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In attesa dell’uscita di Un giorno triste così felice. Sócrates , viaggio nella vita di un rivoluzionario (66thand2nd) di Lorenzo Iervolino, un omaggio a Sócrates Brasileiro, calciatore, medico, rivoluzionario: cittadino onorario della nazione degli eterni.

Fernando Kaxassa ha i capelli corti, la camicia fuori dai pantaloni, il viso segnato da una notte ristretta dalle riunioni – mi dice – e dagli appuntamenti del primo mattino. Da più di mezz’ora siamo appoggiati al bancone del bar all’ingresso del cinema Cauím, ma solo adesso ho l’impressione che da molto tempo, forse, nessuno lo costringa a ricordare, a tornare indietro, a grattare la superficie ruvida del dolore. Io e Salua lo stiamo ad ascoltare, nascosti in quello che era il loro angolo preferito, dove si rintanavano per parlare di tutto tranne che di calcio. Proprio lì, appoggiati su quel bancone costruito all’altezza giusta per arrivare al gomito di Sócrates, perché così lui poteva bere come gli piaceva, in piedi, e parlare con la gente.

«Beveva solo birra, il Magrão» mi dice Kaxassa «questa!» aggiunge, porgendomi il bicchiere. «È leggera, senti» mi dice e io allora assaggio la Colorado che ha fatto versare anche per noi due.

«Buona» dico.

«Sócrates beveva perché era timido. Hanno detto tante cose su questo argomento ma nessuno dice la verità. Era così timido che se non beveva una cervejinha gelada non spiccicava parola. Pure nel programma che abbiamo fatto insieme – lo sai che abbiamo fatto...».

«Sì, Papo com o Doutor» dico io, nello spazio della sua esitazione.

«Esatto. All’inizio mi mettevo le mani nei capelli, perché restava muto» riprende Kaxassa, «ma poi ho capito. Prima di iniziare il programma gli facevo trovare una birretta fresca e allora lui partiva, e a quel punto non si fermava più. Intervistava, parlava. Sono venuti tutti i più grandi in trasmissione. Tutti volevano venire lì a parlare con lui. Il Magrão poteva parlare di ogni argomento, ed era pieno di entusiasmo. Era contagioso, il suo entusiasmo» conclude, lasciandosi sfuggire un sorriso soddisfatto, nonostante i suoi occhi, oltre alla stanchezza, tradiscano anche un’evidente malinconia.

Io do un’occhiata al registratore, che tutto funzioni. Ormai mi è venuta quella che io stesso ho dovuto ribattezzare la sindrome di Galli. Durante l’intervista all' ex portiere viola, la batteria al litio mi ha mollato proprio sul finale. Prima di partire per il Brasile però mi sono preparato con munizioni di scorta.

«Al bar,» riprende a raccontare Fernando, mentre noto che la sua birra è già calata a metà bicchiere «bevevamo, chiacchieravamo e intanto lui creava. Organizzava eventi, scriveva poesie su pezzi di carta. Inventava iniziative da fare in città. Non smetteva mai di creare. E poi, chiunque gli venisse a chiedere qualcosa, lui gli dava retta».

«Cioè?» chiedo incuriosito.

«Sai quante volte è andato a battesimi, matrimoni, feste di compleanno di gente che non conosceva neanche? Il Magrão era fatto così. Era generoso, e amico delle persone semplici. Io gli dicevo: Magrão, ma perché ci vai, lo sai che poi ti rubano tutta la giornata? E lui sai che rispondeva? “Kaxa, mi hanno invitato!”».

Io e Salua ridiamo. Senza dirci nulla tra di noi, credo che entrambi ripensiamo ai tanti aneddoti che finora gli amici di Sócrates ci hanno raccontato su questa sua generosità, che pare indomabile ancor più che istintiva. La volta che un tassista, dopo averlo riconosciuto, lo ha invitato al compleanno dove stava andando e lui –come fosse la cosa più normale al mondo e lui la persona più comune da incontrare a una festa di compleanno –, si è presentato là.

«E quando lo invitavano in giro per parlare, come conferenziere – sai che lo invitavano molto spesso a parlare di medicina, di sport, eccetera – non mancava mai di fare tappa a un bar, chiaramente» sorride Fernando, complice «ma sai come li sceglieva?» chiede a me e Salua guardandoci entrambi alternativamente e con una suspense teatrale perfetta: «"dov’è il bar più semplice della città?” chiedeva alla gente del posto, e quelli ci mandavano sempre in delle bettole tremende e lui ci trascinava lì e noi eravamo disperati, lui invece no: entrava là con un sorriso grande così. E ovviamente come metteva il naso dentro, era già amico di tutti».

Kaxassa continua a raccontare i viaggi fatti insieme al Doutor Sócrates, alla facilità, dopo la prima birra, che lui aveva di stringere amicizie con chiunque, anche con gente che tifasse Palmeiras. Poi penso a una domanda sulla professione di medico. La sto per dire a Salua così che la traduca a Kaxassa, ma non faccio in tempo. Lui, dopo aver pensato un po’ e aver bevuto un’altra bella sorsata di Colorado, ci dice:

«Lui era nato il 19 febbraio, vedi qua?» si gira di tre quarti, alle sue spalle c’è una placca color argento, con sopra incisa una sagoma giallo-verde che raffigura il Doutor Sócrates nel famoso gesto dell’esultanza col pugno chiuso. «L’ha messa il comune di Ribeirão» dice  «in occasione dei suoi 50 anni, nel 2004». Mi viene da pensare a che momento difficile dovesse essere; Seu Raimundo, il padre di Sócrates, tanto amato dal primogenito, era morto da poco più di un mese. «C’è scritto 12 febbraio» prosegue Kaxassa indicandomi la placca commemorativa «ma mica è un errore. Vedi, io sono nato il 20 febbraio. il Magrão il 19 febbraio e io il 20. Ma visto che a lui non gli andava mai di festeggiare il compleanno – non ne ha mai festeggiato uno – e siccome in quella data si è vicini al carnevale, noi iniziavamo a far festa una settimana prima, il 12. E finivamo circa… i primi di marzo!».

Preparazione ai Mondiali 1982. Pausa dagli allenamenti con sorriso.

A quella precisazione ridiamo tutti e tre e in mezzo alle risate beviamo la birra e contiamo i giorni con le dita: un compleanno di tre settimane! Kaxassa ora si sta proprio divertendo e ne sono felice, all’inizio della nostra chiacchierata aveva qualcosa di sofferente in fondo allo sguardo. Qualcosa di identico agli altri che ho incontrato finora qui in Brasile. Come se solo parlando con me, uno sconosciuto venuto dall’altra parte del mondo, si rendessero conto, ora e per davvero, che il loro amico stavolta non tornerà. Me lo ha detto anche Maurinho Sacchi, che con Sócrates è stato amico dai tempi in cui, da ragazzi, esordivano nella serie A brasiliana con la maglia del Botafogo di Ribeirão Preto: «Lui spariva per qualche tempo, ma poi tornava. Così abbiamo sempre pensato. Io ho ancora il suo numero salvato e quando mi squilla il telefono… quando mi squilla a volte mi illudo che possa essere lui».

Intanto due uomini e una donna sono venuti a salutare Kaxassa e ci hanno interrotti. Quella mattina, al cinema Cauím, ci sono mille e cinquecento ragazzi delle scuole, dentro, seduti in sala. Alcuni politici locali o insegnanti o suoi collaboratori passano continuamente lì intorno per chiedergli qualcosa. Lui quando questo succede interrompe la nostra chiacchierata solo il tempo necessario per dare qualche direttiva, rimandare appuntamenti a più tardi, perché preferisce rimanere a parlare con me e Salua, lì nell’angolo del bar. Nel loro angolo, del loro bar. E così anche stavolta, liquida abbastanza in fretta quelle persone a cui ci presenta con gentilezza.

«Ti pareva che al nostro cinema non ci facevamo un bar!» dice divertito. «Il Cauím è stato il centro politico di Ribeirão Preto per trentacinque anni, dal 1979» spiega a me e Salua, che pure vive a Riberão, ma sono dieci anni e più che manca dalla città e sembra un po’ straniera pure lei. «Da qui siamo partiti per il movimento Diretas Jà, contro la dittatura, per le elezioni dirette. Sócrates era impegnato nella stessa lotta a San Paolo. Lui ha frequentato il cinema solo dopo che ha smesso di giocare. Ma da quel momento gli ha dato una nuova vita. Ne abbiamo organizzate di cose qua». Fernando rimane qualche istante in silenzio. Si guarda intorno come se solo ora si rendesse conto che sono trascorsi tutti quegli anni,  su quel pezzetto di loro mondo che si affaccia su rua São Sebastião. Poi guarda in direzione dell’ingresso del cinema, oltre il bancone dove continuiamo ad essere poggiati coi gomiti e a bere birra. Qualcuno di passaggio lo distrae chiamandolo, ma non è quel richiamo che sta presentando attenzione. Lì, davanti al lui, c’è qualcosa di invisibile a tutti gli altri che lo tiene in una bolla d’aria. Per quasi un minuto. Chissà cosa vede, mi domando. E in quale dimensione temporale viene risucchiato, tra un ricordo e l’altro. «Ti stavo dicendo del compleanno» ritorna improvvisamente nel presente, un presente in cui noi lo stiamo a sentire, io col registratore in mano e Salua traducendo quelle espressioni che non riesco a capire. «Vedi quella foto là?» dice indicando una gigantografia del Doutor, a petto nudo, con una maglietta messa a mo’ di bandana sulla testa, la barba appena brizzolata. Il suo braccio sinistro è alzato verso l’alto, ma non si tratta della sua nota esultanza, non stringe il pugno, non è nemmeno in campo. «Il braccio alzato è un segnale,» dice Kaxassa «il carnevale qua a Ribeirão funziona così: dalla foto non si capisce ma Sócrates sta sopra il tettuccio di una macchina e attorno a lui c’è tutta la parata pronta a partire verso il Templo. Una marea di gente, musicisti, amici, turisti, birra a fiumi. Lui tiene in alto il braccio. In quel modo là. Nessuno si muove. Nessuno è ancora entrato nel carnevale finché il braccio del Magrão sta su» dice tutto d’un fiato, creando una nuova suspense che ci trasporta davvero in quell’attesa eterea di sguardi. «Poi il braccio va giù e la festa esplode: parte la musica, la gente balla, brinda, e inizia a marciare allegra, festante e dritta dritta verso la gioia!».

L. Iervolino e F. Kaxassa al bancone del bar del cinema Cauím (Ribeirão Preto, inverno 2013)

Kaxassa è un raccontatore incredibile. Io e Salua ci guardiamo, sorridiamo un po’ increduli e un po’ meravigliati. Sia io che lei, credo, ci stiamo immaginando quella scena, e il nostro sorridere, pur se condiviso, è intimo e silenzioso. Fernando, da parte sua, segue anche lui la parata immaginaria, voltando la testa nella direzione che di solito prende il Bloco Berro, il loro spezzone di corteo, allungando un braccio con la mano aperta, come se lo volesse spingere, anche in quel momento, in direzione del Templo da Cidadania. Mi volto dalla parte opposta, verso la grande foto di Sócrates. E più che vedere, mi pare di sentire le voci, le vibrazioni, la felicità. Tutto sprigionato da quel creatore di entusiasmo che ora non c’è più. Il suo braccio in alto, il sorriso, il segnale e la festa. Mi rendo conto che non potrò mai far rivivere a nessun lettore questo momento. Ma è parte di ciò che si perde nel tramandarsi le storie.

F. Kaxassa e S. Saleh (Ribeirão Preto, inverno 2013)Rimaniamo così, sospesi, ancora per qualche istante. Ognuno in bilico sul filo delle proprie visioni. In punti diversi delle strade personali che ci hanno portato fin qui, a parlare di Sócrates, in questa mattina bollente di dicembre. Kaxassa intanto si è gradualmente ritirato sullo sgabello. L’espressione gli è diventata più seria. Mi domando se a questo punto gli stiamo rubando troppo tempo. Lui sorseggia la sua Colorado, nuovamente piena. E c’è da dire che quel tipo là di birra è proprio la sua, perché infatti il loro amico Eduardo, il produttore della Colorado, l’ha chiamata Cauím e Sócrates la pubblicizzava. Gratis. Kaxassa poggia per un attimo il bicchiere sul marmo grigio e si sporge verso di me. Mi indica di nuovo qualcosa in direzione della foto. Manda giù un altro sorso, poi dice: «Vuoi sapere com’era per davvero il Magrão? Come era il sublime e fantastico amico che ora ci ha lasciati?» mi chiede con un’intensità negli occhi che mi fa perfino male e per un attimo mi fa venire in mente che no, non sono pronto affatto a una qualche rivelazione che abbia quel volto. «Vedi là, proprio là davanti» insiste lui, senza preoccuparsi della mia reazione «a me pare che… sì, ancora oggi, se non ci faccio attenzione mi pare proprio di vederlo…» dice fra sé, ma non si ferma, e dice «là, una volta, l’hanno intervistato; era una troupe di una televisione non mi ricordo quale, gli hanno chiesto com’era la sua vita oggi che non era più Sócrates il campione di calcio. E lui ha risposto “La mia vita oggi è sempre la stessa...”» qui Kaxassa si prende una pausa, ma non è voluta, non cerca di sedurci in nessun modo.

L. Iervolino e F. Kaxassa (Ribeirão Preto, inverno 2013)È l’unica maniera che trova per fermare le lacrime che invece gli scivolano su una guancia. «"La mia vita è sempre la stessa perché io ho vissuto e vivo ancora oggi, ogni giorno, come fosse l’ultimo giorno della mia vita”» riesce a dire Kaxassa scandendo le ultime parole con un respiro quasi affannato. Poi, in silenzio, accompagna quella frase facendo su e giù con la testa e fissandomi. Non so come ma riesco a sostenere quello sguardo, e le parole che ha sospinto verso di me. Quella dichiarazione di Sócrates la conoscevo già, in tanti la citano e la inseriscono in virgolettati di articoli o commemorazioni di cui si riempiono i blog. Ma essere a tre o quattro metri dal punto in cui quelle parole sono state dette, mi fa quasi tremare. E mi fa sentire come un cercatore d’oro di fine ottocento più che uno che sta inseguendo una storia. Kaxassa ora sorseggia un bicchiere quasi vuoto. Lo tiene in mano, ombreggiato di schiuma e leggero. «Ed era così» mi dice dopo quel silenzio, «come fosse l’ultimo giorno. Era così per davvero, te l’assicuro». Dopo quest’ultima frase Fernando si lascia cadere indietro sullo schienale. Ha gli occhi ancora umidi, chiede un’altra birra. Io e Salua pure ci aggrappiamo alla birra, poi rimaniamo a guardarci. In silenzio. Io non so che altro chiedere e forse Kaxassa è più contento così.

È più di un anno che leggo articoli, vedo partite, ascolto le interviste di Sócrates; leggo quel che ha scritto, detto e pensato di scrivere o dire anche su avvenimenti di quello che per lui sarà un futuro irraggiungibile. E ora che sono qui, in quella che O Doutor ha sempre considerato la sua città, e nei suoi luoghi, questo silenzio mi sembra riempirsi del suono ipnotico della sua voce.

Mondiali 1982. L'eleganza del Doutor Sócrates, in campo contro l'Argentina.«A Sócrates!» Salua, con l’intuito dolce e femminile che la contraddistingue, alza il bicchiere e interrompe questo momento in cui siamo tutti e tre un po’ persi.

«A Sócrates!» dice anche Kaxassa e come se si sentisse in una compagnia più ampia e calorosa della nostra, gli ritorna, solo accennato ma evidente, un sorriso.

«Se vuoi ci possiamo fermare un attimo» gli propongo io.

«Sì» risponde lui, «ma solo un attimo. Perché ti devo raccontare ancora di quando è venuto un signore, qua stavamo proprio qua, questo signore aveva il figlio malato e il Magrão ha lasciato tutto, s’è alzato  e è andato a curarlo» dice Fernando, battendomi una mano sulla spalla e chiedendo, anche per me e Salua, un’altra cervejinha gelada Colorado Cauím.

Lorenzo Iervolino{fcomment}