Contropassato - Marco Lupo

Dal rigore della febbre nascono immagini che si trasformano, che crescono fino a ricoprire muri e anni, che non perdonano nessuno perché nessuno ha colpa. Una lenta processione, diremmo. Una carovana, una fila indiana, un sequenza di stracci, ossa, miserie. Una malora in movimento. Esseri umani sulla tratta che conduce verso luoghi sconosciuti.

Intirizziti, bastonati dal gelo, assediati dalla fame e dalla paura. Non riconosciuti come ospiti. Fotografati lungo tappe sicure. Uomini coperti e ristorati si assicurano lo scatto che vincerà il primo premio. La fotografia di una coda, una lunga sequenza di piedi nudi nella neve, piedi che indossano infradito e ciabatte, piedi di donne e di uomini che aspettano il loro turno per toccare una scodella di zuppa fumante, nell’inverno europeo, nel giorno senza luce.

Uomini a petto nudo nel mattino gelido, l’acqua riscaldata in un barile carbonizzato dal fumo del fuoco, in piedi, con bottiglie di plastica riempite d’acqua calda, fanno le abluzioni davanti all’accampamento assiderato.
Uomini coperti, indossano piumini e scarponi, in fila per un ciotola di zuppa su una strada ghiacciata. Aspettano con le mani nelle tasche.
Uomini intorno a un fuoco, coperti con cappelli di lana e giacconi troppo grandi, si scaldano in un hangar abbandonato da decenni. Intorno a loro detriti, frantumaglie.
Uomini sul Danubio incrostato dal freddo, lastre di ghiaccio spuntano a centinaia di migliaia dalla superficie del fiume gelato. Belgrado è vicina.
Con il disgelo i boschi profumano di acero e di betulla. Le ginocchia puntate sulla terra umida, ai piedi di una corteccia millenaria, mentre poliziotti di confine immobilizzano un uomo che urla davanti alla sua famiglia.
Essere respinti in Bulgaria dalla Serbia può essere pericoloso. Torture, botte, pugni, frustate, sigarette spente sulla pelle infiammata. Rinchiusi in una stanza, con cinquanta corpi che non vedono una via d’uscita, che parlano lingue di paura, di tormento. Molti si nascondono negli angoli, tentano la carta dell’invisibilità. Vengono colpiti come gli altri.
Benvenuto in Europa, gli dicono nel grande magazzino dalle finestre inesistenti, il pavimento pieno di tracce di fuochi, di oggetti perduti e dimenticati.
Se non riesci a trovare posto in un campo per rifugiati, sei costretto a rischiare nella notte, al buio, in un paese che non conosci, con la temperatura che scende a meno tredici, sperando che i poliziotti che incontri per strada non abbiano avuto una brutta giornata, pregando di non essere espulso di nuovo in Bulgaria, o in Macedonia.
Uno scrittore pakistano ha immaginato un futuro di porte, di passaggi che permettono ingressi istantanei ovunque, sulla terra che popoliamo. Ha rimosso il viaggio, e le sue ragioni sono il sale dell’uomo, la speranza del Mensch, dell’essere umano che cerca risposte all’iniquo.
Per decenni l’uomo europeo si è posto una domanda che riteneva essenziale:
Dio esiste dopo Auschwitz? E se esiste, perché lo ha permesso?
L’uomo ha risposto con molte parole. Ha disegnato una linea che privilegia una fetta di mondo. Ha stabilito una gerarchia del dolore. Ha congegnato un recinto in cui le cose avvengono secondo un ordine irreversibile. Ha indossato i panni del dio e ha risposto a quella domanda con un’affermazione. Esiste qui. Negli altri recinti gli uomini si sono chiesti se Dio avesse partecipato ai massacri che avevano colpito i loro parenti. In alcuni casi Dio risultava colpevole, in altri indifferente.
Ignoriamo il dolore altrui finché non siamo costretti a provarlo, ad assorbirlo. E da quel momento il dolore è soltanto nostro. L’esperienza del dolore non sempre aiuta a comprendere gli altri. A volte crea una cesura, un’idea di unicità. Questo è il dolore, penso, nessun altro potrà capire.
A migliaia di chilometri da questa porta, a poche centinaia di chilometri, a meno di dieci chilometri di distanza, in un luogo talmente vicino a noi da rasentare il paradosso, qualcuno sta soffrendo moltissimo, per ragioni che non siamo in grado di comprendere.
Noi esistiamo nel presente? E se esistiamo, perché lo permettiamo?

Si pisciano addosso perché il freddo è veramente freddo.
Talmente freddo, stanotte, che mi sono pisciato addosso.
Anche io. Per un po’ ho sentito il calore tra le cosce, e questo va bene.
Si alzano dagli angoli di cemento attutito da cartoni e sgusciano dalle coperte che puzzano di fumo, di urina, di strade nere. Fumano una sigaretta in due, maledicendo il fumo che gorgoglia e apre abissi nelle pance, mentre il giorno aumenta l’intensità della luce bianca.

Il mare è pacifico, acque calme che osservano i monti e la linea delle scogliere. Un lungo arco di tempo, di secoli in cui queste isole greche non hanno vissuto nient’altro che vita da pescatori, pastori, agricoltori. Dal 2001 la costa è diventata un campo di macerie con dentro umani, esseri da salvare mentre le onde frugano tra i fondali e si schiantano sui porticcioli di pietra, sotto le case dipinte di bianco. Gli abitanti di queste città invisibili, minuscole, sono stati costretti a piangere maree nel tentivo di salvare gli umani arrivati con le barche rattoppate, con i gommoni che stanno per lasciare la forma solida, con il vento che urla tra le colline e spinge i corpi verso acque profonde. Capitani di lungo corso, volti come pietre e braccia solide, si lanciano ogni giorno lungo la linea che separa i vivi dai morti. Attraversano l’acqua salata mentre un coro di umani solleva sempre la stessa domanda e osserva i vivi, i morenti e i morti che prendono vita. Capitani che in un giorno di sole afferrano il corpo di un neonato e lo scuotono dai piedi, nudo come un pesce e gonfio di mare. Scuotono il corpo con i volti come pietre, e piangono ogni volta che il mare abbandona polmoni di cucciolo, mentre la pelle trema e le coperte scivolano sulle pietre del porto. Decine di donne e di uomini, di umani che vivono sull’isola sperduta tra le isole, si piegano ogni giorno sui corpi portati dai capitani. Sono soli nelle albe che si ripetono e salvano vite perché è l’ultimo gesto pieno di senso.

Pascoli della rispettabilità, scriveva lo scrittore cileno. Luoghi della coscienza aliena, posti in cui ci misuriamo con i nostri fantasmi e decidiamo di stare dalla parte asciutta della storia, dove il vento è soltanto un effetto speciale e la morte di un uomo una stanza da areare.
Strano e grottesco, l’effetto che hanno le storie di alcuni su chi le ascolta. Un uomo tornato dalla guerra, le gambe come fiammiferi e gli occhi che bruciano di febbre. Ha attraversato la taiga e percorso ottocento chilometri, vedendo morire migliaia di ragazzi come lui. Chi ascolta si immedesima, comprende l’assurdo accampato in ogni guerra e arriva a provare empatia per chi è tornato e sconforto per chi è caduto.
Forse dovremmo declinare meglio il verbo ascoltare. Farne abluzioni quotidiane. Estorcere a noi stessi la propaganda che modella il nostro sentire. Perché un uomo che torna dalla guerra nella primavera del 1945 è lo stesso uomo che vediamo all’entrata di un panificio.
Escludere, invece, cresce come verbo nelle aree di servizio che ci lasciamo alle spalle.
Nella Venezia di un Brodskij mai letto e mai amato o soltanto ignorato si impongono le voci di chi non è saltato nel canale, di chi ha parlato senza capire che il pugnale inflitto nella vita di un uomo – un uomo qualsiasi lasciato morire e inabissarsi – è uno sconfinamento dal pascolo degli ipocriti. In modo feroce, chi guardava ha scelto di fare un passo. Quell’immobilità è la carta d’imbarco per le nostre scelte. Se non saremo abbastanza veloci, se non riusciremo ad agire in tempo, non vogliatecene. Siamo soltanto all’inizio. Faremo ammenda e ci alleneremo.

Quindi accadono, sono accadute, accadranno. Cose terribili, eventi che comunicano con l’orrore. La scomparsa della testa di Goya. I quattro servi di Pompei morti con le ossa spezzate in una stanza di quattro metri quadri. La diossina ritrovata nel latte materno delle donne che abitano nel quartiere Tamburi, a Taranto. Il bambino nigeriano creduto uno stregone. Il bambino siriano arrivato morto sulla spiaggia di Bodrum. Le duecento donne rapite nella scuola di Chibok dal gruppo terroristico Boko Haram. Il terremoto che ci cambia la vita. L’onda che annienta ogni cosa. La guerra che ci scolpisce con quei volti ritratti da Goya nelle Pitture Nere, tragici e urlanti, sulle pareti di una casa abbattuta, triste come la condizione umana. Le migrazioni di massa. Le frontiere chiuse. Ancora migrazioni di massa. I mari sorvegliati. La lotta di una percentuale ridicola dell’umanità per salvaguardare il proprio ridicolo diritto al lusso, allo schifo. L’incapacità di visualizzare e immaginare un universo parallelo in cui il posto sul gommone è occupato da mio padre, da mia madre, da mio fratello. Il fatto che un dato inequivocabile (la maggioranza degli esseri umani che abitano la terra) sia costretto da un dato criminale (la minoranza che asserve e decide delle vite usate come lapis) non significa che i dati non possano condurre a una metamorfosi. Inoltre il crollo della parabola del perdono. Un perdono asciutto, essenziale, senza il quale non riusciremo a sopravvivere. Dovremo riprendere il filo cucito intorno alle storie degli ultimi trent’anni, e saremo già pieni, isterici, con le dita che cercano i capelli in modo meccanico. Parleremo di come donne e uomini che hanno visto le loro famiglie trucidate dai loro vicini di casa abbiano potuto perdonare. Di come una società apparentemente pacifica possa trasformarsi in un incubo segregazionista, xenofobo, sanguinario, rabbioso. Di come un essere umano possa affrontare questi tempi. Della differenza tra conoscenza e pregiudizio. Dell’importanza di sapere che cosa sta accadendo. Dell’intervallo, nelle nostre giornate, in cui forse potremmo accendere una luce, da qualche parte, nelle nostre case ancora integre, con il frigorifero pieno di birre e pappe pronte per i nostri figli, mentre la lavatrice smacchia le nostre mutande dalle secrezioni e dal sudore. Del momento in cui la luce è accesa, e siamo fermi in un silenzio che non è ieratico e che non c’entra niente con l’estasi e che ci dice qualcosa. Dell’ascoltare quel suono che nasce come un sibilo e che cresce con il calare del buio. Simile a un bollitore, forse, o al ruscello che scorre nei ricordi. E mentre ascoltiamo il suono crescente, sempre fermi, immobili sul tappeto che ci piace perché accoglie la pelle dei nostri piedi, ci chiediamo: saremo in grado di essere migliori?

 

Marco Lupo