Resistere e Risorgere: un incontro con Ascanio Celestini- Massimiliano e Pier Paolo Di Mino

Iniziamo la nostra stagione in piazza incontrando Ascanio Celestini per ragionare con lui sul suo “Pro Patria” e per cercare di dipanare insieme il filo rosso che ha unito diverse generazioni di italiani, dal Risorgimento fino alla lotta degli anni Settanta: il filo di un sogno romantico di giustizia e libertà tradito con costanza. È per noi l’occasione di fare il punto su un lavoro che portiamo avanti da tempo: e per rilanciarlo verso mete future. Parliamo del lavoro sui nostri tanti Risorgimenti: quello di Garibaldi, degli anarchici mazziniani di Fiume, della Resistenza, dei tanti ribelli in cerca di causa del passato secolo.

Un’opera che possiamo definire puntigliosa e metodica, e che si è moltiplicata in diverse pubblicazioni, che vanno dai saggi romanzati su Garibaldi e Pertini passando per  la malinconica ricostruzione di “Fiume di tenebra”; da “La Staffetta” di Massimiliano Di Mino e Lorenzo Iervolino alle cronache epiche e liriche de “Il senso del piombo” di Luca Moretti e de “La compagna P38” di Dario Morgante. Dovremmo aggiungere a questa lista anche un altro nostro lavoro, appartato solo all’apparenza: la sceneggiatura di “Fine pena mai” tratta dalla storia (vera) di un ragazzo degli anni Settanta (interpretato nella pellicola da Claudio Santamaria) il cui confuso sogno di libertà lo porta dritto a scontare la galera a vita. Ci sembra che l’insieme di questi nostri lavori siano sufficienti a suggerire la metafora di come la nostra storia si possa ridurre tragicamente alla più completa mortificazione del migliore istinto umano: quello alla ribellione in nome dei valori più alti della nostra cultura e civiltà.

Questa metafora, Celestini, al contrario di noi, la elabora in un solo racconto, dandoci la misura della nostra epopea frustrata attraverso una sola voce: quella di un ragazzo che ha vissuto in prima lineagli anni di piombo, oggi in carcere, in regime di 41 bis, che dialoga con allucinata coerenza con il padre di ogni nostra rivoluzione, Mazzini.

Ragionare su questa frustrazione; rieditare ancora una volta l’eterno “chi ha tradito?” dei momenti rivoluzionari della nostra storia, ha senso però solo per andare avanti. Insomma, per opporre alla costanza di un fallimento la costanza di un imperativo dell’anima: quello che ci impone di continuare a rischiare ancora questo fallimento per una giusta causa. Ragioneremo, insomma, ma con il cuore, impiegando la nostra più ampia immaginazione. Si tratterà non solo di far rivivere i nostri eroi e martiri, ma di ricostruire il senso delle parole che li portarono a vivere, a combattere, a morire, a fallire per noi.

Parole bellissime, come Risorgimento, come Resistenza. Parole che oggi devono essere più vive che mai. Questo torna oggi ad essere urgente, risorgere: come uomini prima, e poi come collettività. E per risorgere dobbiamo, prima di tutto, resistere, difendendo costi quel che costi la nostra identità e peculiarità (perfino quella vanità tutta umana di cui parlava Pasolini) che viene oggi assorbita e disintegrata dalla dittatura senza volto sotto cui viviamo, saldamente fondata sul nichilismo e sul fondamentalismo, quello di una teologia finanziaria che ci ha ridotto da uomini che parlano a uomini che numerano. Danno i numeri: come i matti. E l’uomo è numero (è psicopatico) quando non ha più parole.  A questo, allora, serve il racconto dei nostri padri, quelli che hanno fatto il Risorgimento e la Resistenza: a non svilire la nostra identità, la nostra storia.

Un’operazione però non solo di memoria, ma di raccordo con il presente, che viviamo attraverso il racconto popolare di ‘chi credeva’, di uomini che hanno prima sognato e poi lottato per realizzare i propri ideali. Dal risorgimento, dai suoi padri, fino al Secondo Risorgimento ovvero alla Resistenza e alla difesa strenua dei diritti più naturali infangati, questo racconto epico parla sempre di rivalse e coraggio, di uomini che hanno saputo alzare la testa e dire di no, di uomini che hanno imbracciato il fucile e si sono consegnati alla storia. Ci vogliono fare credere che non esistono più miti, e che questo termine sia sinonimo di favole; vogliono negarci il racconto più bello su chi eravamo e su chi ancora siamo, restituendoci l’immagine più tranquillizzante di un Paese fatto da uomini pii, di santi, poeti e navigatori. Ma i poeti sanno essere incendiari e creare inferni:  e i navigatori sanno accorrere in qualsivoglia parte del mondo in soccorso della libertà, salire sulle montagne e saper attendere il momento del riscatto, perché quando trattiamo il mito, quando lo lasciamo agire, stiamo dialogando con la parte più intima del nostro animo, con la sua forza e volontà.
Negare la nostra epica, ridurla a cosa vecchia e polverosa, è la ferità più grande inflittaci: non aver alcun filo con la nostra storia ha creato uno slegamento dalla realtà di cui a beneficiarne è solamente il potere: perché questa inarrestabile narrazione continua a parlarci sempre dell’eterna lotta tra oppressi ed oppressori.

E’ dovere di tutti, dunque, tenere in vita questo racconto dedicato a chi ha lottato e, avrebbe detto Pertini, ai giovani perché sappiano quanto costi “riconquistare”.

Massimiliano e Pier Paolo Di Mino

La presentazione di 'Pro Patria' di Ascanio Celestini è a Maldilibri, sabato 20 ottobre alle ore 17.00 presso la Biblioteca Goffredo Mameli a Roma in Via del Pigneto 22


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