Ostia! Romanzo di una periferia - Un'anteprima

Di seguito un'anteprima dal libro Ostia! Romanzo di una periferia, curato dal Territorio Narrante, un collettivo impegnato da tre anni nel raccontare il territorio a sud di Roma,attraverso eventi, produzioni culturali e raccolta della memoria orale.
Questo testo, scritto dal nostro Luca Moretti, venne pubblicato circa dieci anni fa su queste pagine, ora va a far parte della grande raccolta corale delle "voci" di Ostia.
Il libro verrà presentato in anteprima al Teatro del Lido venerdì 21 aprile dalle 19. Qui tutte le informazioni.

Ostia! Montaggio a Ponente 

#1
Ti laurei in Lettere col massimo dei voti, scendi le scalette della Sapienza con in mano un mazzo di garofani.
Non sei ancora uscito dall’università che già barcolli. Sei ubriaco.
Ti sei chiesto: “E mo che cazzo faccio?”. Vai a consegnare pizze a domicilio nell’attesa che una signora ancora in forma dopo aver spalancato la porta apra pure le gambe.
Tornato a casa ti masturbi. Sempre. Il cane ti osserva come se fossi matto. 
È così che i pensieri si fanno sempre più neri: l’affitto, le bollette, i croccantini. È così che ti viene in mente un’idea geniale.
C’è Alessia, è piccola e dolce come una compressa di Tavor. Ha il ventre piatto ed è su quel ventre piatto che cominci a fare brutti pensieri. 
Ti sei detto: “Faccio un cazzo di figlio, lo chiamo Antonio, occupo un lavatoio vista mare, a Ponente, di quelli rimasti ormai in disuso sopra questi palazzi di periferia e do un senso a questa vita”. 
Certo c’è di peggio. Ma i laureati in Lettere sono comunque una parte consistente dei nuovi poveri. Hanno semplicemente qualità mimetiche superiori, se li rivesti ti fanno pure fare bella figura, sono bestie da salotto. 
Insomma, dopo che ti sei laureato in Lettere torni in periferia, e visto che la signora in forma non si decide ad allargare le gambe ti vengono brutti pensieri e decidi che la risposta è tutta rinchiusa in un frullino, uno di quei frullini economici che vendono al supermercato, di quelli costruiti in Cina. 
Dici sempre di essere un artista del frullino, di riuscire a disegnare dei giochi pirotecnici di scintille che osservando questa periferia di sera, magari pure di sbieco, ti sembra di stare al Carnevale di Rio e questo pianerottolo del cazzo pare che si riempie di tette e culi. 
Frullino in mano e laurea in Lettere: la porta di ferro arrugginito del lavatoio viene giù che è una bellezza. La vecchia al piano di sotto ha già chiamato le guardie, ma la porta si è chiusa alle tue spalle, un catenaccio già ti protegge dall’esterno mentre Alessia guarda a Ponente, osserva il mare dal grande terrazzo con un omuncolo dal naso prominente che le cresce nello stomaco. 
Sei come un tumore maligno: ti riproduci che è una bellezza. 
Così reciti sempre: «La porta era aperta, non possiedo nulla, mi autodenuncio come occupante che mi sono rotto il cazzo di vendere pizze a domicilio che tanto una signora che mi allarga le gambe non la troverò mai». 
Il lavoro qui è come una signora che ti allarga le gambe. 
Non lo troverai mai. 
Passano i giorni e il lavatoio diventa sempre più bello, lo spazio abitabile cresce insieme alla pancia di Alessia, i vicini cominciano a farci il callo, aspetti un figlio e non ti può più cacciare nessuno. 
Hai appeso la tua laurea in Lettere al muro accanto a un Cristo e a un finestrone che si apre sul mare.
Lì, proprio in quel punto a ridosso del campo da calcio, un giorno hanno ucciso un Poeta.
Alessia guarda spesso fuori, pensa a come sarebbe stato se foste nati altrove. 
Lontano.

#2
Mariolino aveva quindici anni, er Piùma diciotto. Er Piùma lo chiamavano così perché era sempre il più matto. Se accendevi una sigaretta sul Trenino, er Piùma si accendeva una canna, se gli altri viaggiatori ti guardavano ar Piùma gli guardavano tutti la punta dei piedi. Metti che per scommessa dicevi che avresti percorso il Lungomare a tutta velocità, direzione Ponente, er Piùma si adoperava per rubare una macchina di grossa cilindrata e percorrere lo stesso tratto direzione Levante, magari superandoti, contromano, con una canna in bocca e il finestrino abbassato per salutare le macchine che lo evitavano.
Mariolino cor Piùma da alcuni giorni erano in lotta per i primati, se il Piùma si fotteva una ragazzetta, Mariolino ci provava con la madre, se er Piùma diceva un kilo, Mariolino tre de tutto.
Er Piùma e Mariolino s’erano messi sul muretto a osservare il tizio col Ducati appena entrato nel bar di Franco. Una moto così, da noi, non s’era mai vista. Aveva lasciato il motore accesso a riscaldare e ancora con il casco in mano prendeva graziosissimo un chinotto al bancone.
Er Piùma aveva detto la prendo io, Mariolino aveva detto la prendo io senza nemmeno levà il cavalletto, er Piùma aveva sbuffato seee su ‘na rota, Mariolino era saltato in sella come facesse il gioco della cavallina e con una sola tirata aveva raggiunto l’estremità della strada.
I pistoni del Ducati avevano sbattuto sulla testa come risvegliati da un sonno gelido, Franco aveva rovesciato il chinotto sulla tuta da motociclista del tizio, er Piùma rideva sotto i baffi.
….
Poi dalla parte opposta era arrivata una volante, no anzi due disse il Piùma.
Lentamente si accostarono sotto il muretto.
Mariolino lasciò la frizione dirigendo la moto verso le due volanti che s’erano appostate al centro della strada quasi a disegnare una freccia. Il Ducati mostrava prepotente il motore obliquo, Mariolino era completamente nascosto dalla moto che procedeva al massimo sulla sola ruota posteriore, il tizio venne via dal bar urlando.
Il Ducati passò come una lama tra le due volanti, il cavalletto toccò a terra, una buca e Mariolino finì col muso sull’asfalto.
Er Piùma sentenziò: se l’è fatta spegne!

#3
Come una lama. Er Piùma girava sempre con una lametta in bocca.
A te la cosa sembrava una cazzata e lui ti faceva un taglietto sulla faccia.
Non eri convinto.
E lui ti disegnava un gabbiano sulla schiena.
Solo allora ti convincevi e er Piùma si rimetteva la lametta in bocca.
Ti chiedevi come cazzo facesse a tenere una lametta in bocca senza tagliarsi.
Lui se la passava sulla lingua, apriva la bocca permettendoti di apprezzarne la lucentezza, senza una smorfia, col volto asciutto e serio, senza rigonfiamenti sulle guance.
Un giorno l’hanno perquisito ar Piùma.
E lui ti osservava spavaldo, la guardia in ginocchio e lui a giocare con la lametta sulla lingua, la guardia con le mani in tasca, rilassata dopo la perquisizione, e lui sempre con quella lametta, s’immaginava un lungo squarcio su quel gozzo infame.
O forse eri tu che lo immaginavi, ma che differenza fa?
La lametta non serve solo a offendere.
Lo sai anche tu.
Con la lametta ci gratta il muro, er Piùma, imbusta e vende falsi idilli ai fagiani come te. Con la lametta si fa tanti piccoli taglietti sul braccio, in genere la sera, prima di coricarsi. Così combatte l’ansia, la pelle frigge e riesce a riposare contando le scimmie che di corsa attraversano il letto.
Le scimmie.
Quelle tu non l’hai viste mai.
Sono più taglienti delle lamette der Piùma.
Con la lametta ci cucina er Piùma, la usa per impastare il liquido nel cucchiaio, talvolta si annerisce col calore dell’accendino, allora se la mette di nuovo in bocca, prende la mira e la sputa sul muro.
Il muro di cartongesso der Piùma è pieno di lamette sputate. Vi si appuntano come freccette.
Il muro e la lametta hanno un rapporto prelibato.
Cazzo ne sai tu che con le lamette ti ci sei sempre tagliato la barba o i peli del culo.
Er Piùma con la lametta ha segnato sul muro i giorni della sua prigionia, sette tagli
verticali a settimana e poi uno orizzontale a raccogliere il fascio di fieno.
Con la lametta un giorno er Piùma s’è fatto una banca.
Mica suona la lametta.
Tu non ci credi lui viene pure a casa tua, deve dimostrarti che non dice cazzate, ti fa vedere quanto è bravo.
Nelle lamette er Piùma si specchia, vede la sua infanzia sbiadita e la giovinezza che corre via prima che l’uomo s’impossessi del bambino. Su quella lametta er Piùma ha giurato fedeltà a una madre che non ha mai conosciuto e a una donna che l’ha lasciato troppo presto.
Er Piùma si specchia nella lametta ma un bagliore spesso l’acceca, è il sole che filtra dalla finestra a scacchi. Si specchia e pensa a quel bagliore, a quando era come te e le lamette non sapeva neanche cosa fossero.
Si specchia er Piùma e vede il sangue che gli cola dalla gola.
Un taglio perpendicolare, uno dei suoi lavori migliori.
La vita che fugge in un bagliore accecante.

#4
A Ponente un Cristo osserva queste scene da un quadretto appeso alla parete.
Un lumino, il filo elettrico lungo, la presa, dietro la presa l’intonaco consunto, i fili, sotto traccia, senza corrugato, l’impianto elettrico rotto, con uno stuzzicadenti che mantiene la corrente sempre attiva.
Poi, di qui, un altro filaccio elettrico attraversa un buco nello stipite della porta d’ingresso, raggiunge il pianerottolo, si conficca nel muro dell’ascensore e vi pesca elettricità gratuita per illuminare il quadretto.
OSTIA!
Lui giace sul letto, osserva il soffitto gonfio prima di dare un’altra lunga tirata. Alza la testa, tira e la bottiglia fa mille bolle producendo una musichetta triste che sembra seppellire le urla del bambino nell’ultima stanza.
La testa ricade sul materasso, gli strilli del bimbo non sono ancora finiti.
Il Cristo continua a osservare in silenzio.
Prova ad alzare nuovamente la testa, fuori c’è il sole ma poco importa, le serrande sono abbassate e la stanza s’è riempita di fumo.
Allunga la mano verso il pavimento, fruga sotto il letto, senza guardare, la bottiglietta è caduta ma è ancora integra, cerca tastoni il sasso, è umido ma buono per un’ultima tirata.
Un altro tiro e la testa piomba in un sonno amniotico, il bimbo strilla dentro di lui, si aprono le serrande e la luce entra prepotentemente a scaldare lo stomaco.
OSTIA!
La pancia gonfia è riversa al soffitto, le braccia e le gambe sono divaricate in direzione dei quattro angoli del letto. Giace così, supino, senza respirare, dopo aver scaraventato la bottiglia verso il quadretto.
Il Cristo ha smesso di osservare, il bimbo di urlare.
Giace così, supino, spirando l’ultimo soffio in direzione della finestra aperta. Giace così, morto, a quattro di spade.
Lui e il bimbo che stringe nello stomaco.

Luca Moretti