Intellettuali 2.0, l'esistenza finzionale - Luca Moretti

Spoiler: Quasi un’ammissione di colpa, suggestioni non esaustive, spunti ironici che meriterebbero un discorso più articolato e completo. 2.0, tant’è...


Un tempo, gli intellettuali, i più fortunati, oziavano al sorridere del nuovo giorno aprendo la finestra e affacciandosi assonnati su un panorama. Poco importa se fosse un fiume, una prateria, una piazza in guerra o in festa, era realtà, era visione, era tangibile, aveva ripercussioni reali sul risveglio.


Di chi, poi, non aveva neanche la possibilità di affacciarsi a quella finestra perché parte del paesaggio esterno, del Popolo, unto e untore del paesaggio stesso, moto e motore della Storia, non voglio dire anche solo per cura della memoria.

Oggi quei cortili, quelle finestre, quelle piazze, non ci sono più. Gli intellettuali: siano essi scrittori, liberi pensatori, filosofi, poeti, artigiani o imbianchini d’accatto, non usano più affacciarsi alle finestre al mattino o ritrovarsi nelle piazze.
Accendono uno schermo, lo fanno al mattino per la prima volta, hanno poi cura di portarsi appresso questa mirabile creatura che li divide dalla realtà circostante per tutta la durata della giornata. Essa si tramuta in telefono, in tablet, in pc portatile. Siamo eternamente connessi, eternamente asserragliati dietro a uno schermo che ci divide dal mondo esterno. Il mondo puzza, è risaputo, aprire le finestre, andare per le piazze, non è più una cosa degna. Degno è il supporto, ciò che divide, l’asfittico, l’immagine riflessa, “bigger than life” dissero per il precedente mostruoso, ma ormai disarmato e compianto cinema.

I social network sembrano essere i colpevoli primari di questo distacco dal reale. Asserragliamoci dunque dietro uno schermo e chiediamoci: cosa caratterizza questi nuovi media?
Le ricercatrici statunitensi Danah Boyd e Nicole Ellison, sostengono che a caratterizzare un social network sono banalmente tre caratteristiche: 1. la presenza di uno spazio in cui l’utente può costruire ed esibire un proprio profilo; 2. la possibilità di creare una lista di altri utenti con cui è possibile entrare in contatto e comunicare; 3. la possibilità di analizzare le caratteristiche della propria rete, in particolare le connessioni degli altri utenti.
I social network sono, quindi, una delle forme più evolute di comunicazione in rete, un tentativo, neanche troppo bislacco, di violare la “Regola dei Centocinquanta” o “numero di Dunbar”, il quale afferma che le dimensioni di una rete sociale in grado di sostenere relazioni stabili sono limitate a circa 150 membri.

Se volessimo analizzare a livello di marketing i social network, senza entrare nel merito dei diversi logotipi, potremmo dire che essi si presentano come delle piazze virtuali aperte, dove (quasi) tutti possono comunicare con (quasi) tutti . Questo spiega la corsa delle imprese, siano esse multinazionali o aziende a carattere locale, a iscriversi e a creare profili e pagine di promozione. E’ una piazza appunto, anche se non vuoi, probabilmente qualcuno sta già parlando di te e della tua attività. Quindi, “è meglio essere presenti”, sembrano avvertire Zuckerberg & co.
Insomma i social network sono l’ultima abbuffata dell’umanità, l’ultimo stadio comunicativo dell’uomo, l’ultimo palcoscenico dalle apparenze democratiche e popolari con cui, in questi anni, l’umanità si sta confrontando.

E se ormai il mondo è irrimediabilmente 2.0: chi sono i nuovi intellettuali che in tale piazza si muovono?
Sono quelli che ti chiedono di mettere “mi piace” alla loro pagina personale anche se non sai neanche chi sono. Sono quelli che ti invitano alla loro performance a Messina anche se sanno che abiti a Bolzano. Sono quelli che ti iscrivono, senza il tuo consenso, al loro gruppo in cui si disquisisce solo di cose intellettuali che non si capisce un cazzo. Sono quelli che citano poeti della beat generation con nomi da barboncino, che si fingono alcolizzati e drogati, che mettono nelle info dei loro profili dei lavori improbabili tipo: consulente editoriale, ufficio stampa freelance oppure “scrittore”. Appunto: “scrittore”, ma che cazzo di lavoro è?
Sono loro, gli intellettuali 2.0. Immancabilmente mettono un'immagine di profilo in cui leggono un libro, deve essere sfocata però, sono nuovi animali sociali che passano l'intera giornata a pensare al “post perfetto” quello che ingenererà più “mi piace”.

I “mi piace” sono l’ultima frontiera della masturbazione intellettuale: gratificano l’ego e conquistano la platea. Anzi, a quanto pare, i “mi piace”, sono divenuti merce in vendita, diversi quotidiani negli ultimi giorni riportano l’acquisto da parte di alcune “personalità” di “fan” in blocco, di ditini accondiscendenti e prezzolati. Ma l’azione rivoluzionaria degli intellettuali 2.0 non si ferma alla mera affermazione di sé, che è migliore di te, e quindi denigratoria, denigratoria del “te” (fan) che metti “mi piace”, questi signori commentano e "mipiacciono" solo intellettuali più intellettuali di loro, creano una scala gerarchica invisibile: sono, in sintesi, dei leccaculo.

Spesso gli intellettuali 2.0 si dedicano alla fotografia, è infatti nell’iconografico che hanno la loro migliore resa. In genere le immagini che pubblicano seguono più o meno dei filoni convenzionali che potremmo raggruppare nei seguenti: 1. foto di intellettuale con sigaretta pendente dal labbro, 2. foto mezza nuda con faccia intellettuale (le donne, in gergo vengono definite "poser"), 3. foto di reading senza che si veda il pubblico, perchè il pubblico sta sul web, quello fisico non c’è, e comunque non serve visto che non può mettere “mi piace”; 4. foto di filosofo greco sconosciuto ai più che demarca spessore, 5. foto di Saviano con commento negativo sotto, 6. foto di rivista su cui sono comparsi, 7. foto di Bukowski ubriaco carezzante vulva di meretrice datata, 8. foto di tumulti di piazza rubati da profilo altrui.

Questo ultimo caso è esemplare e ci porta ad analizzare il passaggio dal “militante” al “solidale” generato dal web 2.0: prima l’intellettuale scendeva in piazza e si sporcava le mani, oggi pubblica le foto perché è “solidale” e questo basta. La piazza puzza, è risaputo, la piazza è, per questo, scomparsa: uno schermo illuminato, come uno scudo perfetto, ci proteggerà ora e per sempre dal mondo esterno.
Nonostante il valore “finzionale” di tale atteggiamento, che avvicina molto i social network alla letteratura, la mancanza di quei panorami, di quei cortili, di quelle piazze, di quelle, seppur sparute, 150 persone reali della regola di Dunbar, fatte di carne ed ossa, sembra essere la forza ma anche il limite più grande di questa circostanza virtuale. L’impegno politico e sociale, il movimento, la fatica, la memoria, pur provenendo dagli argomenti sani del sentire, sono diventati un’immagine sbiadita e appiccicata, qualcosa di molto simile alle cartoline turistiche.

La comunicazione, la condivisione dei saperi, sono momenti fondamentali della crescita umana, ma sganciati dalla realtà tangibile, dalle piazze, diventano atteggiamenti di facciata, finzionali. E’ per esempio importante condividere una foto di una manifestazione, un volantino, l’immagine che ritrae un sopruso, è importante che quell’immagine circoli, che la gente sappia com’è andata, che se ne riporti memoria. Ma la condivisione dell’immagine diviene inutile se rimaniamo a rimirarla dietro uno schermo senza avere più il coraggio di scendere nelle strade per verificarne l’autenticità, per prendere parte, anche solo per un attimo, a quel quadro perfetto che è l’umanità quando sospira.