Erbario - Gelsomino

Totò aveva sempre sospettato che sua madre nascondesse qualcosa.
Tempo addietro, s’era trovato a pensare che facesse parte delle schiere dei morticini per via del viso bianco di lei e dei grandi segni neri sotto gli occhi, ma poi, avendole più volte pizzicato la pancia e strusciato la guancia contro il viso, aveva dovuto constatare che non c’era niente che confermasse la marcescenza corrosiva della morte.

La carne era soda e le ossa ben nascoste e, quando la vedeva cucire, si accorgeva che occupava ben bene tutta la seduta dello sgabello e anche di più. La pelle, poi, non era sbrindellata come quella delle anime poverelle: non veniva via neanche a tirarla forte. Di questo ne era certo perché quei dubbi gli erano valsi qualche scapaccione ben assestato.
Di solito, comunque, la mamma era affettuosa e, ogni mattina, aveva l’abitudine di aiutarlo a vestirsi e poi «Sbrigati» gli raccomandava e «non ti fermare per strada». Lo baciava piano piano e lo spintonava perché andasse a scuola in fretta dietro la sorella, una figuretta magra abituata a precederlo fuori solo per il gusto di mostrare insofferenza.
Nonostante tutta quella normalità e le consuetudini da donne, però, Totò non si faceva ingannare. Vedeva la mamma non oltrepassare mai lo stipite della porta e sapeva benissimo che, durante la giornata, la donna non avrebbe mai più messo il naso fuori di casa, preferendo rimanere in quell’unico stanzone che abitavano, impegnata a cucire e cucinare.
Totò ne era certo. Era per questo che era bianca, proprio bianca. Non si esponeva mai alla luce del giorno. Usciva soltanto di notte.
Totò e sua sorella andavano a coricarsi la sera e, al mattino presto, quando lui tastava sotto il letto per afferrare il pitale, non la trovava mai, né nel letto, né in cucina. Non c’era.
C’erano gli zoccoli allineati di fianco alla porta, ma lei non c’era più. Era proprio in quei momenti che Totò si dispiaceva che il padre fosse morto sotto le bombe catapultate dalle navi. Le salite e i borghi arroccati avevano funzionato contro i saraceni ma non contro gli incrociatori. Totò era sicuro che, se fosse stato ancora vivo, sarebbe riuscito a escogitare qualcosa per svelare quel segreto. Per esempio, avrebbe potuto legare un cordino al polso della moglie e, poi, svegliarlo non appena lei si fosse mossa e lui, allora, avrebbe potuto seguirla e capire qualcosa di quelle uscite notturne e di quella vita che gli pareva tutta al contrario. Ma il padre non c’era e, al risveglio, senza la mamma, la casa pareva ancora più vuota.
Fu solo quando l’americano nascosto nella casa al centro del paese gli raccontò per filo e per segno perché fosse importante interessarsi all’unità della Romania, che Totò capì finalmente di che segreto si trattasse. Quell’omone grande e grosso, con un piede fasciato che sembrava non guarire mai, per meglio spiegargli le grandi battaglie, infatti, gli aveva raccontato anche la storia di un certo conte Vlad che, nel frattempo, in America era diventato un divo del cinematografo. E fu allora che Totò ebbe come una rivelazione, un’intuizione. Ascoltando bene quei racconti e mettendo insieme tutti gli indizi, ebbe contezza della natura di sua madre: era un vampiro. Aveva le prove.
I vampiri erano pallidi, temevano i raggi luminosi del sole, preferivano le tenebre della notte e sopportavano appena la luce delle candele.
Proprio come la mamma: di giorno, non usciva mai e la sera, subito dopo cena, li mandava a letto in fretta con la scusa che si doveva spegnere le candele e risparmiare e non sprecare cera. E poi, da quel che capiva, i vampiri non si potevano specchiare. E infatti la mamma di Totò non aveva neanche uno specchio in casa e, quando si pettinava, lo faceva affacciata alla finestra: «’ché se c’è qualche pidocchio, col freddo, muore» diceva. E poi, i vampiri temevano l’aglio e, infatti, anche la mamma non lo friggeva mai nella salsa perché, anche se era una cosa che non si masticava, diceva che le tornava su.
L’americano gli disse anche che i vampiri erano belli e, se erano femmine, erano bellissime e, quando si svegliavano, di notte, alcuni avevano i poteri magici e si trasformavano in pipistrelli e se ne andavano, svolazzando, a cercare persone antipatiche da azzannare per saziarsi di quei morsi. E infatti, la mamma di Totò, non solo era la più bella madre che ci potesse essere sulla faccia della terra e di tutta la Calabria, ma mangiava pochissimo e diceva sempre che non aveva fame e, con questa scusa, gli spingeva il piatto sotto il naso e insisteva per imboccarlo, soprattutto quando c’era il purè di fave che a lui non andava né su, né giù.
«Fa bene» diceva lei, e porgeva un altro cucchiaio e Totò si chiedeva perché, se faceva così bene, non ne mangiasse anche lei invece di stare lì a mettere insieme i pezzi di pane del giorno prima.
E poi, c’era la questione degli zoccoli vicino alla porta che adesso si spiegava: lei aveva i poteri. Si trasformava in pipistrello e se ne andava chissà dove a cercare persone antipatiche cui succhiare via il sangue perché, di certo, in paese, la mamma andava d’accordo con tutti e non avrebbe mai tolto la vita a nessuno, neanche alle comari pettegole che ogni tanto passavano il tempo a cucire e chiacchierare nella sua cucina.
Solo un dubbio, una curiosità era rimasta a Totò: l’americano gli aveva raccontato che i vampiri erano capaci di sentire profumo di sangue lontano mille miglia. Ma, di contro, anche loro dovevano avere un odore davvero inconfondibile se, ogni volta che si avvicinavano di soppiatto alle vittime, quelle si giravano di scatto e, tutte tremanti, sapevano già chi e cosa le attendesse. Interrogato più e più volte sulla questione, l’americano però non aveva saputo dire di più perché al cinematografo non si sentivano odori.
Totò allora gli venne il pensiero di essere di gran lunga più esperto dell’americano, perché lui, anche se era solo un bambino e al cinematografo non c’era mai stato, era quasi certo di conoscere l’odore dei vampiri. Lo stesso odore che si portava indietro la mamma al ritorno delle sue gite notturne.
Un odore dolce, zuccherino. Sottile ma invadente. Proprio come quello che trovava tra i capelli e dentro i vestiti della mamma. Un odore sinuoso che gli ricordava l’odore dei giardini quando in estate fa caldo e, sdraiato all’ombra, vedeva la carne dei petali cuocersi al sole. Un afrore ricco, capace di occupare tutto lo spazio del naso; un sapore lieve, pronto a salire sino agli occhi, «Come se si respirasse un liquido» si disse. «Ma denso. Della stessa materia del miele ma più sfuggente». Ecco, quello era il profumo dei vampiri. Ne era certo. 

Gelsomino miniaturaL’americano andò via qualche mese dopo quelle confidenze. Il tempo di rimettersi in piedi e riuscire a raggiungere un presidio dei suoi. Totò, invece, rimase nella casupola costruita per lui, sua sorella e sua madre e non fece mai parola con nessuno di quello che aveva scoperto.
Lui era l’uomo di casa e non poteva certo tradire le donne che gli erano toccate in sorte. A sette anni, era ben capace di tenere a bada l’emozione per aver capito i misteri del mondo. Non c’era da fare i gradassi con quelle faccende.
Ma un giorno, l’ultimo mercoledì di maggio, si chiese quanto a lungo avrebbe dovuto ancora far finta di niente e passare da tonto.
Nella notte, aveva sentito un rumore, ma lui si era girato verso la parete, aveva tirato su il lenzuolo e non ci aveva badato. Alle prime luci della mattina, però, rimase di stucco nel ritrovarsi in casa del tutto solo. Non c’era più neanche la sorella. Titta era scomparsa. E non c’erano neanche le tappine. Era scomparsa con tutte le scarpe. Si alzò, aprì la porta di casa e fermo, dritto in piedi, incrociò le braccia e lì rimase ad aspettare. Un’ora dopo l’alba, quando già la chiesa aveva suonato le campane almeno un paio di volte, vide due sagome arrivare dalla salita. La madre avanti e Titta dietro. Sempre più vicine e, arrivate lì davanti, lo spostarono per entrare in casa. Appena dentro, Titta si stiracchiò e si distese sul letto; la madre, invece, lasciò un bacio sul capo di Totò e subito si mise a scaldare quel poco di latte e avena che era solita dare loro per colazione. Totò non si capacitava del fatto che il suo sguardo torvo non le immobilizzasse. E allora si arrese e disse: «Domani voglio venire con voi». «Non essere sciocco» sorrise la mamma. «Perché Titta si e io no?» «Perché tu non puoi. Solo le donne, ‘ché sono più delicate. Sono meglio le pecore per te». Chiuse il discorso e inginocchiata massaggiò con dell’olio le gambette secche di Titta, poi apparecchiò per loro e, dopo aver aspettato paziente che bevessero, mentre ancora li rassettava, li spinse verso l’ultimo giorno di scuola.
«Dunque, Titta non è ancora un vampiro». Rifletté in silenzio Totò. «Forse per questo ha tenuto le scarpe. Non è ancora capace di trasformarsi in pipistrello. Per questo non profuma quanto la mamma».
Ma un misto di curiosità e invidia lo teneva stretto e, per liberarsene, mentre varcava il portone della scuola promise a se stesso che la notte a venire sarebbe rimasto sveglio per seguire quelle due. Voleva proprio vedere dove andassero e che aspetto avesse la mamma tramutata in vampiro e cosa facessero. Ora doveva solo stare ben attento a non destare sospetti perché, di certo, la madre e la sorella avrebbero avuto a che ridire. «Sicuro».
Decise allora di assumere un’aria indifferente e durante tutta la giornata si impegnò a bere dei grandi sorsi d’acqua fino a poco prima di coricarsi. Aveva imparato a non bagnare il letto mentre sognava ed era sicuro che la vescica piena lo avrebbe tenuto sveglio.
E, in effetti, il primo stimolo, irruento e inconciliabile, comparve nel pieno silenzio della notte, quando il cielo era ancora nerissimo. La madre e la sorella erano al loro posto, nel letto, rannicchiate tra le coperte. Titta soltanto si girò un po’ e gli disse di inclinare il pitale perché facesse meno rumore. Totò era entusiasta: era ancora tutto come quando s’era addormentato.
Fu un rumore, la seconda volta, a svegliarlo. Allora, rimase immobile e sbirciò appena.
La mamma non c’era più. Solo gli zoccoli vicini alla porta.
La sorella, invece, si stava infilando un grembiule di tela. Totò non l’aveva mai visto. Davanti, aveva cucita una tasca poco profonda ma larga, che prendeva tutta l’ampiezza dei fianchi. Titta nascose i capelli dentro un fazzoletto, aprì poco la porta ed uscì.
Totò, dietro di lei, acchiappò i pantaloni e la camicia. Mise i piedi nelle scarpe senza perdere tempo coi lacci e iniziò l’inseguimento di Titta che aveva tre anni di più e sapeva camminare più svelta.
Ma lui fu bravo e, senza farsi vedere, non la perse d’occhio. Così facendo, entrò nella campagna e risalì i sentieri che raggiungevano i pendii dove ai bambini era vietato andare a giocare. Una terrazza in piano apriva lo sguardo al mare e teneva insieme il profilo scuro delle colline disegnate contro il cielo e le strettoie dentro cui, nei secoli, si era fatto strada il fiume. Da sopra in giù, si vedeva bene la strada che dal borgo portava alla marina ma la spiaggia era troppo lontana per suggergli l’odore salmastro e delle ginestre già in fiore.
Lì, sulla piana, invece lo accolse un odore forte, dolce, uguale a quello di cui era impregnata la mamma. Lo investì come un cane festante e irruento e Totò quasi si commosse. Dovevano esserci dieci, cento, mille vampiri.
Si mise a girare la testa da una parte all’altra, scrutando meglio dove gli pareva di vedere un puntino, una macchia. Ma in cielo non c’era niente. Uccelli e foschia mattutina. Una bava di luce. Allora si arrese e rivolse lo sguardo in terra e scoprì che era lì quel che andava cercando, tra le siepi allineate. Lungo la discesa del monte, i campi erano rigati dai filari e, lungo ogni filare, se ne stavano accucciate sei o sette donne. Operose e a piedi nudi. Per non rischiare di sciupare i fiori bianchi che a centinaia cadevano in terra. Rannicchiate, piluccavano i cespugli con la pazienza delle loro dita sottili: coglievano i fiori dei gelsomini con gesti piccoli e precisi.
Titta, poco più in alto, con i piedi infilati nelle scarpe, andava su e giù lungo il pendio, aggirando le siepi. Alleggeriva le tasche sui grembiuli che ciascuna donna aveva legato in vita e, poi, riversava il raccolto in tante ceste quanto erano le lavoranti. Ognuna di loro riceveva la paga in base al peso del proprio operato. Il cartello appeso a un palo segnava “oggi, 25 lire al chilo”. «Meno del pane», mugolò Totò mentre si arrese all’evidenza.
Non solo l’inseguimento gli aveva procurato una fame che avrebbe dovuto conservare fino era ma non era riuscito a veder neanche un vampiro. Una lacrima gli salì orgogliosa quando si rese conto di non riuscire neppure a riconoscere sua madre: doveva essere una di quelle donne piegate ma, vestita di nero in mezzo a tutte quelle vedove, non seppe distinguerla e a lui non rimase che tornarsene a casa senza far troppe scene.
Nessun vampiro, nessuna storia di paura, nessun potere magico. Solo una distesa di donne piegate dalla fatica del lavoro notturno intente a perversare un piccolo fiore. Dispiaciuto e stordito da tanto odore giurò a se stesso di non prendere mai più l’argomento con chicchessia.
Il giorno dopo, iniziavano le vacanze estive e lui sarebbe andato sui pascoli. Avrebbe ciucciato un po’ di latte caldo dalle pecore per consolarsi del sapore amaro di quella delusione. Passò l’estate così, a ricacciare indietro le fantasie e a salutare gli amici che avrebbe lasciato lì: a settembre, si sarebbe trasferito verso la marina dove le navi salpavano e attraccavano al porto e i traffici erano più numerosi per trovare lavoro.
Qualche anno dopo, Titta si fidanzò con un marinaio con cui si divertiva a bisticciare di continuo. Quello, una mattina, di buon ora e con indosso la divisa, si presentò a casa e non trovando Titta affidò a Totò una boccetta di vetro. «Non posso aspettare che torni. La mia nave salpa. Dalle questo, perché mi perdoni». Totò rimirò quel dono e più per noia che per curiosità tirò via il tappo.
Per un attimo, il profumo forte e dolce dei vampiri si mischiò al ricordo dei piedi scalzi della mamma. Chiuse gli occhi per non farlo fuggire troppo in fretta.
Lui nascose il profumo francese e, insieme ai nodi dei lacci delle scarpe, stinse meglio a sé il ricordo di essere stato almeno per un po’ figlio di un vampiro. Il suo segreto. Titta non avrebbe avuto problemi a trovare un fidanzato migliore.

 

Il nome scientifico è Trachelospermum jasminoides, della famiglia delle Apocynaceae ed è originario dell’Asia. È stato introdotto in Italia dai Greci, proprio lì dove più rigogliose erano le colonie che hanno contribuito al fulgore della Magna Grecia. Conosciuto anche come rincospermo è riconoscibile soprattutto per il profumo intenso dei fiori.
Diversa da quella coltivata e diffusa da I Medici, si presenta come pianta rampicante nota per la resistenza e la capacità di adattarsi alla mutevolezza del terreno e del clima. Fiorisce in maggio e, in zone dal clima temperato, rinnova la sua fioritura fino a novembre. Durante il dopoguerra questa specie di gelsomino, capace di rigenerarsi senza particolari cure e investimenti, è stata usata per la creazione di essenze alla base di profumi di pregio per le più note case francesi.
Le grandi coltivazioni avevano sede in Calabria e Sicilia e hanno rappresentato l’unica fonte di sostentamento per molte delle donne – vedove o mogli di emigranti - che hanno scelto di continuare ad abitare da sole, con i loro figli, le alture affacciate lungo le coste.
Perché il fiore mantenesse intatte le sue proprietà odorose, doveva essere raccolto a mano, di notte, appena schiuso, prima che il sole ne alterasse la carnosità dei petali. Alla dolcezza dell’afrore e alla delicatezza dell’aspetto, sono legate legende e racconti ma anche importanti battaglie sindacali e storie di lavoro al femminile caratterizzate da condizioni durissime.

 

Benedetta Sonqua Torchia

Illustrazioni di Veronica Leffe