L’estasi del supporto e la moltitudine volgare – Luca Moretti

Dal prosciutto agli e-book. Venticinquesimo Salone del libro: una lettura propedeutica all’orgia torinese.

La signora è incastrata fra tre banconi chiusi a ferro di cavallo, dietro di lei un furgone malconcio che, un tempo, doveva essere stato di colore bianco. Indossa un vestito a bottoni lacero, è in sovrappeso, avanti con gli anni, ma mostra tutta la sua femminilità di massaia e venditrice. Non si può percepire l’odore di lei, il bancone che la divide dai clienti è ricolmo di baccalà stagionato e capperi salati: montagne di baccalà e capperi che bisogna mettersi in punta di piedi per apprezzare appieno i movimenti sinuosi sul coscio di maiale.
Affetta il prosciutto come se stesse carezzando il culo di un infante, è l’unica donna, l’unica italiana, l’unica a lavorare in silenzio in questo mercato.

Più in là s’intravedono gli altri banchi: la frutta degli egiziani, i cingalesi con il banco degli abiti firmati, l’indiano che vende cornici, i cinesi con gli accessori per l’I-phone e il cileno che parla napoletano e vende biancheria intima per donna. Sai che è cileno perché sono anni che vive qui, non serve far riferimento ai suoi occhi schiacciati o alla carnagione olivastra: se ascoltassi le sue urla a occhi chiusi, penseresti che viene da Forcella, tra l’altro il suo furgone è targato NA, quindi avresti tutte le ragioni a dire che si tratta di un italiano, ancora di più, di un partenopeo.
Strillano tutti in quel mercato, tutti tranne la signora, troppo sicura dei suoi gesti, nulla da aggiungere con la volgarità delle parole; tutti tranne la signora e un bengalese che sta nell’estremità ovest, arroccato dietro una montagna di libri.

Prima il banco dei libri non c’era, è lì da poche settimane, è una nuova silenziosa presenza nel vociare compulsivo del mercato, un silenzio che attrae, che spinge a fare numerose congetture preliminari. Il bengalese non urla perché educato, il bengalese non urla perché nuovo e deve attendere qualche settimana prima che la sua voce possa attestarsi in quel quadro babelico composto ed efficace che è il mercato di periferia. Il bengalese non strilla, perché ancora troppo lontano dalla sostanza del suo banco. Questo mi viene da pensare, avvicinandomi.
Sono banchi nuovi, ricolmi di libri, sono cresciuti come funghi all’interno dei mercati rionali, agli angoli delle strade, nelle fiere, hanno sostituito e divorato i vecchi banchi di libri usati, i banchi che vendevano vinili e copie di almanacchi introvabili, banchi che, anni fa, non avresti mai potuto trovare in un mercato come questo.

Nei prossimi giorni andrò a Torino, c’è il Salone del libro, devo spicciare alcune faccende e poi, al solito, tornerò con la valigia ricolma di libri. Mi capita sempre la stessa cosa: parto con una trentina di copie e la valigia relativamente leggera e torno con la valigia piena e la carta di credito bloccata.
A questo penso e intanto frugo nella montagna di libri a tre euro del bengalese. Frugo e trovo, frugo e vedo, frugo e mi stupisco.
Accanto all’immancabile biografia di Mussolini incollata dalla “casa editrice” nostalgica di Cesena, tra una guida sugli “Orti casalinghi” e le migliori osterie di Monza, scopro che su quel banco, così come sui numerosi altri banchi sparsi per l’Italia, sono finiti dei libri che prima non c’erano.
Potrei citare quasi tutte le major dell’editoria italiana, mi limito ai testi che ricordo di aver visto, a quelli che ho comprato, a quelli che più hanno colpito la mia immaginazione. Parte del catalogo recentissimo di Fanucci, quasi tutti i romanzi di Joe R. Lansdale, uno dei miei preferiti, soprattutto quando ero più giovane, compro tutto quello che trovo, compro per poi regalare.
Ci sono hardcover a tre euro, capisco che il silenzio del bengalese è dovuto a un segreto, se tutti sapessero che un romanzo che in libreria paghi anche venti euro qui lo puoi comprare nuovo, con tutta la fascetta promozionale, a soli tre euro, questo banco verrebbe assaltato. E intanto la gente continua a osservare la signora che affetta il prosciutto: cercano di scavalcare l’odore del baccalà per frugare in quello di lei, nei segreti che deve nascondere sotto quel camicione da massaia. Al banco del bengalese sono solo, lo guardo e sorrido, mi sorride, ci siamo intesi, ha capito che è bene non strillare.
Continuo a frugare, allontano alcune copie di "Frankenstein" pubblicato non so da chi e mi capitano in mano diversi libri che credevo fossero bestseller: un Camilleri a tre euro, diversi romanzi editi da Sellerio, un saggio sulla morte dell’ispettore capo di polizia Raciti, un romanzo un po’ appiccicato sugli anni di piombo edito da Piemme, un saggio su Aldo Moro uscito per Mondadori e, addirittura, l’esordio di un giovane che ho letto, alcuni giorni fa in una delle volgarissime discussioni da social media in cui spesso incappo, essere uno degli autori oggi meglio pagati.
Il bengalese riempie la busta e pago, mentre pago rifletto. Molti di questi libri sono libri che prima avrei pagato cinque o sei volte di più in libreria, sono libri che mi sarei aspettato di trovare in vetrina o su uno scaffale bene in vista, sono i libri cui, in sintesi, deputavo il funzionamento dell’editoria contemporanea, la salvezza di molti editori. E invece ora sono qui, ammucchiati sul banco del bengalese silenzioso.

Tornato a casa con la gioia di chi ha concluso un vero affare, prendo a coltivare la mia libreria; negli anni, grazie alla complicità dei magazzini Ikea, si è ingrandita, dallo studio ha invaso il corridoio: moduli di similcartone firmati “Billy” si sono sovrapposti, pronti ad accogliere il peso dei libri, delle frustrazioni, di una maggiore comprensione e spavalderia del sé, della polvere. Sistemo i nuovi acquisti e ragiono sull’accaduto. Che senso ha ormai andare in libreria se, almeno in parte, posso trovare gli stessi titoli sul banco del bengalese? Che senso ha andare a Torino, in quell’orgia esultante di editori, quando poi, senza tanta fatica, potrò trovare gli stessi editori festanti sul banco silenzioso del mercato sotto casa?
Cosa sta succedendo all’editoria, perché anche i titoli di successo finiscono sui banchi a due e tre euro? Perché la signora del prosciutto non si sbottona un po’ e inverte il banco del baccalà con quello dei pomodori secchi il cui odore è meno pungente?

Io un ragionamento l’ho fatto. Ho pensato al caso Kodak. Il caso Kodak è uno dei casi aziendali più discussi dell’ultimo decennio. Kodak ha inventato il rullino, l’ha commercializzato in maniera aggressiva e ha speculato su quel supporto per mezzo secolo. Poi il supporto è morto, qualcuno deve aver pure avvisato i dirigenti Kodak che in breve si sarebbero fatte foto da telefonini a trenta euro e che i rullini non sarebbero più interessati a nessuno. Quelli della Kodak hanno evitato in maniera inspiegabile tale discussione. La Kodak, checché ne dica la foto sorridente di Edgar Klein Obbink, amministratore delegato del ramo italiano d’azienda, è fallita. Punto.

Ecco, analizzando la questione da questo punto di vista, ho pensato che le grandi case editrici si stanno preparando in maniera strategica all’arrivo massificato degli e-book in Italia; sì, già ci sono, ma se analizziamo un vagone della metro B di Roma, in corsa dalla stazione di Magliana a quella di Termini, il rapporto libro di carta / e-book, è ancora di dieci a uno, consumiamo ancora una percentuale minima di e-book (tra l’1 e il 2,3 % dati Nielsen). Ho pensato che questi signori, seppur ancora straniti sulla via da intraprendere, hanno inaugurato tutti la vendita degli e-book online e, parallelamente, hanno iniziato a svuotare i magazzini da pesi cartacei che col tempo potrebbero diventare fatali.
La questione degli e-book è interessante e complessa, le grandi catene sembrano averla analizzata solo dal lato commerciale utilizzando il semplice binomio: “smetto di vendere carta, vendo file”.
La presenza di Amazon al Lingotto rischia invece di monopolizzare l'attenzione dell’intero Salone. Quella tra i colossi dell’e-commerce e gli editori tradizionali sembra una guerra maldestramente dissimulata da questi ultimi che alternano dichiarazioni di diffidenza a redditizi contratti commerciali. Intanto tre multinazionali pettinatissime (da ieri Google affianca le già esistenti Amazon e Apple) si ergono a liberatrici del settore, professano la guerra al gatekeeping, raccontano una verità mutilata: non dicono che a presidiare il mercato online sono ancora meno incumbent rispetto al mercato editoriale tradizionale: recinti chiusi, in cui si cerca di tenere legato il consumatore (gatekeeping).
Gli e-book, aprono numerosi scenari di interesse. Il primo, senza meno, riguarda il discorso del digitale puro: che fine faranno le librerie e le biblioteche, che fine faranno gli stessi fatturati da favola dei soliti incumbent dell’editoria italiana quando anche i peer to peer si accorgeranno in maniera massiva dell’esistenza degli e-book? Avverrà lo stesso strappo che si è avuto col cinema e la musica?
In secondo luogo, quale sarà il supporto precipuo di questa rivoluzione, l’epub o altri formati, chi vincerà Google, Amazon o Apple?
Quali migliorie e quali strade nuove si aprono nella narrazione con la retroilluminazione dei tablet rispetto ai reader non retroilluminati?
I primi potrebbero permettere di aggiungere livelli narrativi diversi a un testo, si potrebbe passare da un segmento narrativo a un altro un po’ come si faceva un tempo con i "libri game", la retroilluminazione e i software potrebbero collegare immagini, musica e filmati al testo, il testo diverrebbe definitivamente ipertesto.
La retroilluminazione sembra essere la partita aperta di questo settore: Bezos, CEO di Amazon, che rappresenta il produttore più grande di reader non retroilluminati (Kindle), giura che leggere su supporto retroilluminato è stancante e nocivo, miglia lontano dalla riposante pagina dei vecchi libri. Come dargli torto visto che produce reader non retroilluminati?
Come ci raffronteremo con il cambiamento del supporto noi che pubblichiamo libri in copyleft? Riusciremo a fare sharing delle nostre opere con la stessa dimestichezza cui siamo usi o diverremo anche noi (TerraNullius ndr) vittime di quella “pirateria” alla cui crescita abbiamo consapevolmente contribuito?
Come cambieranno le riviste come TerraNullius con l’avvento degli e-book?
Infine: in che modo i programmi di impaginazione come Calibre cambieranno il self-publishing visto che tutti saranno in grado di impaginare e mettere in vendita la propria opera?
I quesiti sono tanti e diversi, necessiterebbero tutti di essere approfonditi, ma l’avvento degli e-book mi sembra una buona risposta alla domanda che mi sono fatto principiando: cosa succede all’editoria, perché il bengalese sorride e vende bestseller a tre euro?

L’altra risposta che provo a darmi, banale ma altrettanto vera, è che, in maniera molto semplice, l’editoria, come molte catene produttive dell’occidente "furbacchiotto", sia fallita. Questo risponde anche a un altro quesito rispetto a dei titoli, non molti in verità, che rimangono comunque bestseller da libreria. Menziono Fabio Volo perché è il più osteggiato dagli intellettuali, è l’esempio più banale, e banale mi sembra la risposta. In tempo di crisi, l’azienda si chiude sul suo core business, il Popolo, travagliato, cede al core business dell’azienda e compra: entri in libreria e acquisti il libro dalla pila, perché sta nella pila, perché così ti ha ordinato l’ufficio marketing di quell’azienda, perchè su quel business è impiegata tutta la forza residua di quell’azienda, perché in tasca hai soldi per comprare solo un libro e in testa tanti pensieri che compri il primo che ti viene indicato. Tutti gli altri titoli finiscono sul banco del bengalese.
Invero, questa seconda ipotesi è un pochino più triste, penso a tanti giovani autori, gli stessi che alimentano le volgari discussioni sui social media, coloro i quali sostengono di lavorare per questa o quella casa editrice, solo perché con questa o quella casa editrice è in corso di pubblicazione il loro romanzo, penso a questi disoccupati, so che in breve tempo, da lavoratori dell’editoria, da scrittori, cominceranno a definirsi precari, in barba all’operaio con figli, al tappezziere con mutuo e allo studente lavoratore fuori sede. Mi chiedo cosa ne faremo di questa moltitudine volgare e sognante, come insegneremo loro la fatica. Dove, in sostanza, li infiliamo per levarceli dai coglioni.

Sono queste le uniche due risposte che sono riuscito a darmi mentre chiudo un trolley con dentro i libri che porterò a Torino. Sono risposte corsive, che lasciano l’amaro in bocca di un discorso incompiuto. Ma, può compiersi un discorso nato tra una signora attempata che affetta il prosciutto e un bengalese silenzioso e sorridente che vende bestseller in un mercato di periferia?

Mi rimane l’estasi del supporto, colleziono libri come ho sempre collezionato vinili: libri, vinili e polvere. Il caso Kodak potrebbe allora essere sostituito dal caso Polaroid: c’è guerra in rete per accaparrarsi una Polaroid funzionante, una macchina che stampando nell’immediato consegna immediato godimento a chi la usa.
Resta l’estasi del supporto, e una montagna di libri e polvere nella mia libreria dei magazzini Ikea, mi assicurano che anche in tempi di uragano, con le serrande abbassate, non rimarrò mai solo.

Luca Moretti

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