Erbario - Castagno dolce

Era iniziato tutto con un mal d’orecchio. Fu quello, in principio, a farle piegare il capo solo da una parte. Era comparso mentre se ne stava seduta sul pavimento della casa di sua nonna. Per alleviare il dolore aveva pensato di stendersi e premere a terra guancia, tempia e orecchio.

Sperava che il fresco del marmo interrompesse un po’ quel battere che, dal fondo dei denti, la trapassava sino alla sommità del capo. Quello che riusciva a vedere, da sotto in su, era il disegno geometrico delle maioliche, le zampe di una poltrona di pelle ricoperta da un telo verde e il muro dipinto di smalto grigio fino a metà altezza. Poco più in alto, la fotografia di un bambino al mare.
Da quella posizione cercava di distrarsi guardando le mattonelle bianche e nere trasformarsi in un tappeto sbilenco e, per farsi compagnia, puntava gli occhi al bambinetto che, nella fotografia, se ne stava sulla sabbia, seduto in posa. Sbiadito, dentro una cornice a giorno senza valore. Una canottiera a righe conteneva il grasso infantile e il cappellino pareva essere rimasto in bilico solo per il tempo necessario allo scatto.
Le gote erano state arrossate dal fotografo. Doveva essere intervenuto con due pennellate troppo garbate perché, nel corso degli anni, i pomelli s’erano scoloriti fino a diventare rosa pallido. Le pareva, in verità, che quelle guance fossero state strappate via a forza dal bianco e nero della stampa, come se il fotografo avesse intuito un cattivo presagio e avesse provato a scacciarlo con un po’ di colore. Era stata una morte dolorosa. Esposta in soggiorno. Sopraggiunta non molto dopo quella posa e mai raccontata.
C’erano stati altri fatti a rubare le parole e riempire gli anni. La guerra. La povertà. La vedovanza, gli altri figli, i fratelli. La medicina e la tecnica. Il Sud. I grandi eventi che accadono mentre si vive. Il pudore di non aver amato abbastanza o abbastanza a lungo. Il rimpianto di non aver potuto. Il dolore di dover continuare ad amare altri che invece non erano morti. Le assenze d’amore disseminate in giro. Un unico scatto. Una sola immagine. Solo quella e nessun’altra.
Quel bambino dalla fotografia le stava raccontando tutto e tutto insieme colandole le parole nell’orecchio, una alla volta e con precisione. Lei avrebbe continuato mansueta ad ascoltarlo se non fosse che nel frattempo il pavimento non era più abbastanza fresco da regalarle alcun sollievo. L’orecchio continuava a bruciarle ed era inutile che lui le dicesse che poi sarebbe passato.
In quel momento lei non poteva fare a meno di consolarsi immaginando di toccare la pelle bianchissima, un po’ cadente e ormai dolcemente flaccida, delle braccia della nonna. Una pelle con cui era facile giocare, un velo di storia che non aveva odore ma solo la consistenza e la fragilità della buccia dell’uovo. Ma sapeva di non poterlo dire, di non poter andare tra quelle braccia.
Erano proprio lì, davanti a lei, ma non poteva arrivarci. Una visita obbligata.
Il padre continuava a spazientirsi per quel suo appiattirsi a terra. Un gioco sconveniente. Aveva un timpano rotto, il padre. Quando il remo lo colpì in acqua poco più che adolescente facendolo sanguinare, sentì un dolore di certo più lancinante. Non poteva esserci quindi un dolore diverso e altrettanto grande da giustificare il contorcersi in terra a quel modo. Che si comportasse bene: doveva avere solo un po’ di pazienza perché la visita finisse e tutti si salutassero senza imprevisti, senza variazioni al programma, senza mancare agli obblighi di un figlio che torna dalla madre dopo essere emigrato troppo lontano.
Mentre quel bimbo le stava spiegando quanto era stato difficile recuperare un po’ di penicillina proprio nei giorni in cui le navi catapultavano bombe su strade e marine, il dolore divenne così infido e sottile da infilarsi più in fondo. Divincolandosi dall’ultima fitta che l’aveva inchiodata a terra rivolse allora i suoi lamenti alla madre e quella, guardandola, fece una valutazione sommaria dello sporco presente insieme a lei sul pavimento.
Non si piegò verso di lei ma, senza pentimento alcuno, la usò per ricattare il padre. E, perché non ci fosse alcun dubbio, scandì chiaramente e a voce alta che il tempo dedicato alla nonna avrebbe misurato l’amore del marito verso sua madre, a discapito di una figlia, dolorante e buttata a terra, e di una moglie, lì in attesa, devota ma annoiata. Lo disse e poi rimase seduta, immobile nel suo farsi vittima, ferma a contare quanto ancora si sarebbero trattenuti in quel soggiorno, godendo quasi in segreto che il mal d’orecchio aumentasse per poter avvalorare il suo risentimento.
La bambina non sapeva spiegarsi perché non potessero intanto avviarsi verso una farmacia, a casa, da un dottore o verso qualsiasi altra parte che la portasse via da quel dolore e da quel bambino che, nel frattempo, le raccontava di essere morto senza respiro. Una mano a tappargli la bocca già affannata dalla polmonite. Per non farlo gridare, nel rifugio, una cantina umida dove tutti tossivano, sempre. E quando le bombe finirono, lui non ebbe mai più le guance rosa e alla nonna vennero le braccia bianche bianche, per via del freddo che sentì per tutto il resto della vita.
Quella storia le scivolò dentro e, quando la nonna si accorse delle lacrime che le colavano dagli occhi, la interrogò. Lei allora provò a raccontare quel che aveva ascoltato mentre se ne stavano tutti seduti, sotto quella fotografia, ma scambiarono il racconto per delirio e il delirio per febbre. La visita terminò quando ormai l’otite avrebbe richiesto antibiotici e punture per i successivi dodici giorni dell’estate. Un’estate che iniziava senza mare, senza bagni, senza spiaggia. Un’estate piena di assenza. Priva della facoltà di ricordare, priva del coraggio di ascoltare il dolore, priva di un bambino che rimaneva lì appeso, senza tempo, senza orizzonti da guardare o futuro da conservare.
Le cure non la salvarono da quel pomeriggio: il pus s’era infilato nella chiocciola e l’infezione fu inarrestabile. Come il padre, perse l’orecchio sinistro.
Una volta, dal sedile posteriore della centododici gli chiese se anche lui riuscisse a sentire la voce del bambino ma, per tutta risposta, l’uomo le strillò di scandire meglio la frase nell’altro orecchio. E che la piantasse con la brutta abitudine di mangiarsi le parole. Al lato destro del padre, lei disse che voleva un gelato ma era quasi ora di cena e, dunque, non era possibile accontentarla.
Durante l’adolescenza, imparò a camuffare il timpano rotto grazie a un delizioso modo di pettinarsi e chinare il capo. Sembrava sporgersi sul mondo solo con l’orecchio buono: «L’altro mi serve per non rimanere mai sola. Ascolto un’altra voce» scherzava, arrossiva e metteva il viso un po’ sbilenco.
Un vezzo che diventò caratteristico, riconoscibile, a volte seduttivo, altre tenero. Un gesto educato ma buono a farle declinare la compagnia dei corteggiatori che le si avvicinavano e a farle dire no ad amicizie che richiedevano troppa intimità. Un gesto che crebbe e accompagnò la signora che stava diventando, fino a causarle una infiammazione dei muscoli sotto gli occipitali e dei trapezi e che, successivamente, divenne cronica fino a favorirle la fuoriuscita del nucleo polposo tra la seconda e la terza vertebra cervicale.
Castagno miniaturaL’angolo tra il corpo e la testa aumentava mano a mano che l’ernia conquistava spazio e, un giorno, lei smise di sentirsi in dovere di scusarsi per quella stortura. Nessuno più avrebbe corteggiato una vecchia storta. Finalmente i suoi torcicollo le sarebbero serviti per rimanersene tranquilla e serena. I fisioterapisti avevano provato a combattere anche più degli ortopedici ma nessuno era riuscito convincere il collo a tornare dritto. Le pareva di poter sentire meglio, con quel collo piegato a metà, diceva. Lei sembrava più rassegnata che preoccupata così, senza troppi proclami, abbandonò le prescrizioni mediche. E, una volta libera dai collari e apparecchi, tornò a ripiegare il capo e quello, libero, mansueto e pesante, finalmente, cadde chino.
Arrivata dopo qualche anno in sanatorio, si ambientò presto: le piaceva farsi sistemare in giardino, dove cresceva un bel castagno e, sotto quei rami, se ne stava al sole d’inverno.
Era diventata un donna dai capelli bianchi, raccolti dietro la nuca. Nonostante fossero stretti in una coda, quelli troppo corti continuavano a scapparle sulle tempie e lungo il capo in modo ridicolo.
Se ne stava lì fuori e ormai nessuno più ci faceva caso. Solo ogni tanto qualcuno si fermava a controllare e, allora, la sua postura, immobile e innaturale, emergeva in tutta evidenza.
Seduta, il suo corpo sembrava quasi normale. Almeno fino a un certo punto. Dai piedi al busto, la sagoma seguiva le curvature consuete come quelle di qualunque altro corpo a riposo. Una linea rassicurante, normale, ma solo fino alle scapole. Poi, il suo capo tracollava: un bocciolo rinsecchito lasciato tutto a un tratto senz’acqua. Ma, pur riverso, pesante e buttato in avanti, quel capo non aveva sconfitto la determinazione della donna di continuare a fissare un punto in alto, dritto davanti a sé. Il risultato era una stortura. Una linea spezzata tra il busto e la fronte. Uno zig zag che finiva in quello sguardo deciso a non fermarsi sul grembo.
Le sopracciglia arcuate in modo inverosimile e gli occhi tenuti all’insù le avevano disegnato una espressione sempre stupita e rughe profonde. Tre righe orizzontali che contrastavano con la rotondità del viso e che le rimanevano, come solchi, anche quando si arrendeva a socchiudere gli occhi.
L’orecchio invece, quell’unico che le era rimasto, era ancora davvero ben funzionante tanto che, a volte, il rumore anche solo del respiro degli altri le provocava fastidio. I risucchi, i colpi di tosse e i sospiri le impedivano di capire quello che sentiva con l’altro orecchio, il sinistro, quello che le serviva per non rimanere mai sola, ribadiva.
Ogni ospite, lì, era capace di affezionarsi ai propri piccoli racconti e così nessuno trovò strana quella sua invenzione né, tantomeno, che se ne stesse tutto il giorno sorridente e piegata a quel modo ad ascoltare un orecchio danneggiato. Si accorsero che qualcosa non andava solo un giorno, all’ora del pranzo quando, andandole vicino, videro che non aveva più la forza di tenere su gli occhi e il bocciolo sembrava essere stato reciso. Allora la sentirono sussurrare: «Posso avere il rosa sulle guance? Posso? Ho paura che vedendomi tanto vecchia non possa riconoscermi».
Due giorni dopo, l’infermiera che le stava infilando il vestito buono delle grandi occasioni, la accontentò e le passò un po’ di rossetto sugli zigomi e, sistemandola nella cassa, si stupì di quanto fosse lunga: sembrava occupare lo spazio di una persona e mezza.

 

Nella fitoterapia, il castagno dolce o sweet cesnut è proposto a quelle persone che, talvolta, sono preda di un'angoscia così grande da sembrare insopportabile e a cui pare che la mente o il corpo siano spinti al limite della resistenza e debbano cedere. Tra i fiori di Bach è contrassegnato dal numero trenta. Del castagno si usano per usi commestibili o terapeutici, i frutti, le foglie e la corteccia. La farina di castagne ha salvato dalla pellagra i molti che, in tempi di carestia o guerra, vivevano, stanziavano o si nascondevano nell’entroterra montano. Le foglie sono state spesso usate per imbottire materassi e l’acqua di infusione rimane una cura utile per i geloni. È una pianta longeva, coltivata sin dall’antichità e ad essa si associa la capacità di lasciare morire ciò che ormai è vecchio per accogliere il nuovo.

 

Benedetta Sonqua Torchia 

Illustrazioni di Veronica Leffe