queste premesse, e a mano a mano che andavamo avanti nella ricerca, ho potuto cogliere tutte le contraddizioni, le passioni, le idee, gli errori e le fantasie che negli anni Settanta erano stati messi in gioco. Sono riuscita a non cadere in una facile idealizzazione e ciò mi ha permesso di raccontare questa storia nel modo migliore.

ALICIA: Il decennio dei Settanta fu estremamente brutale e produsse nel nostro paese un cambiamento culturale e politico profondo, il che mi è sembrato sempre un buon punto di partenza per approcciarmi all’argomento da un punto di vista giornalistico. Tuttavia credo che il mio interesse per questa storia sia legato soprattutto alla mia educazione sentimentale: i miei genitori si sono formati politicamente tra le fila della sinistra e per quanto non abbiano mai militato in alcuna organizzazione armata ebbero molti amici desaparecidos; da loro ho ereditato un punto di vista impegnato e sensibile alla lotta amorevole e intelligente delle Nonne e delle Madri di Plaza de Mayo. Sono sempre stata affascinata dalla storia di quelle donne che riuscirono a trasformare il loro dolore in una forma di lotta. Di questi temi parlavo spesso soprattutto con mio padre, che era un umanista appassionato della storia politica del nostro Paese. In un certo senso, questo libro è l’omaggio di una figlia a suo padre.

 

gli oesterheld 001 edizioni cover• Gli Oesterheld viene definito come una “biografia famigliare”, all’interno di una “biografia nazionale”, con un centro potente come la vicenda personale, politica e artistica di un personaggio di rilievo internazionale come Héctor Germán Oesterheld, del quale non si conosceva - nei termini che avete espresso - la militanza, iniziata in tarda età. Ma, a dire il vero, non riesco a vedere altro centro nel vostro lavoro che una chiave di narrazione nazionale antipatriarcale. L’unica voce superstite (almeno all’epoca della vostra ricerca) è Elsa Sànchez, moglie di HGO, le loro quattro figlie, Estela, Diana, Beatriz, Marina, nel libro sono bambine, ragazze, donne gioiose, avventuriere, complesse, libere, normali. Voi stesse, non credo sia un caso, siete due autrici. Sommando tutti questi fattori, la voce femminile nel libro è potentissima, sembra creare un coro che sostiene la lotta delle Madres e delle Abuelas, che chiede giustizia per i figli strappati a donne poi uccise; una voce che chiede vendetta per le donne torturate da uomini, umiliate da uomini, stuprate e uccise da uomini. E credo ci sia un legame molto forte con il nostro tempo.

Avete immaginato il vostro lavoro in questi termini, anche ex post?

 ALICIA: Non l’avevo mai pensata in questi termini. La tua è una lettura molto interessante, perché l’impronta del movimento femminista attuale – che in Argentina negli ultimi anni ha guadagnato molto terreno – senza dubbio conferisce al nostro lavoro un nuovo significato. Come ogni creazione dai connotati polico-culturali, il nostro libro è il prodotto di un momento storico ben preciso. Sin dall’inizio era nostra intenzione focalizzarci sulle ragazze Oersterheld (Estela, Diana, Beatriz e Marina) e smontare quel ritratto statico che avevamo di loro. Volevamo portare alla luce e ricostruire i dettagli delle individualità di ognuna di loro, come militanti ma soprattutto come donne, ed è molto probabile che questa scelta sia stata influenzata, in maniera inconscia, dal fermento del movimento femminista.

FERNANDA: È una lettura molto interessante. Per quanto mi riguarda, ho sempre avuto un punto di vista femminista, ma senza rendermene davvero conto, senza che quel pensiero si facesse organico o raggiungesse una compiutezza teorica: era più una forma di resistenza a ciò che ritenevo ingiusto, una resistenza individuale, sostenuta dalla mia personalità e dalla mia professione, niente che si possa definire simile a una militanza collettiva. Come direbbe Marx, mi mancava la coscienza di classe. L’ondata femminista mi ha raggiunto molto tardi – grazie alla forte crescita, negli ultimi due anni, del Movimiento de Mujeres in Argentina – e solo adesso posso realizzare che ciò che Alicia e io ci siamo sempre prefissate in maniera istintiva ha a che fare con gli sguardi e i modi di narrare dell’epoca in cui viviamo.

A che mi riferisco? Nonostante fossimo consce che il personaggio più noto fosse Héctor, avevamo intuito che il cuore della storia erano le sue quattro figlie: non volevamo che continuassero a essere solo una foto in bianco e nero di fronte a cui esclamare: «Ah, che belle che erano, che fine terribile hanno fatto». Volevamo raccontare che la loro sorte di desaparecidas non era stata “solo” una tragedia, ma la conseguenza di una scelta di vita, la scelta della militanza e della lotta armata: avevano deciso di darsi anima e corpo ai loro ideali, in un periodo storico in cui tutto il terzo mondo era attraversato da lotte di liberazione. Volevamo raccontare cosa significava essere donne e militanti in un’organizzazione come i Montoneros, i cui vertici erano occupati esclusivamente da uomini. Volevamo raccontare cosa significasse essere militanti e madri. Volevamo mostrare che in quegli anni militarizzati le donne si innamoravano, litigavano, si separavano, si ponevano domande sulla maternità, erano infedeli, si divertivano e fronteggiavano il machismo. In questo senso, la figura di Elsa è molto importante: è il contraltare a quella stirpe di donne forti.

 

• Le sorelle. Le ragazze, le donne Oesterheld. Hanno la stessa, ricchissima, formazione culturale, ma prendono poi strade politiche diverse, pur dietro la stessa barricata dei Montoneros. Come vi siete rapportate a loro? Avete – so che sembra folle chiederlo, ma penso mi possiate capire (e io vi capisco, da biografo) dopo tanti anni di lavoro – instaurato con una o più di loro un “rapporto” particolare?

Ancora, sullo stesso punto, vi chiederei di descrivere le quattro donne con quattro aggettivi, o parole, o colori, termini diversi.

FERNANDA: Ci siamo divise la ricerca. Io mi sono occupata della storia di Estela e di Beatriz. In quanto biografo immagino tu sappia in che modo si possa restare ossessionati da alcuni personaggi, al punto di passare giorni interi ad arrovellarsi su un solo dettaglio. A me è successo che a un certo punto mi sono impantanata nella storia di Estela. Non riuscivo ad andare avanti perché non avevo nessuna fonte che l’avesse incontrata né vista nell’anno 1976. Una sera sono andata a dormire desiderando di incontrare in sogno qualcuno che potesse colmare quella lacuna. Naturalmente non sognai nessuno, ma la mattina seguente nella posta elettronica trovai il messaggio di una persona che aveva saputo della mia ricerca e che affermava di aver conosciuto Estela nel 1976. Ho parecchi di questi aneddoti quasi mistici. Ancora di più: all’improvviso mi sono resa conto che nella mia testa si affollavano senza sosta domande e dubbi a cui mai avrei potuto rispondere. Per esempio: com’era la voce di Estela? E quella di Beatriz? Per non impazzire iniziai a scrivere poesie in cui riversavo tutto questo materiale inafferrabile. Ne scrissi molte su Estela e sul suo compagno, el Vasco, su Beatriz, su Elsa. Oggi compongono un libro intitolato El cuerpo en la batalla, che ho pubblicato un anno fa.

Estela: luminosa, protettiva, creatività, determinata.

Beatriz: empatica, fiori, riservata, libri.

ALICIA: Sono stata anch’io ossessionata da ciascuno dei protagonisti, in particolare da Diana e Marina, di cui mi sono occupata. Qualcosa di simile mi è successo con Héctor, sono arrivata a sognarlo molte volte. In uno di quei sogni camminavamo fianco a fianco nel barrio di San Telmo, dove vivevo all’epoca, e all’improvviso il cielo si oscurava. Da dietro gli angoli spuntavano auto piene di militari, venivano verso di noi e quando mi voltavo per parlare con Héctor, lui non c’era più, aveva rallentato il passo di proposito, per liberarmi dal pericolo che comportava stargli accanto, in modo che sequestrassero solo lui. Mi svegliai spaventata e allo stesso tempo consapevole di una qualità di Héctor che tutti coloro che avevamo intervistato avevano sottolineato: il suo ruolo protettivo.

Credo che ai biografi tocchi affrontare un processo molto intenso, a volte persino invasivo, tuttavia credo che per lavorare in modo rigoroso a una biografia non ci sia altro verso che trasformarsi, in un certo senso, nei protagonisti della storia che si segue.

Diana: appassionata, sorridente, protettiva, scrittura.

Marina: sorellanza, silenziosa, bellezza, delicatezza.

 Il libro è anche, soprattutto nella prima parte, un libro gioioso, pieno di vitalità, energia. Vi chiedo, come avete affrontato questa forza vitale, portando dentro la conoscenza della fine, della desapariciòn delle persone di cui indagavate la vita, della loro morte brutale? E se, riallacciandomi alla prima domanda, per la dittatura militare, oltre all’intento di eliminare la memoria, ci fosse anche quello di sterminare questa energia, questa vitalità?

ALICIA: Uno degli aspetti più sorprendenti della ricerca è stato scoprire che tutti, ma proprio tutti, gli intervistati fanno riferimento all’epoca della militanza come al periodo più vitale e felice delle loro esistenze. La vitalità tipica della gioventù era potenziata dal fatto che i militanti inseguivano il sogno collettivo di un mondo migliore. Abbiamo avuto riscontro di questo anche dalle lettere che le ragazze Oesterheld scrissero negli anni Settanta. Per questo abbiamo pensato fosse necessario restituire questa vitalità nella scrittura, per farne anche il sentimento del nostro libro: dare voce a persone che furono messe a tacere nell’ambito di un progetto di annientamento e soprattutto mostrare che era proprio quell’energia vitale che i militari si impegnarono a distruggere in modo così sistematico.

FERNANDA: Uno degli intervistati, che è anche uno storico e a cui abbiamo fatto leggere il libro prima che venisse pubblicato, ci ha detto: «La cosa affascinante del libro è che, nonostante io sappia benissimo come va a finire, provo il desiderio di andare avanti, di continuare a leggere, voglio sapere di più di questa storia, non riesco a staccarmene». Immagino che la chiave stia nella parola che hai usato: vitalità. Ancora prima di iniziare a lavorare al libro ci eravamo rese conto che gran parte di quello che era stato scritto sugli anni Settanta scaturiva dall’orrore e dalla devastanzione. Inevitabile, data la portata genocida di quegli anni, chiaro. Però molte di quelle storie si limitavano alla testimonianza dell’esperienza concentrazionaria, e omettevano del tutto la vita di quelle persone prima della reclusione. Avevamo il sospetto che prima di tanta oscurità ci fossero stati molta luce, molto desiderio, molta voglia di vivere. Infatti sono stati gli intervistati stessi a confessarci che gli anni della militanza erano stati per loro i più felici, i più vivi.

Per rispondere alla tua seconda domanda, non è un caso che si faccia riferimento al periodo subito dopo il golpe chiamandolo l’Inverno. Tutti ricordano il 1976 e il 1977 come anni oscuri, freddi, nebbiosi.

 

• In diverse interviste avete detto che questo libro «non si sarebbe potuto scrivere prima», perché in Argentina non erano pronti a parlare, a indagare le proprie storie. So che a lato del libro sono avvenute diverse cose, come il ricongiungimento di persone che si davano per desaparecidos, compagni di lotta che – nascosti dai nomi di battaglia – si erano dati per morti. Cosa ci potete dire di questi “effetti collaterali” che trascendono il libro ma che sono dipesi da esso?

FERNANDA: Posso dire che è qualcosa di meraviglioso, che ci dà molta gioia. E che ci siamo rese conto che è proprio questo che si verifica quando qualcosa – per esempio un libro – permette di ricostruire la storia, riporre i silenzi e ridurre le differenze, le distanze che il terrore aveva tentato di imporre. Inoltre è motivo di speranza: vuol dire che la dittatura non ha vinto, e che la memoria storica e collettiva è stata più forte.

ALICIA: La ricostruzione storica e riparatrice che si è scatenata a partire dal libro è stata il motore stesso del nostro lavoro. Per quanto mi riguarda, scrivere Gli Oesterheld mi ha richiesto in cambio molta energia vitale, mi ha messo davanti a momenti insopportabilmente duri e tristi, perciò ho dovuto trovare la forza per andare avanti in tutto ciò che nel frattempo stava succedendo a margine della scrittura: da quegli effetti collaterali riparatori, dall’impegno che avevamo preso nei confronti della storia.

 In scia con la precedente: mi ha colpito in un video vedere il pancione di Nanda, immaginare la vita che scorre, mentre questa storia continua a essere raccontata. Come sono cambiate le vostre vite in cinque e passa anni di lavorazione? E come hanno – se lo hanno fatto – contribuito questi cambiamenti personali al vostro lavoro?

ALICIA: Entrare in contatto diretto con una storia così tragica scatena effetti inevitabili, che ti spingono a guardare alla tua vita da una prospettiva diversa. In un certo senso ti ritrovi a stringere un legame immediato con il dolore, ad affrontare questo dolore; e a forza di tentare di comprendere il dolore altrui finisci per confrontarti il tuo dolore. A livello personale, il confronto inevitabile tra la storia su cui stavo investigando e la mia storia mi ha fatto rendere conto di quanto complessi siano il funzionamento e le dinamiche di una famiglia, e ho potuto capire che, per quanto una famiglia non sia qualcosa che si sceglie, per quanto tu possa essere o non essere d’accordo ideologicamente con i tuoi familiari, ciò che ti lega a loro è qualcosa che porterai con te per tutta la vita. È stato davvero molto gratificante lavorare insieme a Fernanda, poter avere la dimostrazione, una volta per tutte, che una buona squadra è tanto importante per la riuscita di una ricerca quanto per la propria crescita individuale.

FERNANDA: Sono convinta che si sia stabilito un dialogo tra il libro e la mia vita personale. La rivelazione mi è arrivata quando sono diventata madre (nel video di cui parli stavamo presentando il libro e io ero incinta di sei mesi): finalmente capivo molte cose, e non si trattava di nulla di intellettuale, ma di qualcosa che aveva a che fare con la mia vita emotiva. Capivo l’opposizione di Elsa alla militanza delle figlie e il modo disperato con cui tentava di proteggerle, e allo stesso tempo capivo il coraggio che Estela e Diana avevano dimostrato nell’essere madri in quel contesto (mi sono chiesta più di una volta, in preda alla stanchezza dei primi tempi: ma come diavolo facevano a essere militanti e nello stesso tempo a occuparsi di un neonato?!). Capivo le ragioni per cui Beatriz aveva scelto di non avere figli. In quel momento ottenni molte delle risposte che avevo cercato a lungo, per tutto l’arco della ricerca.

• Ultima. Nel 2002 la Regione Piemonte ha organizzato una mostra (da cui è scaturita una pubblicazione) intitolata “Donde esta Oesterheld?”, a cui partecipò Elsa, molti disegnatori italiani, italo-argentini, come Zanotto, personaggi rilevanti del mondo del fumetto come Bonelli o scrittori, come Massimo Carlotto, che avevano dedicato tempo, lavoro, sentimenti alla desapariciòn anche tra gli italo-argentini. Erano passati venticinque anni dalla (presunta) data di sparizione di HGO. Quando questo pezzo uscirà ne saranno trascorsi quarantadue. Sapreste voi oggi rispondere a una domanda simile: Dove sono gli Oesterheld in Argentina? Dove sono nella coscienza popolare, nell’immaginario collettivo? E, nel salutarvi e ringraziarvi di cuore, aggiungo: Dove sono le Oesterheld?

ALICIA E FERNANDA: Oesterheld vive in ogni ragazzino che legge L’Eternauta per la prima volta e resta incantato da quel fumetto che sembra parlare della realtà dei nostri giorni. Le Oesterheld vivono in ogni ragazza che inizia a militare e non ha paura di dedicarsi anima e corpo a una causa. E soprattutto, gli Oesterheld, tutti loro, vivono nel pugno alzato di coloro che continuano a lottare e a chiedere memoria, verità e giustizia, in tempi politicamente ostili come questi.

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Alicia Beltrami e Fernanda Nicolini
intervistate da Lorenzo Iervolino

 

Per la traduzione si ringraziano
Jordi Mumbrù e Luciano Funetta

 

Illustrazione originale di Giulia Neri

 

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