Rulforama - Cento anni con Juan Rulfo

Il 16 maggio 1917 a Sayula, Messico, nasceva Juan Nepomuceno Carlos Pérez Rulfo Vizcaíno, noto al suo secolo con il nome di Juan Rulfo. Oggi che il primo secolo di Rulfo trasmigra in un secolo nuovo, TerraNullius gli rende omaggio. Per molti di noi Rulfo è stato lo zio che ci raccontava storie crudeli e fatti inspiegabili, con voce quieta e precisa di fantasma. Ci raccontava la sfortuna e il caso; la miseria: l'imprecazione della miseria, il silenzio della miseria, gli occhi neri e svegli della miseria, la vita del suo tempo. A Rulfo, per diventare uno scrittore decisivo, sono bastati due libri e un centinaio di fotografie. Da quel mazzo di fotografie, scattate soprattutto in Messico, abbiamo scelto nove scatti, ai margini dei quali abbiamo provato a raccontare i nostri nove Juan Rulfo e a portarli, come attraverso una linea d'ombra, dal loro primo secolo al secolo che verrà.

 

Riesco a sentirle anche quando non possono più parlare, mi giurano una fine peggiore della loro, invocano un dio che prenda nota delle mie stoltezze, chiedono la mia vergogna e solo alla fine, alcune, cercano la mia pietà. Ma io non ho alcun titolo per offrire loro misericordia, ma questo le donne non lo capiscono, quando gli ripulisco il volto e metto loro le mani conserte hanno ancora fiato per un’ultima imprecazione. Gli uomini sono diversi, più comprensivi, docili come solo i morti sanno essere, e quando gli ficco la punta del coltello in bocca alla ricerca di rari denti d’oro e gli svuoto le tasche sembra mi sorridano, sanno che prendo solo quello che a loro non serve più, allora io li ringrazio e gli calzo il cappello sugli occhi e gli rimbocco la camicia dentro i calzoni. Poteva capitare a me, ma oggi è successo a loro. Tutto esplode e tutto finisce, di continuo; gli uomini lo capiscono, le donne no, ma io ho la stessa parola per tutti: Ti vinse solo il fato. È un meccanismo o un gioco se volete e non se ne esce, non ho tempo di studiare tutto l’architrave, a me basta sapere che ci sia, io non ho mai voluto figurare al centro della scena, eppure so che esiste un centro, da fuori si notano molte più cose, tipo la fugacità del tutto e che non ci è mai stata offerta una scelta, solo fuori riesci a vedere le fiamme, dentro solo il fumo, il nero. Io non ho nemici se non il mondo intero, devo pensare a districarmi nella trama della tela e non ho interesse a conoscere la natura del ragno, macerie e miserie sono dell’uomo e anche ora che ha ripreso a bruciare tutto non saremo salvati dall’ombra della cattedrale.

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Le tre bambine apparvero nello spiazzo della stazione di posta e Anastasio sollevò la falda del cappello che aveva calato sugli occhi per ripararsi dal sole di mezzogiorno. Erano state sputate fuori dalla macchia della pianura. Venivano dal nulla. Anastasio fece girare lo sguardo tutto intorno. Non c’era traccia di anima viva, a parte loro e un avvoltoio che veniva dalle montagne caracollando nell’aria. Quattro giorni di pioggia erano bastati a riempire il fiume di fango e a rendere torride le notti. Si alzò dallo sgabello e uscì dalla veranda di paglia della stazione. Dov’è vostro padre?, chiese rivolto alla bambina più grande. Morto di febbre, rispose lei. Vostra madre? È impazzita, due anni fa. Si è impiccata a un albero. Anastasio si tolse il cappello, tirò fuori dalla tasca un fazzoletto e si asciugò il sudore sul collo. Da dove venite?, chiese. La bambina più grande indicò un punto verso le montagne. Dobbiamo andare in città, disse ancora la bambina. Anastasio non disse niente. Si limitò a guardare quelle tre piccole apparizioni, una per una. Sembravano statuine di limo. Potete pagare?, chiese alla fine Anastasio, pur conoscendo già la risposta. Il sole cadeva a picco sulle loro teste e le acque del fiume emanavano bagliori ingannevoli di pirite. Avete sete? Le bambine annuirono. Anastasio fece loro cenno di seguirlo sotto la tettoia, poi entrò nella stazione e tornò con una caraffa di acqua e limone e tre bicchieri. Le osservò bere la limonata a sorsi minuscoli. Erano uccellini disorientati dalla piena. Due ore dopo le mise sulla barca di Ernesto che andava in città a fare provviste. Era stato allora che il forestiero era uscito tremante sulla soglia. Era arrivato poco prima che le piogge si scatenassero e aveva chiesto una stanza. Adesso, nel pomeriggio che bruciava, il volto del forestiero era del colore del mal di fiume. La macchina fotografica gli pendeva appesa al collo come un ornamento funebre.

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«Maledetta la polvere e la sete che l’accompagna».
«Manuela vieni via».
«Farò quel che vuoi, giuro, ma fammelo trovare. Dio, in fretta. Ti supplico, non lasciarmi qui».
Quelle donne non potevano trattenersi di più e Manuela ne scorgeva ormai solo le gonne ampie.
Prima di partire, Sergio le aveva detto che sarebbe andato a riprenderla e, per stringere quel giuramento, aveva sfilato dalla tasca una treccia di capelli di donna. Erano quelli recisi della madre perché, da uomo, conservasse sempre la forza e il profumo di casa. Lui ne aveva scelti con cura nove. Li aveva intrecciati insieme a tre cordini di cuoio e li aveva annodati al polso di Manuela, stretti perché non li perdesse.
Dopo giorni di cammino, quel drappello di donne aveva potuto finalmente lavare i vestiti, riempire le taniche e divertirsi a fare il bagno. Ma nell’acqua il cuoio diventò un laccio ruvido e gonfio. Il pegno d’amore s’era trasformato in una morsa. Infilati i vestiti e quasi pronta per andare, provò a dare respiro al polso tumefatto infilandoci un dito a forza e muovendolo un po’. «Quando hai sete il corpo si gonfia» aveva sentenziato la vecchia che l’accompagnava da un capo all’altro di quel viaggio. E di colpo il nodo si ruppe. Il bracciale le saltò via. «È un cattivo presagio, vieni via».
Bocconi, si fermò a cercare dove l’aveva visto scivolare e, da quel giorno, le madri misero in guardia le figlie contro le promesse d’amore, ricordando le spalle di Manuela e la sua nuca scoperta dal vento.

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Justino guardò il padre, Juvencio, per l’ultima volta. Lo sotterrò lontano dalla piantagione di mais, nella terra inaridita, mentre il colore della notte dimenticava tutto. Digli che non mi ammazzino, erano state le sue ultime parole. Lo avevano colpito ovunque, trapassandogli la testa. Gli aveva nascosto il capo in un sacco di tela e lo aveva portato con il mulo, scendendo e risalendo i crinali, lungo la ferrovia che tagliava l’orizzonte in due spicchi infiniti, fino alla fine del mondo, fino alla notte immobile.
Molti anni dopo, ormai padre di dodici figli, Justino chiuse gli occhi al riparo dal sole e ricordò lo sguardo, la polvere sugli stivali, l’odore della pelle macerata, l’alito che risaliva impestato dall’alcol e dalla paura. Morì nel sonno.
In quei giorni il regista Roberto Gavaldon stava girando La escondida, un film ambientato negli anni della rivoluzione messicana. I figli di Justino prepararono la veglia al padre e il funerale avvenne mentre una troupe venuta dalla capitale stava lavorando a una scena del lungometraggio. Juan Rulfo, che aveva raccontato la fine di Juvencio in un racconto pubblicato tre anni prima, fotografò le comparse travestite da zapatisti, il ferro invecchiato del vagone, l’attrice che si prepara alla scena, il macchinista (in camicia a quadri e berretto) che controlla gli ultimi dettagli.
Al funerale di Justino Nava la casa di famiglia fu trasformata in un tempio. Le donne recitarono il rosario nella sala piena. I figli si ubriacarono fino al mattino.

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Laura l’afferrò per il polso, e sentire le ossa appuntite sotto le sue dita (poi l’intero corpo minuscolo di lei bloccarsi) le infiammò le guance, togliendole le parole dalla testa, dalle labbra. Veronika si voltò a guardarla con gli occhi neri, mostrando sotto le candide maniche a sbalzo la pelle bruna.
«Puoi sederti qui» le disse.
Per Laura era stato il primo atto di coraggio della sua vita. O forse doveva essere ritenuto il secondo, dopo aver seppellito Gastòn l’estate precedente, in quella buca scavata dai gemelli con le unghie. Eppure (poteva ancora giurarlo, pensandoci oggi) non le era stato difficile, stringere l’appendice sottile di quel fantasma silenzioso, il primo giorno del secondo anno di scuola a Jalisco.
«Puoi sederti qui, se vuoi» le disse e Veronika rimase a guardarla, con il braccio sospeso, per lunghi secondi, sentendo se stessa solo nel cerchio di pelle in contatto con le dita di lei.
Adesso la casa era tornata silenziosa, c’era giusto qualcuno che barcollava in giardino ridendo a gran voce come Pedro Juan, ma non poteva essere lui. Tra i bicchieri ancora pieni e quelli vuoti e riversi in terra, e i posacenere adagiati con perizia sotto le poltrone, Veronika si muoveva con la piccola Inés in spalla, senza quasi toccare i tappeti con i piedi nudi. Non si erano viste per tutto l’inverno. Laura le aveva detto che sarebbe andata a vivere nel DF, ma non che avrebbe sposato Pedro Juan. Veronika lavorava ancora in quella scuola per i figli dei contadini. Laura glielo aveva chiesto. Oppure quello era stato solo il modo, senza dirselo a parole, di confermare la distanza. Perché, ora che ci pensava, il lavoro con cui dava da mangiare a Inés era qualcosa di inaccettabile per lei, qualcosa che asciugava il sangue, impolverava il respiro. Qualcosa, tra le tante, di cui ormai non parlavano più.

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L'uomo si alza dall'amaca e appoggia i gomiti sulla balaustra. La casa è una palafitta da dividere in diciannove, con delle carrucole rimediate in cantiere e attaccate alle finestre. Il tetto è coperto da un telo verde. Durante la stagione dei monsoni, quando il golfo di Cambay si riempie di pioggia, il telo si tende, e il vento lo gonfia di un suono che all'uomo ricorda il sibilo dei treni che andavano a Ciudad Juárez. Un sibilo per ogni binario, un confine da attraversare per ogni binario morto. Un morto per ogni proiettile. Sorride, l'uomo, in fondo non ha mai visto quei treni che da Città del Messico hanno trascinato il nonno in Texas e lui, due generazioni dopo, nei moli indiani di Alang. Non l'ha mai visto ma è stato lo stesso treno a portarlo dove spariscono le navi, dove scompaiono gli uomini. È sempre lo stesso treno. Alle cinque di mattina la baia è già piena di vermi bigattini. Come la mosca carnaria infesta di larve le carcasse in putrefazione, il padrone, ogni giorno, scarica migliaia di operai su enormi imbarcazioni da smantellare. È un lavoro di sottrazione, di cui resta soltanto la ruggine nei polmoni. Migliaia di operai da tutta l'Asia, una nave per ogni solco sulla sabbia. Centinaia di morti per ogni incidente. Quando una petroliera compare all'improvviso alzando onde di tre metri, l'impasto di nebbia ed esalazioni viene tagliato in due dalla prua, finché la sabbia molle non ne rallenta la corsa costringendola di traverso. C'è sempre nebbia sulla spiaggia di Alang, c'è sempre una nave. Ma tutto accade altrove, o è già accaduto, qui restano soltanto i vermi che non si vedono.

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Il sogno è molto complicato, anche se è ambientato in una giornata piena di sole. Forse è estate. Un’estate molto calda. Normalmente, tutto sarebbe non meno estenuante che delizioso. Normalmente, in una giornata estiva come questa si rimane a casa, in veranda, a spiare la strada desolata, bevendo uno sciroppo di orzata, con gli occhi che faticano a rimanere aperti. C’è chi profitta dello stordimento di questi momenti di calmìa abbacinante per stringere lo sguardo sulla striscia dell’orizzonte sbiancato. In una giornata come questa, infatti, non è disdicevole impegnarsi in un esercizio come quello di fare progetti o pigre congetture sul proprio avvenire ancora lontano. Però, forse, dico questo perché molto probabilmente nel sogno sono ancora un ragazzo. Diciamo sui tredici o quattordici anni. Perché, mi domando infatti, sono in questa specie di tempio greco caduto a pezzi sotto il peso della storia, o dell’inerzia, che poi sono la stessa cosa? La risposta a un certo punto mi sembra ovvia, ma non riesco a formularla. È allora che Juan Rulfo mi guarda e sorride. Mi rendo conto che Rulfo fino a quel momento non aveva fatto altro che parlare. Aveva detto cose come: la vita delle immagini. Aveva detto cose come: l’ombra umida di un orfanatrofio abbandonato di notte. Aveva detto cose come: la pianura in fiamme. Forse, questo sogno è ambientato in una gita scolastica e Rulfo è il mio insegnante e ora si arrabbierà con me perché sono stato distratto tutto il tempo. Però, la cosa che davvero mi terrorizza è che non vedo altri studenti. Perché sono solo?, mi chiedo quasi in lacrime. Perché, mi risponde Rulfo, è solo dalla propria solitudine che tutto il pensare, di nascosto, parla al pensare che verrà dopo o che è stato prima.

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Fu come scrivere in corsivo e far leva su quelle ombre, sugli uomini inconsapevoli di sostenere un’inquadratura perfetta, dal basso, di essere cornice.
E Maria guardava, un ciuffo di capelli le cadeva sulla fronte allentando la sua compostezza e lei, dall’alto, guardava. Uno scatto che non era all’altezza dei nostri occhi, uno scatto dal basso per descrivere un’enorme interezza, quasi un monumento, una chiesa, un colosso.
La gente diceva che Maria non era mai nata, che avevano inventato quel nome per scrivere le storie: era la protagonista di tutti i romanzi del mondo, era la vita e la morte. Maria era il Sud, il melodramma, la nazione e la rivoluzione: la soluzione estrema tra i vizi della metropoli e la purezza dello sconfinato mondo rurale. Un’eroina compromessa, come un cavallo zoppo che continua elegante il galoppo, una creatura sprezzante che piange felice.
La gente diceva che Maria non si era mai innamorata, qualcuno l’aveva vista piangere, un giorno, in una chiesa di montagna con in braccio il figlio del peccato. Maria era la donna più bella del mondo e in quella chiesa piangeva i suoi matrimoni e i suoi amanti: quei versi che erano sulla bocca di tutti. Maria Bonita era la povertà e la ricchezza, le bombe inesplose della guerra lontana, un amore fraterno e un figlio nato senza desiderio.
Maria era il peccato, era la lingua che aveva frugato tra i segreti di Frida Kahlo e la disperazione di Diego Rivera. Maria era un collier di Cartier, due coccodrilli e più di mille diamanti lucenti. Maria un giorno venne a Roma, la fotografarono anche allora e il Colosseo alle sue spalle per un attimo sembrò scomparire; incontrò il Papa. Le fragili montature degli occhiali di Pio XII tremarono e le lenti si appannarono.
Maria morì il giorno stesso del suo compleanno, tutti accorsero al palazzo di Bellas Artes per salutare la donna, molti sollevarono all’aria quella foto in cui la distanza dall’obiettivo era sprezzante e calcolata, la dignità ribelle che conosceva il potere della bellezza.
Si può fotografare un colosso solo dal basso per catturarlo nella sua interezza: Rulfo dovette inginocchiarsi per immortalare Maria, mentre quella guardava, strappando gli ultimi scampoli della sicurezza di un uomo.

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Stanca per la corsa (senza rendersene conto aveva superato il confine della zona proibita), ora era ferma, immobile, ai piedi di un albero strabiliante, aspettando solo di riacchiappare quello sciocco di Arturo, il suo bel pappagallino verde.
Arturo era abituato a uscire dalla gabbia solo per fare piccoli voli nella cameretta. Le saltellava sul palmo della mano dalla quale, a volte, si sporgeva fino a becchettarle le labbra, come un innamorato. Ma quel pomeriggio, buttandosi sul pavimento e trovando la porta aperta, era volato via. Ragazzina impulsiva, s’era data a inseguirlo senza pensarci, giù per le scale, standogli dietro fino al patio e poi, senza perderlo di vista, continuando a rincorrerlo per tutto il parco che, smisurato, circondava la casa. All’altezza del vecchio roseto era quasi riuscita a prenderlo, ma quello con un guizzo veloce era scappato ancora, andando a posarsi poco più in là, sul ramo di un albero eccezionale. Da lì continuava a guardarla, il capino piegato da un lato, l’aspettava per proseguire il gioco e lei, senza pensarci troppo, aveva scavalcato il cancello di un recinto sconosciuto. Al primo lampo tonante però, mentre l’uccello scappava lontano, lei era rimasta lì come paralizzata. Ipnotizzata da tanta bellezza, guardava il dio che si risvegliava, rivelando, con grido ruggente di gioia selvaggia, il suo carattere di nume affamato e rapace. Raggi di luce verde e rossa, accecanti, che uscivano dai rami e quelle lunghe lingue di fuoco e fumo che la costringevano a chiudere gli occhi, serrandole la gola, la strinsero senza scampo a loro. Dopo questo non ci fu molto altro. Il fumo svanì e intorno restò solo silenzio. Calma e bellezza: tra i rami irrompevano adesso, eleganti, maestose e composte, solo schiere di raggi dorati, come quelle che si vedono talvolta nelle chiese, su certi pomposi affreschi barocchi. La luce continuò a lungo a indugiare tra i rami, seguendo nel languido suo ritmo il respiro caldo, estenuante, del tramonto estivo.

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TerraNullius

 

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