Clean living under difficult circumstances: lo stile come forma di resistenza

In ricordo di Alessandro Marzi

“Se non riesco a inventare l’espediente alchimistico per trasformare questo fango in oro, sono perduto.”
Non è mod parlare dello stile mod, eppure ciò che nasconde la già a lungo discussa sottocultura è egregiamente raffigurato nell'estrapolazione dalla lettera del grande Federico all’adombrato amico Overbeck. Quasi avesse voluto dire: clean living under difficult circumstances, così come fece Pete Meaden, untore della frase che poi volle descrivere i modernisti negli anni a venire.

Una sottocultura: un gruppo di persone che, per rompere i legami con la cultura in cui si trova, attua uno stile di vita tale da distinguersi dal resto della popolazione. La distinzione dalla massa, oltre che nella sfera dell’esteriorità, interviene innanzitutto nei valori in cui credere e più in generale sulla visione del mondo o per meglio dire Weltanshauung. La sottocultura, allora, applicata a contesti diversi, diviene resistenza, lotta, sopravvivenza, sogno da esprimere e realizzare.
Ma non è una lezione di sottocultrura quella cui vogliamo partecipare, e per chi ne volesse, rimando al saggio di Dick Hebdige “Subculture: The Meaning of Style”, di cui credo sia stata pubblicata anche la traduzione italiana per l’editore Costa & Nolan.

Ho ereditato il primo scooter che avevo solo sei anni, mio nonno era morto, era una VNB mi sembra, e lui ci andava per campi, nel bauletto aveva una falce. Mio padre non ha mai sopportato mio nonno, io negli anni ho saputo restituirgli il piacere. Piazzò quella vespa in una vecchia cantina, tra una catasta di legna e sacchi di mangime. Di notte uscivo di casa, entravo in cantina e salivo cavalcioni. Non toccavo per terra e comunque la terra era troppo lontana dai miei sogni di bambino: la VNB era ferma ma i miei sogni acceleravano oltre la cantina, in quella prospettiva dorata che pensavo sarebbe stata l’età adulta.
Mio padre regalò quello scooter a un parente per fare spazio, io ero un po’ cresciuto e quel regalo sottratto al mio ruolo di legittimo erede mi fece molto male.
Alcuni anni dopo in quella cantina arrivò un altro scooter, una Special 50 che un mio cugino aveva dismesso, io toccavo quasi terra e la voce s’era un poco ingrossata da permettermi di relazionarmi con mio padre in maniera diversa. Non si sarebbe più fatto spazio in cantina.
Dopo la special fu la volta del PX e io nel frattempo ero riuscito ad accendere il motore, smontare dal cavalletto e raggiungere l’università in sella al mio scooter. Da quel PX sono numerosi gli scooter che ho stretto tra le gambe, sempre vespe o lambrette, sempre col rischio di rimanere a piedi, sempre con in testa un interrogativo tutto sommato insignificante: cosa mi spingeva a sottrarmi all’ozio delle moto di nuova generazione? Perché resistere? Perché volersi distinguere a tutti i costi? Io una risposta l’avevo, ma era immagine magmatica nella mia mente di adolescente.

sandroTornavo dall’università in sella ad una delle mie vespe, ero su un cavalcavia pieno di stronzi in fila al semaforo quando dallo specchietto retrovisore scorsi un tizio che mi seguiva su uno scooter simile al mio; girai a destra e quello mi seguiva, girai a sinistra e quello ancora lì: più acceleravo più mi stava dietro. Devo dire che a quei tempi non ero proprio un bravissimo ragazzo e il fatto che qualcuno mi seguisse mi lasciava più che una semplice perplessità. Mi fermai solo quando raggiunsi il vecchio muretto dove stazionavano i miei amici, spensi la vespa e inchiodai il cavalletto sull’asfalto malmesso.
Ora vediamo che cazzo vuole.
Si avvicinò, spense la vespa e prese a parlarmi: capii che non aveva nulla contro di me, i miei amici continuarono a scaldare il muretto con i loro sapienti sederi. Mi aveva seguito come si seguono i simili, mi aveva seguito come si seguono i diversi nel gregge degli uguali, mi aveva già visto alcuni giorni prima, e poi ancora, quindi s’era deciso a seguirmi per lasciarmi un bigliettino su cui vi era scritto il suo numero di telefono. Mi aveva seguito, aveva una decina di anni più di me e s’era deciso a trasformare quel magma in sostanza viva di un’idea ancestrale di stile.
Il suo nome era Alessandro Marzi.

In quel pan di spagna unto di crema solare eravamo veramente in pochi a distinguerci, eravamo inoltre discretamente trasversali a livello politico e questo, negli anni, ci ha creato non pochi problemi. Eravamo pochi, diversi, eppure convinti che la vita, tutto sommato, fosse una questione di stile.
So che il mio discorso potrebbe sembrar ragionare delle costole di D’Annunzio: un vezzo, una masturbazione, eppure mi confido che non è stato così, non per noi. So che in queste righe sto ancora spargendo alcol solo sui margini della ferita, nella speranza che quel vuoto che si è creato tra le carni si rimargini, so anche che è inutile, e che che prima o poi le lacrime arrivano.

In uno dei tanti giri feci ad Alessandro una domanda a bruciapelo: perché vai sempre e solo in vespa? Mi rispose candido: mettere in moto uno scooter degli anni sessanta significa mettere in moto la storia di tutte quelle persone che con quel mezzo hanno vissuto la loro vita. In quella semplice risposta era racchiuso un po’ il nostro mondo, il rifiuto a denti stretti per un certo tipo di progresso che continuava a decapitare la storia, lo stile, l’immaginifico all’altare della velocità, delle lucette luminose, della plastica. Avete mai visto svicolare uno degli scooter moderni, quelli di plastica che hanno forme simili a lunghi vibratori, li avete mai visti svicolare tra le macchine in centro cavalcati da tizi vestiti come manichini che indossano scarpe correttive con la H sopra? Avete visto le loro pose volgari e sconce, la maniera in cui siedono su quei sedili sbilenchi lasciando che il progresso glielo infili su per il culo? Alcuni, per migliorare la femminea posa, indossano anche dei gonnellini antifreddo. Sono inconsapevoli, nulla sanno di cosa nasconde la plastica che cavalcano, mai hanno provato a rimuoverla per vedere che forma ha il motore che li trasporta. Ecco, noi volevamo essere qualcosa di diverso: l’iconografia dello spostamento, del mezzo, dell’abito, del sound, del dire e del fare, era materia stessa della decadenza del mondo contemporaneo, bastava uno scooter a portarci fuori da quello scempio.
Negli anni poi, scoprii anche un’altra cosa, la più importante: quel mondo, quello stile di vita, per Alessandro era qualcosa di più, era divenuta la modalità ardita di respingere il deterioramento delle carni, la maniera migliore per combattere un male altrimenti incurabile.

In realtà l’alcol comincia a colare sulla ferita, va da sé, e forse tutte le informazioni che ho appena reso non sono poi così importanti: di sottocultura e scooterismo sono pieni i libri, non ho in realtà nulla da aggiungere; semplicemente mi fa meno male ricordare Alessandro partendo da come ci siamo conosciuti, dalla cocciutaggine che ci accomunava e dalla passione che ci univa e che poi, inevitabilmente, ci portò a condividere amore per molte altre cose.

Più di un mese fa ho ricevuto questo messaggio da un amico su facebook: “Ciao Luca, Bruno. Mi dispiace ma, se non l'hai saputo in altro modo, mi é stato chiesto di avvertirti. Oggi Sandro é andato. Non ce l'ha fatta più. Mi dispiace se l'hai saputo da me e così, ma non ho il tuo numero ed è stato l’unico modo che mi é venuto in mente......”

Ho aspettato più di un mese per medicare questa ferita e ancora oggi faccio molta fatica, ricordare Alessandro Marzi mi costa molto. Gli amici si vivono, si vendicano, non si ricordano. Eppure sento di doverlo fare per dare il mio piccolo contributo affinché non vada perso tutto quello che, nella sua travagliata vita, ci ha lasciato in eredità. Mi perdonerete allora se mi sono lasciato prendere la mano dai ricordi personali, se mi sono unto i calzari prima di attraversare il fuoco cocente.

Sul suo sito web personale si legge: “Alessandro Marzi: Mod & Scooterist, Guitarist & Drummer. 15 years cancer survivor.”
Ecco, Alessandro ha rappresentato, negli ultimi 15 anni, soprattutto nel web, la memoria storica e immaginifica dello scootersimo e della sottocultura mod. La sua passione e il suo male, come facce di una stessa carta di vita, sono andate a passo pari. L’ultima volta che ho incontrato sua moglie Monica, alcuni giorni fa - una donna con una forza che non ho saputo, nei miei ricordi, riscontrare in nessuna altra - ci chiedevamo come riordinare la mole immane di informazioni che Alessandro ci ha lasciato: report fotografici, scritti, pensieri, musica. In realtà ci sono anche altre cose, degli scritti che Alessandro mi inviò, le memorie della sua malattia, una storia durissima, voleva farci un libro ma non se ne fece nulla. Credo però che quel desiderio di lasciare una speranza di resistenza a chi rimaneva, soprattutto a chi si era imbattuto in una malattia come la sua, sia stato egregiamente espresso da Fabrizio Ulisse nel documentario breve: Una storia Italiana. D’altro canto anche il suo sito personale era divenuto, negli ultimi mesi, il diario di una sofferenza, la lotta dell’uomo contro un male incurabile.

Alessandro ha percorso l’Italia su uno scooter, lo ha fatto portando con sé il peso di una malattia, che sapeva, prima o poi, lo avrebbe ucciso, lo ha fatto insegnandomi che bisogna resistere, sempre, fino all’ultimo giorno. Questa è stata la più grande lezione di stile che ho ricevuto da lui. Non bisogna arrendersi, mai. Clean living under difficult circumstances.
E’ stato grazie ai suoi insegnamenti che ho saputo negli anni discernere sottocultura e impegno politico, amore per gli scooter e vezzo estetico, abito e monaci.
Con Alessandro assistemmo all’ultimo momento di coesione extrapolitica dell’ambiente scooterista all’Elba, mi pare fosse il 2007, e poi insieme facemmo un lungo scooterrun attorno al Gran Sasso, intorno alla mia terra d’origine, anche in quel caso la sua lungimiranza seppe illuminami sullo scempio, che di lì a poco, si sarebbe consumato nella Statale 17, presso la Piana di Navelli.

L’amore di Alessandro per la musica, gli scooter, i viaggi e un certo modo di vedere le cose, non è stato solo figlio legittimo di una scelta di vita etica ed estetica, ma anche resistenza attiva a un male che lo stava divorando.

A lui devo molto, devo le amicizie che erano sue e che dopo il nostro incontro mi ha lasciato in dono, a lui devo la lunga collaborazione con Strada Sociale, la cooperativa per cui lavorava e in cui poi organizzammo il corso di scrittura creativa da cui derivò un testo sconosciuto ai più ma irripetibile. A lui devo l’immaginario e la musica di molti dei miei libri, il progetto Riverbero che cominciammo insieme e che poi fummo costretti ad amputare per il peggiorare delle sue condizioni di salute. A lui deve molto anche lo scooterismo: ci ha insegnato che vale più un panino tra amici che i pranzi prepagati dei Vespa Club, che dietro l’evanescenza di una sottocultura, dietro il luccichio degli stemmi, delle marche, del roboare dei motori, dietro lo stile, c’è l’idea, il concetto, l’uomo che resiste alla decadenza.
A lui dobbiamo uno dei migliori archivi fotografici sullo scooterismo degli ultimi quindici anni.
A lui e a Fabrizio Ulisse dobbiamo la realizzazione di "Scooter Style", uno dei pochi docufilm professionali sullo scooterismo italiano.

A lui e a sua moglie Monica devo molto, devo l’idea di resistenza, hanno saputo estrapolarla dall’asfissia dei manifesti e degli slogan per applicarla ad un contesto realissimo e duro di una malattia che, alla fine, li ha divisi, ma che fino all’ultimo giorno li ha tenuti uniti e li ha fatti gridare.

Forse non sono la persona giusta per ricordare Alessandro, mentre scrivo piango e mi rendo conto di essere troppo compromesso, e non è bastato un mese a placare un vuoto che rimarrà incolmabile per me e per tutti quelli che monteranno uno scooter guardando il cielo.

Ciao Sandro. Keep the faith!

Luca Moretti

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