Giordano Bruno e il buco in mezzo alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma - Pier Paolo Di Mino

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Fra le più belle parole avute in possesso della nostra lingua per evocare l’anima certamente spicca “forma”. L’anima è ciò che dà la forma: è la forma. È nella forma delle cose che troviamo la loro anima, il loro senso e destino. Un tempo, quando sapevamo usare questa parola, era più facile, non a caso, guardare in faccia la realtà. O, quanto meno, guardare la faccia delle cose era preferito ad essere guardati su facebook. L’immaginale è scaduto a immaginario, questo si sa. Eppure per sapere chi siamo, ancora oggi ci è d’obbligo usare gli occhi per contemplare le forme.

Non ultimo, certo, le forme per eccellenza, quelle che da sempre l’uomo crea allo scopo di rivelare la nostra anima: quelle dell’arte, insomma. Mi viene in mente, solo a titolo d’esempio, l’incremento di visite museali registrato in Ungheria subito dopo il crollo del blocco sovietico. I popoli, specie nella loro decadenza o nelle grandi catastrofi, vanno a cercarsi nei loro monumenti e nelle loro pinacoteche. E quando vogliamo conoscere un paese straniero, lo andiamo a stanare nelle sue collezioni museali più importanti.

Così, se volessimo veramente vedere in faccia cos’è l’Italia; l’Italia dopo venti anni di Trimalcione al potere, catechizzata con successo dagli astrologi e buffoni di corte alla metafisica priapea, bene, dovremmo puntare il dito sul suo cuore simbolico, la Roma piena di tesori d’arte, e poi di nuovo al centro, verso Villa Borghese, sulla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, una delle collezioni di arte moderna più belle d’Europa. Una collezione che è la goduria grassa: dai macchiaioli agli impressionisti, dai simbolisti ai dadaisti, e i realisti, e i paesaggisti, e la scuola romana e via fino alla soglie del contemporaneo. Utopie e fatiche quotidiane. I sogni che hanno fatto la nostra realtà. Da ragazzi, quelli della mia età, qui hanno trovato un tempio, vi assicuro, dove vi prendevate la possibilità miracolosa di perdervi per quelle grandi sale che puzzavano di religione, piene di ombre e luci, con gli occhi che vi saltavano fuori dalle orbite e il cuore che vi si cuoceva lento a bagnomaria.
Potevate guardare in faccia tutto questo, e dirvi: questa è l’Italia, il paese dei miracoli, del Rinascimento e del Risorgimento. Questo è nel suo fondo. Questa la sua anima, e quindi il suo destino.
Oggi , invece, possiamo al massimo dire: questo dovrebbe essere il suo destino. Perché certo non lo è.
E va bene: l’anima, tanto è più grande, tanto più viene attratta dal piccolo e dal meschino. E qui entra Trimalcione con tutta la sua corte; e l’anima, come una Justine, deve conoscere i suoi supplizi. I supplizi che noi italiani ormai dovremmo conoscere bene, e che per un’intera generazione coincidono con l’impedimento alla realizzazione del proprio destino.
Una visita oggi alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma può rendere edotti tutti sul carattere e la forma, e quindi la cocente realtà, di questo impedimento, quello di un’intera generazione ridotta a essere “bamboccia” e”sfigata”, costretta a vivere nel grottesco, e nel vuoto esistenziale. Andiamo con ordine: prima costretta ad essere “bamboccia” e “sfigata” e, quindi, di conseguenza, lasciata cadere nel vuoto.
È un disegno impeccabile, che possiamo ritrovare nel nuovo allestimento della Galleria.
E certo, perché qui, oggi, signori e signore, possiamo vedere con i nostri occhi in quale modo la nostra anima, così ricca, è stata presa e imbellettata. Il vecchio tempio, ora, sembra una vecchia signora travestita da soubrette stile “Drive In”, con un po’ di trucco stucchevole e un veloce e superficiale lifting. E possiamo immaginare le magagne strutturali sotto quel cerone pesante. Così possiamo riconoscerci oggi, al primo sguardo: ridicoli. Come la “nostra” Galleria, oggi siamo ridicoli.
Ma andiamo avanti.
Andiamo avanti, perché il ridicolo corrisponde a una pochezza. Una pochezza chiamata “percorsi didattici”, ossia quell’ordinato e disciplinato parlare facile facile come si farebbe ai bambini di tre anni, ai “bambocci”, e ai cretini e agli “sfigati”, a cui ci siamo ridotti. È comprensibile, l’anima e le sue immagini fanno paura. Le immagini sono le vere iconoclaste. Le immagini chiamano la barbarie dell’iconoclastia. Ed eccola qui questa barbarie, perpetrata eliminando capolavori troppo difficili, selezionando, riducendo a poco, e ordinando tutto in una spiegazione non richiesta e da poco.
È chiaro? Siamo ridicoli come una vecchia rifatta, perché (inevitabile polarità tra “senex” e “puer”, direbbe uno junghiano) siamo dei bambocci a cui dire cosa pensare di due quadri: due, e non più di due, per non impicciarvi la testa.
E adesso precipitiamo nel vuoto. Valiamo poco, e ce lo meritiamo.  Siamo in una sala centrale della Galleria. Al centro di  questa sala, per la precisione. Al centro del centro, giustamente. Qui troviamo, oggi, due grossi pannelli che sembrano due paraventi. Che lo sono, e che servono infatti a nascondere vergognosamente un vuoto. Quello lasciato dalla statua di Giordano Bruno. Qui c’era la statua di Giordano Bruno, quando questa Galleria era un tempio. Ora, che non lo è più, via il Nolano.
È qui sta il nostro vuoto. Il vuoto che è stato prodotto in ogni italiano elidendo il suo Rinascimento e il suo Risorgimento.  Il Rinascimento di Giordano Bruno, ultimo mago platonico, ultimo grande utopista cattolico, in fuga dalla modernità razionalista del protestantesimo a cui il papato si arrendeva mettendolo a morte. Ed il Risorgimento di Giordano Bruno, del suo libero pensiero e del suo coraggio contro il sopruso.
Qui sta il nostro vuoto: nell’impossibilità di vedere con gli occhi che il nostro paese non è il paese di Trimalcione, quello che ci ha reso ridicoli, infantili e vuoti, ma è il paese dell’utopia platonica, dell’arte elevata a filosofia e della filosofia elevata a vita, della migliore e più risplendente cattolicità, del libero pensiero e del coraggio e della vera libertà.
Immergetevi in questo ridicolo, lasciatevi offendere e dare dei cretini, e sprofondate in quel vuoto. Visitate la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Lasciatevi graffiare l’orgoglio. L’anima, oggi più che mai, ha bisogno di ribollire.

Pier Paolo Di Mino