Santi, eroi & Scrittori - Burchiello, eroe sopravvissuto alla serietà del non senso

Burchiello doveva averne piene le tasche di calcoli, politica, strategie e, soprattutto, di Petrarca e del petrarchismo. Iscritto alla Corporazione dei medici e degli speziali, proprio come Dante, in realtà non s’era mai messo a studiare per diventare un dottore. Figlio di una tessitrice e di un legnaiolo, nacque e visse a Firenze e lì preferì esercitare col titolo di barbiere e esprimersi in rime e sonetti mentre toglieva denti, sbarbava gole e rideva sovente della potenza della famiglia de’ Medici.

Accadde che s’appassionò così tanto alle disquisizioni che si tenevano nella sua bottega in merito alla liceità del legame tra arte e potere che ne rimase invischiato fino a meritarsi la condanna e l’esilio.
Burchiello in realtà si chiamava Domenico di Giovanni. Alcuni pensarono che avesse preso il suo nome dalla barchetta che, si diceva, l’avesse trasportato da Bibbiena, lungo l’Arno fino a Firenze. Invece, Domenico prese a chiamarsi Burchiello per quel suo inventarsi versi alla burchia, componimenti che assomigliavano al rollio che le onde infliggono ai natanti affidati alle correnti. Insomma, sonetti che parevano come sbatacchiati qui e lì e che finivano col turbare l’approdo sicuro delle mode e delle pose più raffinate di inizio Quattrocento.
Ora, ai versi di Burchiello si potrebbero applicare mille possibili schemi interpretativi, lenti capaci di ricostruire un qualche significato a sostanziare le allegorie e le grandi metafore. Si potrebbe attribuire loro la ferocia dissacrante nei confronti dei poeti di corte che preferivano la vaghezza delle astrazioni invece di una umanità fatta di spirito, materia, ossa, scelte da reclamare o contestare.
E si potrebbe anche a lungo parlare della funzione eversiva della lingua che, camuffata, si insinuava tra i vezzi espressivi della poesia più alta e mirava a intaccare e minacciare l’ordine civile e sociale misurandosi sul terreno scivoloso del plagio smaccato e dell’irrisione. Eppure Burchiello non credeva di doversene preoccupare troppo. Era invece impegnato a portare alla luce la violenza del non senso della narrazione dei contemporanei, stilisticamente corretta ma profondamente scorretta per la subalternità che mostrava rispetto al potere. S’era dato a prendere in giro le parole ben messe che glorificavano il nulla. E con un fare tutto lezioso s’era messo a denudare, se non il re, almeno i poeti che mangiavano senza alcun pudore alla corte del re (o, nel caso suo, di duchi e prìncipi).
E, poiché ogni gigante trova il suo inferno nel piccolo, alle porte del Rinascimento, la lingua di Burchiello pareva assurda sì, ma credibile tanto da prendere un vigore del tutto inaspettato che anticipava già la morte dell’uomo e delle corti intorno a cui si assiepava.
Parole di buona fattura, lievi alle orecchie e fluide nell’andare di scritto in scritto e di poeta in poeta ma mescolate, sobbollite, smarmmellate, sfilettate in siffatta maniera da deprivare chiunque della certezza di avere ancora un senno in capo.

Se ’ cappellucci fussin cavalieri
e ’ tegoli lasagne imbullettate,
piagner vedresti insieme le giuncate
per la fortuna che hanno i broccolieri;
ma e’ ci de’ venir domani o ieri
gran quantità di bugnole intarlate
cariche di lupini e di granate:
però son rinviliati gli sparvieri.*

Una scivolata di nomi, aggettivi e avverbi che in bocca al Perozzi sarebbe stata un gran bene. Capriole di parole di ampiezza epica che, nel pieno delle diatribe medicee, davano un gran fastidio a avversari e istituzioni.
Burchiello disinnesca l’arma che il potere usava per ingigantire se stesso. Divelle la parola, la separa dal significato per mostrare le distorsioni di cui abusavano principi o papi.
Se nelle corti primeggiava chi più sapeva mozzare il legame tra verità e imbelletto, le stesse presso cui Machiavelli sarebbe diventato famoso giustificando il mezzo col fine, Burchiello si ostinava a puntare l’indice per svelare i confini ultimi del senso.
Ogni tentativo di andare oltre il suono per ricucire un senso addosso a quelle parole rimane, oggi, una trappola che porta dritti alla sorte, alla fantasia e alla interpretazione di chi legge.
I motivi floreali appassiscono, gli uccelli diventano meno reali e le stelle più opache. I personaggi non parlano più, non sono tristi o comici, ma solo figure su una scena senza senso o fin troppo scontata, incastrate nella gabbia di rime e regole metriche ricalcate per negare intenti didascalici o celebrativi.
E allora di nuovo, la confusione, il gioco, il rincorrersi delle parole diventa amaro e violento. Disincanto. Diventa la presa in giro di tutto quel che è ben detto ma che non ha senso. Come, appunto, può apparire anche l’esercizio del potere chiamato a celebrare se stesso.
La corte è e rimarrà un luogo dove tutti rischiano il disvelamento e la gogna della nudità perché è proprio la vanità del potere che espone al non senso, al ridicolo, anche quando è tutto teso a raccontarsi illuminato e progressista.
E per non rischiare il ridicolo, infatti, il potere condannò Burchiello. A poco più di trent'anni si ritrovò a condurre una vita picaresca in un esilio tutt’altro che illustre. Dopo aver girovagato per la Penisola, arrivò a Siena dove venne condotto più volte davanti ai giudici per ingiurie, risse e furto di abiti da donna. Tra una disavventura amorosa e qualche furberia giunse infine a Roma dove fece di nuovo in tempo a ridursi in povertà. E, anche allora, continuò a credere di poter piegare le logiche del potere a suo vantaggio componendo versi come quelli di un vero poeta di corte, buoni a chiedere clemenza e denaro. Cosimo, dal canto suo, non cedette alle poesie e neanche alle richieste degli amici letterati che avevano provato a intercedere per lui e ribadì l'intento di volerlo fuori da Firenze. Alla fine, rimasto a Roma, Domenico di Giovanni detto Burchiello contrasse la malaria e morì nel 1449, compianto lungamente come poeta.
Non credeva, invece fece scuola. Piccola, spesso snobbata, ma ben frequentata, per lo più da quei poeti che vollero avere voci irridenti.

Benedetta Sonqua Torchia

*I versi sono tratti da: Se ’ cappellucci fussin cavalieri, Sonetto n. IV, vv. 1-8, in Le Rime del Burchiello, Letteratura Italiana Einaudi - edizione di riferimento, I sonetti del Burchiello, ed. critica della vulgata quattrocentesca, a cura di Michelangelo Zaccarello, Commissione per i testi di lingua - Casa Carducci

L’immagine è stata riaddattata dalla fotografia Uomini e Scale dell’artista Luca Cervini www.lucacervini.com e www.lucacervini.tumblr.com