"L'alfabeto delle stelle" di Massimiliano e Pier Paolo Di Mino

In questi giorni è in libreria L’alfabeto delle stelle, un romanzo, scritto da Massimiliano e Pier Paolo Di Mino, che rappresenta l’esito di un lungo lavoro di ricerca e riflessione.

Originariamente pubblicato, ormai quasi dieci anni fa, con il titolo di Fiume di tenebra, il racconto delle imprese disperatamente spirituali di Keller, Comisso, Serra e Giuliano sullo sfondo di quella chimera storica, di quel fatto improbabile oscillante fra utopia e distorsione di ogni significato che fu la Fiume dannunziana, era nato sotto lo stimolo impresso da una notazione di Giorgio Colli: scrivere un dramma dialettico, o un racconto filosofale, in cui fossero mescolati ‹‹personaggi storici a personaggi inventati; passato e presente›› (Giorgio Colli, La ragione errabonda, pag.498 [500]). Il romanzo, immerso nelle trame, o spire, esaltanti e agghiaccianti della récite archetipica del Puer Aeternus alle prese con la sua difficile, solitamente fallimentare, incarnazione, si rivelò immediatamente insufficiente a completare il pensiero che inseguiva e, quindi, immediatamente aperto a continuarsi in una ricerca tormentosa di fatti e personaggi che meglio si prestassero a un’ulteriore esplorazione dell’argomento. Alcuni risultati di questa ricerca sono stati già pubblicati, senza che, però, la somma di questi risultati resi pubblici potesse rendere ai suoi autori la grazia di una qualche significativa gratificazione noetica. E così è continuata ancora a lungo la catalogazione lenta, la collezione potenziale di tutti i significati relativi a quei fatti e a quei personaggi, finché, a tempo debito, tutto questo non è risultato come una sorta di mappa celeste emotiva e indecifrabile, sospesa tra cose distinte e imprescindibili corrispondenze. Pertini, Garibaldi, Aguyar e i Dandolo, Amilcare Cipriani, Nietzsche, Giuseppe Albano, Emilio e Joyce Lussu, Il capitan Magro, Sartorio, Remo, Abele, i diversi Kurtz presi fra orrore e meraviglia, la morte bella e la sopravvivenza di un’idea, i diversi Kurtz con i loro nomi spesso mai pronunciati e, per questo, mai resi pallidi dal tempo. Una mappa celeste o, meglio, un alfabeto oscuramente celeste. Un alfabeto delle stelle. Un alfabeto stellare con il quale raccontare un’unica storia per frammenti, mescolando, nella più impura delle maniere, memoria e storia e finzione, pensieri e immagini, stili e generi letterari. Danilo Kiŝ concepiva il romanzo nell’ottica di un ideale enciclopedico. Avrebbe voluto scrivere un romanzo organizzato formalmente come una vasta concertazione di stili, generi e registri capace di condensarli in un’unica narrazione. Dichiara in un’intervista: ‹‹Il mio ideale era, ed è ancora oggi, un libro che dovrebbe leggersi non solo come si legge un libro la prima volta, ma come un’enciclopedia, e cioè costruito secondo un’alternanza brutale e vertiginosa di concetti, un libro capace di obbedire alle leggi del caso e dell’ordine alfabetico (o altro), nel quale si succedono nomi di persone celebri e le loro vite ridotte al minimo necessario, vite di poeti, di ricercatori, di politici, di rivoluzionari, di medici, di astronomi, ecc., divinamente mescolati a nomi di piante e alla loro nomenclatura latina, a nomi di deserti e clessidre, di dei antichi, di regioni, città, alla prosa del mondo. Stabilire tra tutto ciò un’analogia, trovare le leggi della coincidenza››. Kiŝ quando lamentava la frammentarietà del romanzo moderno, e allarmava contro una letteratura che sembra incoscientemente costituita con i lacerti di un antico vaso infranto chissà come, era contro lo spirito del Puer Aeternus, che domina in maniera tanto fulminante e accecante la nostra epoca, che rivolgeva le proprie parole. Ma non si può uccidere un dio senza che questo torni a tormentarci come fantasma o malattia: per questo motivo abbiamo reso infine omaggio alle esigenze del Puer Aeternus dando spazio ospitale alla sua folgorante frammentarietà, ovvero costruendo un racconto per mezzo di una serie di piccoli libri, legati tra di loro da fili più o meno sottili, allitterazioni ed enjambement, concepiti per una pubblicazione non lineare, anche solo eventuale o potenziale, o anche del tutto chimerica. Tutto principia dunque ora dalla riscrittura leggerissima del racconto su quei giovani per sempre eterni, Keller e Comisso, Giuliano e Serra, che un giorno fecero un’impresa: e poi morirono. Snelliti da un po’ di pornografia storica che, forse, prima avevano addosso, aperti a nuovi esiti, eccoli quindi di nuovo, una volta per sempre, recitare sulle pagine de L’alfabeto delle stelle.

 

Proponiamo qui di seguito un estratto dal romanzo*

 

La nebbia

Non c’è nessun miracolo: questo il capitano Italo Serra lo sapeva bene.
I miracoli non c’entrano niente. Non era un miracolo che lo faceva stare lì, a compiere il suo dovere. Il capitano Italo Serra non era sfuggito al male che aveva colpito tutti: anzi, lui era stato colpito più degli altri, ma ora era lì, e ad averlo restituito a se stesso e ai propri doveri non era certo stato un miracolo.
Il capitano Italo Serra aveva trovato se stesso dopo aver perso tutto. Aveva trovato se stesso esaltandosi in un dovere maggiore, una volontà superiore, nell’imperativo categorico di un ideale per il quale vivere, combattere, morire.
Senza la fede nel superamento di ciò che fa di noi, nella nostra mollezza oscura, solo uomini, non c’è salvezza.
Fu alla fine della guerra. Si doveva smobilitare, tornare a casa, e il capitano, con tutte le sue meritate e rilucenti medaglie al valore, gli scatafasci protocollati di encomi per i preziosi e riservati servigi che aveva reso alla patria, si sarebbe dovuto dirigere a baldanzosi passi verso il suo più che radioso avvenire: invece fu catturato dalla paura più grande; e dalla follia.
In seguito avrebbe ricordato come in sogno di essersi ritrovato ad attraversare, dalle parti del fronte austriaco, dei campi. Quei campi, avrebbe ricordato, esalavano nebbie e lui in mezzo ad esse, per giorni e giorni, senza sapere dove andare; senza rendersi conto bene di cosa facesse: e lui che non c’era più e c’era solo quella nebbia, la nebbia che gli confondeva i pensieri, che si confondeva ai suoi pensieri; e quella nebbia, dovette arrivare a pensare, quella nebbia cosa altro era se non gli ultimi respiri dei soldati morti?
Soldati morti, nemici morti, camerati morti. Uomini morti. Era solo un pensiero fra i tanti che, in quei giorni, doveva avere pensato nella sua testa. Ma in quei giorni, camminando senza sapere dove arrivare, gli era sembrato chiaro che, a pensare quei pensieri nella sua testa, non poteva essere stato lui; che lui, spossato e diminuito di quei sensi che rendono un uomo cosciente della vita, della sua miseria e della sua gloria, aveva perso la facoltà di pensare; e che quei pensieri appartenevano alla nebbia, la nebbia di tutti i morti. Il loro ultimo respiro.
Un uomo può essere ridotto a nulla, un uomo può perdere tutto, perfino i propri pensieri. Ma è inutile parlarne. Per capire cosa significhi non possedere più nulla, bisogna non possedere più nulla.
Pare che a ritrovarlo sul confine austriaco, nel folto di un bosco, nudo e insanguinato, fossero stati due soldati che dicevano di averlo riconosciuto. E questi due soldati lo presero e lo ficcarono dentro una camionetta e lo portarono in un sanatorio.
Qui lo lavarono, pulirono, e gli diedero una veste per dormire, e anche delle gocce dentro una boccetta, lo fecero sdraiare su un letto nel silenzio di un giorno che, al suo cuore rotto, apparve infine perfetto fino allo stillicidio: perfetto come una statua di marmo bianco, perfetto come un mausoleo di marmo bianco, come una tomba; come fosse morto; come se tutto fosse morto.
Poi arrivarono dei medici, che gli parlarono, usando le parole pulite delle loro diagnosi, isteria di conversione, o nevrastenia acuta, o tutte le lucidate frasi che un medico è capace di tirare fuori dal camice.
Meglio per loro, perché se si fossero tolti quel camice; se si fossero seduti su quel letto; se si fossero chinati su quel malato, in silenzio, per ascoltarlo, allora quel malato avrebbe potuto sussurrargli certi fatti oscuri e paurosi che nessuno può raccontare senza sentirsi morire appresso alle parole che pronuncia.
Dopo qualche giorno venne a fargli visita un ufficiale, uno mai visto prima e mandato da chissà chi, il quale diceva di venire da Roma, e che voleva sincerarsi della sua salute e dirgli che tutti quelli che lo conoscevano e ne avevano apprezzato le doti di militare e di uomo; che tutti quelli che erano a conoscenza delle particolari mansioni che il capitano aveva svolto con coraggio e zelo, erano convinti che ogni cosa sarebbe andata bene, e che tutto si sarebbe raddrizzato, che sarebbe guarito, e che anzi già stava bene; e molti, anche a Roma, lo aspettavano: non doveva preoccuparsi, in fondo era soltanto stanchezza, solo stanchezza.
«Stanchezza, solo stanchezza, soldato!» gli aveva detto questo grande ufficiale e lo aveva lasciato lì, in quel letto, in quell’enorme stanza chiara, piena di luce, di un sanatorio.
Fu solo in quel momento, quando quel grande ufficiale venne e poi ripartì con la faccia cancellata di un morto, che il capitano seppe di essere diventato pazzo, che il suo inestinguibile dolore era una malattia da cui non riusciva a guarire. In quel momento si instaurò saldamente in lui l’idea che c’era stato un prima e un poi: un prima in cui lui era stato il valoroso capitano Serra, e un poi in cui era scivolato fino a diventare questa creatura spaurita, questo cucciolo di cane, che si lecca le ferite e mastica, con i denti cariati dell’anima, l’amaro di qualcosa che doveva essere l’eternità.
I medici sono convinti che riuscire a instaurare questa differenza fra un prima e un poi sia un ottimo segno, e che anzi il dovere morale del malato sia, prima di tutto, riconoscersi malato e guarire: recuperare l’uomo sano che era stato.
Questo gli dicevano di fare i medici, con tutto l’armamentario di gocce e profilassi igieniche. Lì seduto su quel letto, sdraiato, a passeggio per i corridoi o nel giardino del sanatorio, seduto a tavola nella mensa, durante i giorni di pioggia, quelli di sole, nell’irrefrenabile e stupefatto trascorrere delle stagioni, si era messo di buona volontà, una volontà di ferro, a cercare di guarire: ricordare chi era, aggrapparsi alla sua più vera e radicale natura, a tutto se stesso. I medici dicono che bisogna mettercela tutta, la volontà: volere è potere. Fare ricorso a quelle risorse che ognuno di noi è capace di trovare in sé: ricordare di lavarsi e mangiare e fare movimento; ricordarsi di chi si è stato, e della schifosa fatica fatta per diventarlo.
E Serra era uno che la schifosa fatica non lo spaventava, e tutti i giorni si era messo lì a ricordare, ad aggrapparsi a questo fantasma che ormai era per se stesso.
Ogni giorno, come fosse un ordinato lavoro militare, cominciava dal principio: prima di tutto suo padre e sua madre, con minuzia: i loro visi e le loro parole. Ricordarsi con calma e precisione. Mettendo tutto in fila nel tempo, la causa prima dell’effetto. Prima i suoi vecchi genitori, lì a Prato, dove era nato, e dove la sua mamma e il suo papà avevano lavorato come pazzi a fare pezze di lusso in una fabbrica, e giù a mettere
baiocco su baiocco, a levarsi di bocca il pane, per mandare a studiare questo figlio. Era così che tutto era cominciato, anche se i suoi vecchi, ora, facevano fatica ad avere, nella sua memoria avvelenata dalla nebbia, un viso, una voce, un corpo. La città della sua infanzia e della sua giovinezza non aveva più strade e piazze e persone; non c’era più la sua casa, e i bambini con cui giocava da piccino, le persone che dovevano avergli girato attorno. Erano rimasti solo i suoi genitori che risparmiavano, che si sacrificavano levandosi via il pane dalla bocca, con quella miseria del cuore che hanno i poveri, mai un vestito, mai una gioia, perché non sono queste le cose importanti, e quell’odore di cattivo e chiuso che hanno i poveri con i loro sacrifici, per iscriverlo al collegio, al Cicognini, la scuola dei signori, come D’Annunzio Gabriele, il poeta, per farlo diventare medico, avvocato, generale.
Certe volte doveva impiegare un intero intestardito giorno per cercare di ricordare una sola di quelle cose che non c’erano più. Che sembravano non esserci mai state. Tutte quelle cose che erano state il capitano Italo Serra. Gli sembrava che trovare un solo particolare a cui appigliarsi, una carezza o una parola di sua madre, un gesto, gli avrebbe fatto sembrare tutta la sua vita vera; che questa nebbia sarebbe scomparsa.
Ore e ore e ore per cercare di ricordare il giorno in cui era entrato al Cicognini; e come fossero i suoi compagni e i professori; per cercare di ricordare cosa leggesse, come si divertisse, cosa lo annoiasse, e se era stato un ragazzo allegro o malinconico, se avesse amici, se fosse invidiato o ben voluto, se avesse mai recitato le poesie del Vate, le sue odi navali, i suoi canti per la patria latina in guerra; se era stato lì al Cicognini, da giovane, che aveva imparato a cavarsi via dagli addominali una volontà di ferro; se era stato al Cicognini che qualcuno gli aveva detto che anche D’Annunzio aveva studiato lì, e che anche D’Annunzio aveva una volontà di ferro, e che la notte rubava l’olio del lume degli altri studenti per continuare a studiare; o invece era lui, Italo Serra, che consumava pure l’olio delle lampade degli altri compagni per studiare di più, la notte, per imparare di più: una volontà di ferro.
E dopo c’era stata l’accademia a Novara, e allora doveva ricordare il suo addestramento, le ore, giorno dopo giorno, a faticare come un matto; la disciplina, il suo odore disinfettato; e ancora tutte le promesse di gloria, l’impegno, la fatica, e come era stato il migliore del suo corso.
E, infine, la guerra. Per ultimo; effetto di tutte le cause, la guerra e le decorazioni e gli encomi: tre ferite, tre medaglie e, come gli aveva detto il grande ufficiale mai visto prima in visita da Roma, e come gli dicevano i medici, il felice dispiego delle sue capacità, delle sue abilità, della sua intelligenza di soldato: il successo in alcune questioni delicate e imbarazzanti, da risolvere con sagace sapienza, con discrezione, e senza l’inerme impedimento della morale comune; i meriti per i quali, ora, tutti aspettavano con tanta ansia che guarisse.
Serra non aveva paura della fatica: aveva una volontà di ferro. Tutti i giorni a cercare se stesso in quella nebbia: ma la verità era che più cercava di ricordare chi fosse, più si perdeva.
Più ricordava ognuna delle cose fatte, dette, viste; delle persone amate, delle persone odiate, delle persone uccise; più capiva che quella nebbia se l’era portato via: si era portato via il capitano Serra. Se l’era divorato.
I medici non capiscono nulla. Nessuno può capire una cosa del genere. In un sanatorio non si va per guarire. Questo valeva per lui come per tutti gli altri pazienti di quel posto schifoso: qui tutti diventavano sempre più deboli, promiscui, mescolati, femminei, confusi e smarriti. Era rivoltante e penoso.
C’era un ufficiale ricoverato nella sua camerata, uno che era stato un campione di scherma e che si svegliava tutte le mattine all’alba, per non perdere l’allenamento. Diceva che oggi la chirurgia faceva miracoli e si allenava tutto il giorno con il suo moncherino. Quello che era stato ormai non contava più niente. Questo campione, l’ufficiale severo e fiero, capace di incutere un rispetto irresistibile e pieno di risentimento negli altri, ora era un pupazzo di cera trasparente e fragile, sempre sul punto si spezzarsi. E c’era un americano, uno che era venuto qui per vedere la guerra e scriverne, che non riusciva più a parlare, stava tutto il giorno a letto e guardava il vuoto come se cercasse di capire, di ricordare come si fa a parlare. Ma non c’era niente da ricordare. E c’era un altro, uno che dormiva tutto il tempo, e che dicevano che era ridotto come una pianta. E un altro ancora che, invece, piangeva sempre e a volte urlava come se fosse preso dagli incubi mentre era sveglio.
Soldati perduti; uomini perduti: nessuno di loro ce l’avrebbe fatta. E Serra, malgrado il caparbio sforzo quotidiano per guarire, poteva vedere in questi uomini che neanche lui ce l’avrebbe fatta. Ogni giorno vedeva il proprio fallimento, la propria irrimediabile, assoluta e definitiva sconfitta.
E poteva anche vedere che nessuno, nessuno di quelli usciti da questa schifosa guerra, fosse o meno finito dentro un sanatorio, poteva fare altro che andare incontro alla propria sconfitta: che questa nebbia, questo male, si era impossessata di tutti e tutto. E che non c’era nessuna volontà individuale capace di guarire da tutto questo; nessun medicamento e nessun medico. Non c’era un luogo in cui tornare, un passato a cui rivolgersi: tutto era finito. Era finita la guerra, e con essa tutto ciò che, chiunque vi avesse preso parte, era stato prima.
Tornare a quello che si era prima avrebbe significato cancellare questa schifosa guerra, fare in modo che non fosse mai avvenuta. Ma questo, fra tutti i miracoli, era quello più inimmaginabile.
E i miracoli non esistono: non esiste nessun miracolo.

 

*Estratto da “L’alfabeto delle stelle” di Massimiliano e Pier Paolo Di Mino, Castelvecchi editore © 2019 Lit Edizioni Srl. Per gentile concessione