Santi, eroi & Scrittori - Victor Hugo. Eroe.

Victor Hugo si getta con foga e ardore nell’esistenza del suo tempo. L'attività letteraria insieme all'impegno politico e alla difesa dei diritti civili sono le armi che adopera per difendere i suoi ideali di giustizia, libertà e uguaglianza, ideali che sente irrinunciabili per ogni essere umano e per i quali è disposto a pagare, esponendosi sempre in prima persona. L'aperta opposizione all’ascesa di Napoleone III e al suo regime autoritario lo spingono, con grande coraggio, insieme ad alcuni compagni repubblicani, ad organizzare un'insurrezione di poche migliaia di uomini, ma la disparità tra le forze dei ribelli e la controffensiva dei trentamila soldati mobilitati per schiacciare la rivolta determinano l'esito di questa sua battaglia: la sconfitta e la conferma del despota gli fanno allora preferire l’esilio volontario dalla sua patria, che lo terrà lontano per ben vent’anni. Anche in esilio, tuttavia, il suo atteggiamento rimane lo stesso: appena approdato nell’isola di Jersey scatena un putiferio per salvare un condannato a morte, tenta invano di ottenere la grazia per quell’uomo, appellandosi prima direttamente al viceconsole del posto, e poi al ministro degli interni britannico, Lord Palmerston. Scatena tante e tali polemiche che rischia seriamente di essere espulso dall’isola.

Da questi pochi episodi, vediamo subito che Hugo ha davvero la stoffa dell’eroe, tuttavia non è esattamente per queste imprese che voglio ricordarlo: Hugo ha la stoffa dell’eroe, è vero, però qui voglio raccontarvi quello che so io su di lui, così come l’ho scoperto.

Da molti anni lavoro in un museo, uno di quelli importanti, con tante sale piene di opere di pittori sacri, quelli che si studiano nei manuali ufficiali di storia dell'arte. Un giorno, girando in uno di quei settori che restano sempre chiusi al pubblico per mancanza di personale, fui attratta da una piccola opera, un disegno a matita colorata, tracciato su cartoncino nero. Si trattava di un cadavre-exquis (un gioco surrealista molto divertente), realizzato da quattro diversi giocatori. Infatti nella didascalia del quadro potevo leggere i seguenti nomi: A. Breton, N. Eluard, P. Eluard e, chiudeva la fila, un misteriosissimo V. Hugo. Quelle iniziali mi incuriosirono subito: come potevano riferirsi all’autore de I miserabili?
Di Hugo, mi ricordavo, avevo letto qualcosa molti anni prima, si trattava de L’uomo che ride. Era una storia delirante, densa e oscura: ricordavo una confusa epifania di immagini fantastiche, un’atmosfera tragica e ridondante, un destino fatto di grandi onde, mari sempre in tempesta, scogli vertiginosi, architetture lugubri, fumo, mistero, e in questo delirio si aggiravano inquietanti personaggi usciti dagli inferi, perversi e accaniti persecutori di un’umanità più umile e reietta, umiliata e tuttavia angelica. Questo è stato il mio primo incontro con lo scrittore. Poi ci perdemmo di vista. Fino al cadavre-exquis.
Indagando sulle misteriose iniziali del disegno, scoprii qualcosa di molto interessante su di lui, qualcosa che forse non tutti sanno: Victor Hugo fu anche un pittore. Anche se, in effetti, quel cadavre-exquis non l’aveva mica disegnato lui. Peccato!
Quella firma era di Valentine Hugo, moglie di Jean Hugo (pronipote del famoso Victor), la quale fu amica intima di Breton e militò nelle file degli artisti surrealisti. A Victor Hugo, invece, appartenevano i disegni che Valentine mostrò a Breton e alla sua cerchia di amici. E di questi disegni Breton si occupò molto, scrivendone, considerandoli tra i prodromi dei procedimenti surrealisti.
Dunque, Hugo pittore: profilo impetuoso e originale. Fu la sua pittura (forse ancor più della sua scrittura!) a svelarmi fino in fondo la natura dell’eroe. Ora vi spiego il perché.

Hugo disegna fin da giovane, si tratta soprattutto di schizzi, perlopiù paesaggi eseguiti durante i suoi viaggi. Ma è soprattutto per intrattenere i figli piccoli che comincia a produrre tutta una serie di disegni: inventa personaggi buffi e caricaturali, ma si diverte anche a sperimentare, a far ritagli, a incollare e a fare macchie. Tuttavia, la prima parte della vita di Hugo è presa soprattutto dalla letteratura e dall’impegno politico, così il disegno è relegato in un angolo, rimane sempre e solo un piacevole passatempo.
Con l’inizio dell’esilio le cose però cambiano: la vita improvvisamente si stringe intorno alla famiglia e a qualche amico, il tumulto politico e quello letterario di Parigi sono lontani; Hugo durante il giorno fa lunghe passeggiate sugli scogli dove raccoglie e colleziona sassi, la sera, con alcuni amici fidati, si interessa di spiritismo. È a questo punto che la pittura diventa per lui un primario strumento d’indagine e di lavoro.
Suo figlio Charles racconta che ‹‹Dopo aver sistemato sul tavolo la carta, la penna e l’inchiostro Victor Hugo si siede e, senza alcuno schizzo preparatorio, apparentemente senza alcuna idea di partenza, eccolo disegnare con mano straordinariamente sicura non l’insieme del paesaggio, ma un suo dettaglio qualsiasi. Inizierà la foresta da un ramo d’albero, la città da un frontone, il frontone da una rosa dei venti, e a poco a poco l’intera composizione emergerà dal biancore del foglio […]. Dopodiché il disegnatore chiederà una tazza e completerà il suo paesaggio con un acquazzone di caffè››. Il suo amico Burty ci avverte che ‹‹Tutti i mezzi sono buoni per lui: il fondo di una tazza di caffè versato su un foglio di carta vergatina o il fondo di un calamaio versato su carta da lettere, distribuiti con il dito, tamponati con una spugna, lasciati asciugare, ripassati poi con una penna a punta grossa o fine, rielaborati con lavature a gouache o color vermiglio, contrastati di blu, lumeggiati in oro››. E il nipote Georges sostiene che ‹‹Versava l’inchiostro a caso, premendo la penna d’oca che scricchiolava e schizzava getti come razzi. Poi plasmava, per così dire, la macchia nera che si trasformava in castello, foresta, lago profondo o cielo minaccioso; bagnava delicatamente con le labbra la barba della penna e ne faceva uscire una nuvola donde cadeva la pioggia sulla carta umida, oppure se ne serviva per indicare con precisione le nebbie che offuscano l’orizzonte. Terminava allora con un fiammifero di legno e disegnava delicati dettagli architettonici, ricamando ogive, assegnando una smorfia a un doccione, diroccando una torre […]››.
Ritagli, stampini di carta, pezzi di stoffa, colature, frottage, grattage: utilizzando i mezzi e gli strumenti scoperti giocando con i suoi figli, Hugo dà vita a nuovi paesaggi fantastici, visionari, estremi; altre volte i soggetti e gli scenari restano intenzionalmente più vaghi e indefiniti (oggi parleremmo di astrattismo); poi ci sono le istallazioni e gli assemblaggi con materiali diversi, le pietre che, prese durante le passeggiate sugli scogli dell’isola, diventano vere e proprie opere firmate. Spesso alcune opere sono addirittura semplicemente la sua firma, come ‹‹alcuni disegni››, racconta Émile Verhaeren, ‹‹sbarrati dalla tirannica firma, non esistono che grazie a essa, violenta, tragica, simile a una minaccia divina››.
Insomma Hugo inventa Dada settantacinque anni prima di Dada!
Nella sua pittura ci sono già tutti i procedimenti dell’avanguardia storica: il collage, il ready-made, la contaminazione, l’automatismo, la dissacrazione. E tuttavia non è per fare l’artista d’avanguardia che Hugo abbandona strumenti più tradizionali come il cavalletto, la tela e i colori a olio! Non è per realizzare una rivoluzione artistica che Hugo gioca, mischiando i materiali più disparati insieme al caso. Tutto questo proprio non gli interessa: Victor Hugo non gioca a fare pittura moderna, anzi, neanche si considerava un pittore! O meglio la sua pittura si colloca altrove. Il suo gioco è di gran lunga più serio e più pericoloso di quello inventato dalla pittura d’avanguardia: quello che veramente gli interessa è dare voce alla misteriosa bocca d’ombra, come un umile intercessore, trascrivendo un dettato magico e allucinatorio. Insomma, quello che Hugo si propone è molto più temerario: la discesa agli inferi!
Per realizzare questo obbiettivo non si deve necessariamente essere pittori o scrittori (anzi, Dante si stupisce di aver intrapreso il suo viaggio malgrado fosse solo un poeta!), per intraprendere questo viaggio spaventoso è necessario essere eroi. Hugo, novello Odisseo, si incammina sulla strada impervia dell’Ade, nelle sue tenebre più profonde. E non può portare con sé oggetti ingombranti, scomodi e poco maneggevoli: ecco perché abbandona il cavalletto, la tela, i pennelli, la scatola dei colori a olio con tutto il suo armamentario di tavolozze, tamponi e solventi. Hugo discende portando con sé le uniche armi possibili: un po’ di carta, una penna, un po’ d’inchiostro, cose maneggevoli che gli permettono di muoversi meglio nell’oscurità più profonda, di mettersi all’ascolto, di usare un altro tipo di vista.
Credetemi, quello che dico è la pura verità: Hugo fu un eroe durante tutta la sua esistenza, ma visse appieno l’avventura mitica, questa temeraria discesa agli inferi, solo nel momento più tragico della sua vita, durante l’esilio, periodo in cui l’isolamento quasi totale e il ripiegamento su sé stesso gli permisero di togliere tempo a ben più terrene imprese!

 

Bibliografia:

J. J. Lebel, M. L. Prevost, L.C. Feffer-Périn (a cura di), Victor Hugo pittore, (catalogo della mostra, Venezia, Galleria d’Arte Moderna Ca’ Pesaro, 13 marzo – 23 maggio 1993), Edizioni Gabriele Mazzotta, (Milano, 1993).

Per i disegni di Victor Hugo guarda: http://bittleston.com/artists/victor_hugo/

 

Testo e illustrazione di Veronica Leffe