Tre paradossi. Una trilogia della Storia - Terzo paradosso

Tre possibilità della Storia, tre azzeramenti, tre inganni. Due crolli e un incendio. Tre momenti che tutto dovevano cambiare. In fondo, tre paradossi.

 

L’ospite 293.844.111 ci pensate un attimo prima di farlo. Ma durante quel piccolo istante ricordate vostro padre, vostra sorella, la vostra casa e il banchetto di frutta. Ricordate le poesie che avete imparato, la sabbia della Tunisia, scura e sottile, i vostri ventisei anni. Pensate che non sia il caso, ma poi ripensate anche allo schiaffo, l’ultimo, e allora non avete più dubbi.

È da quando siete bambino che ogni mattina andate al mercato a vendere quello che avete comprato all'ingrosso durante la notte. L’ospite 293.844.111 pensate sia uno strano gioco, ma è l'unico che conoscete, e che giocate con gli uomini che vi circondano, che vi offrono un tè e qualcosa da mangiare dopo la preghiera mattutina.
Sidi Bouzid è quasi perfettamente al centro della Tunisia, proprio dove il reticolo di strade si fa meno fitto per allungarsi in basso, ancora più rarefatto, in mezzo tra Algeria e Libia. È una città di terra e cemento, grande, congestionata da piccole palazzine e circondata da coltivazioni ustionate dal sole. Un granello di sabbia in un continente sterminato quanto la propria fame, i cui fiumi sono vene secche dalle quali succhiare poche gocce. Per l'acqua c'è una precisa gerarchia da rispettare: coltivato, uomini, bestie. E l’ospite 293.844.111 sapete che quello che fate, con vostro zio da quando vostro padre è morto, è indispensabile per tutti. Vendete a poco ciò che avete comprato la notte per poco meno, che avete caricato sul carretto quando l'alba è lontana ancora due ore, sistemato con cura, che avete protetto dalla terra con pesanti coperte di lana, e che avete trascinato da Hainur fino alla piazza del mercato. Ogni volta che vi fermate esausto, con il sudore che gocciola sui vostri sandali, l’ospite 293.844.111 vi chiedete come facevate da bambino, quando sopportavate la fatica a dieci, undici anni, e andavate persino a scuola. Dividevate le vostre giornate tra il mercato e lo studio, scoprivate i numeri per fare da conto, la geografia per immaginare un confine da superare; imparavate la storia per avere qualcosa da raccontare e stupire l'arroganza di chi soppesava i vostri abiti come la vostra merce. Vi piaceva studiare, poi avete smesso perché era meglio fosse vostra sorella a farlo, l'ospite 293.843.002, che già a tredici anni, ascoltandovi leggere libri che non capiva, in arabo o in francese, aveva deciso che avrebbe fatto l'università e che avrebbe ripagato tutti, soprattutto voi, per l'affetto e le premure che non le erano mai mancate. Così avete abbandonato gli studi ma avete continuato a leggere. E ogni volta che vi fermate a riposare di notte, o in quella mezz'ora dopo l'alba, quando il mercato è pronto ad accogliere il mondo ma ancora silenzioso e immobile, tirate fuori un libro che vi ha prestato qualcuno, o che avete trovato da qualche parte, e leggete. L’ospite 293.844.111 siete incuriosito soprattutto dall'informatica, che studiate persino in tedesco, e alla sera, dopo cena, prima di dormire qualche ora, leggete interi capitoli all’ospite 293.843.002, che non capisce cosa ci troviate di così affascinante in una macchina che tanto non possiederete mai.
«Leggetemi una storia, non questi dati» vi chiede ogni sera, e voi rispondete che di storie è pieno il mondo, e che ovunque sono più o meno tutte uguali.
«Raccontatemi di nuovo del mio nome», insiste l’ospite 293.843.002, «Di quello vero, intendo». Voi dite che era il nome di una ragazza, bella come un cero che arde in un giardino di detriti, dalla pelle ambrata e i cui radi capelli si sarebbero volti in ceppi per chi ne avesse annusato il profumo. «“Notte”, significa. Non una notte qualsiasi, ma la notte nella sua spaventosa e abbacinante pienezza».
«E ora raccontate del mio amante», vi domanda ancora vostra sorella.   
«Avvenne che un giovane altrettanto bello la vide, e si innamorò a tal punto che venne ottenebrato dalla Notte e il suo nome cambiò in Folle. Ma lei non aveva colpe, perché lo desiderava come il fuoco l'ossigeno, e i loro sguardi s'inseguivano dentro le tende dorate, e per le polverose strade. Il padre del Folle, vedendo il figlio ridotto in quello stato, a strapparsi gli abiti di seta recitando i più bei versi mai composti in terra persiana, e rotolarsi sulla sabbia per scorticare via una carezza soltanto sognata, chiese per lui la mano della Notte. Gli fu negata, e il Folle corse verso il buio della pazzia. Niente poté il padre che lo condusse al sacro tempio della Ka'ba, ombelico della Terra, perché pregasse per la liberazione della propria anima, quel padre che si stracciò il turbante e lo supplicò di non disperare nonostante “la disperazione racchiuda in sé la speranza, come le tenebre la luce”. Intanto anche lei piangeva, ingoiava dardi di dolore, ma non impazziva ancora, mentre eserciti venivano mossi per unire i due giovani, i due già ospiti, e molti uomini morivano per loro. Il Folle, tradito dall'amico a capo dell'esercito vittorioso, si mise in cammino, e quando scorse un derviscio in catene, esausto, chiese alla vecchia che lo trascinava di essere messo ai ceppi al posto suo. Passarono i mesi. Sfregiato e lapidato nel corpo, scolpito nelle proprie costole, capitò alla tenda dell'amata, dove gli infuriò la mente per le vite che la propria pazzia aveva spezzato. E tra urla che laceravano i timpani, ruppe le catene e scappò in direzione del Najd.
Si fece eremita, attorniato da bestie selvatiche che lo proteggevano. Pregò Venere, pregò l'onnipotente Giove, e fu così che il cielo gli portò una lettera di colei che pur agognando l'esilio viveva prigioniera. Quale gioia pervase il cuore del Folle, un filo di perle li legava ancora e i due si scambiarono lettere incendiate, finché lei non consegnò due orecchini d'oro a un vecchio perché li portasse al suo amato. Ma quando finalmente si ritrovarono, l'onore le impose, ché si era intanto sposata, di fermarsi a dieci passi, non uno di meno, e di pregare il suo Folle di ricoprirla non di baci ma di versi. Lui pianse poesia come mai aveva fatto, parole che il vento, dopo avere accompagnato alle orecchie della Notte, tratteneva per sé e portava in giro per la Terra, attraversando i palazzi della dotta Baghdad, le strade dell'eterna Damasco, per riportarle al Folle, che ne fece silenzio quando la sua amata lo salutò e scappò via.
Mesi dopo, il marito di lei morì, così la Notte poté legittimamente piangere senza dover giustificare le lacrime, e vivere un dolore che la consumò fino a trasfigurarle il viso, e consegnarla alla malattia e alla morte. Il Folle andò sulla sua tomba a cercare la Notte, e la trovò insieme alla sabbia. Si distese al suo fianco e anche lui si lasciò morire».

Mentre vostra sorella dondola i piedi e li fissa, pensate che questa storia, come tante altre, ve l'ha raccontata vostro padre, l'ospite 293.745.669. È morto quando eravate solo un bimbo di tre anni, lasciando alla moglie la fame vostra e dei vostri fratelli. Forse tre anni erano pochi, ma prima di andare a lavorare in cantiere svegliava voi e vostro fratello maggiore, per farvi vedere l'alba e il mercato, vi svegliava poco prima che il sole sorgesse, scuotendovi appena, e vi porgeva un bicchiere di tè e un biscotto. Vi spiegava il giorno e la notte, dove riposasse la luna quando il sole ne infuocava la vista, e vi pregava di stare attenti a quel momento impercettibile di transito, perché «l'aurora è il peggior odiatore e la notte la migliore amica». L’ospite 293.844.111 non capivate le parole di quella poesia che vostro padre recitava a memoria, ma quando è morto avete compreso che la notte è un rifugio. Di giorno, invece, c'è la polizia che rovista nel vostro sudore, accampa, e tutto ciò che è vostro non vi appartiene più.
«E poi, fratello mio?», vi ridesta l'ospite 293.843.002.
«Poi basta, la storia finisce così. Ora i nostri tormenti sono altri, sorella, la nostra notte più ampia e la follia non è vittima né amica né amante, ma complice».
Accarezzate il viso di colore chiaro, mettete due pollici sugli occhi e accarezzate anche le palpebre. Poi baciate la fronte e raccontate di quando avete avuto una piccola crisi nervosa.
«Non lo sapevo», dice lei.
«Nessuno lo sa, perché me ne vergogno».
«A me potete dirlo...», vi rassicura vostra sorella.
«Era estate, e il mercato non era affollato, anzi, era quasi vuoto. C'era un sole grande, caldo, da cui dovevamo proteggere le nostre merci e i nostri visi. Avevamo montato piccole tende, e coperto frutta e verdura con panni chiari, poi ci eravamo seduti a goderci l'ombra. Dei cani, rinsecchiti per la fame, avevano fatto un piccolo cerchio attorno al mio giaciglio, e io mi misi a leggere un libro di poesie, quello grande che ci ha lasciato nostro padre, mentre gli altri si raccontavano aneddoti che già conoscevo, versioni ridotte, rimpicciolite e ammansite, di storie grandiose e ormai perdute. A loro si unirono due poliziotti che cominciarono a scherzare. “Che fa, a voi non piace la compagnia, ospite 293.844.111?”, mi domandarono. Risposi che ero stanco e preferivo riposare all'ombra, ma le mie parole avevano attirato la loro attenzione, il mio libro la loro curiosità. Pensai sarebbe stato meglio metterlo via, così lo chiusi e presi ad accarezzare un cane. La pelle sembrava cucita sulle costole, il pelo era caduto in più punti, ed era di una tale magrezza che infilai una mano sotto il telo, presi un frutto e glielo misi vicino al muso, pregandolo di mangiarne un po'. “Cosa stavate leggendo?” mi chiesero i poliziotti, che si erano intanto spostati verso il mio carretto. “Un libro”, risposi io. “Ci prendete in giro? Ovvio che è un libro, oppure credete che noi non siamo capaci di leggere, e che siamo degni delle vostre premure meno di questo cane...?”. Cercai di balbettare qualcosa, ma una paura montata in anni di identiche discussioni mi chiuse il silenzio in bocca, e non seppi rispondere quando mi dissero che se avevo dato da mangiare a un cane, allora, dovevo essere ricco, e ben contento di sfamare anche loro, i miei nuovi amici. Tirarono via il telo dalle casse e presero qualche frutto. Pensavo che sarebbe finita lì, ma quando ne trovarono uno marcio, dopo avere sputato, iniziarono a rovesciare le ceste sostenendo che la mia frutta non valeva niente, come i miei libri, come il cane che avevo sfamato e che era scappato fregandosene di me.
Non so cosa mi prese ma cominciai a tremare. Il mio corpo si muoveva a scatti, rigidi, avevo i pugni serrati e non riuscivo ad aprirli, le mascelle chiuse, un sapore di sangue in bocca. Scivolai a faccia in giù, sembravo di legno, e le mie ginocchia schioccavano sulle pietre alzando polvere mentre mi urinavo addosso. Poi svenni e non sono sicuro di essere mai rinvenuto».

È possibile, perché il resto, quello che succede mesi dopo, ha la consistenza acquosa di un sogno.
Come ogni giorno caricate il vostro carretto di frutta e verdura, quel giorno più belle del solito, o almeno così vi sembra. Vi basta un'occhiata per riconoscere un frutto staccato troppo presto dall'albero, o troppo maturo. Conoscete come se fossero i vostri fratelli chi ve li vende, e dal loro sguardo avete imparato a capire anche quando stanno cercando di ingannarvi, e quanto margine avete per trattare sul prezzo. Dai loro occhi, ormai, comprendete persino quando hanno bisogno di ingannarvi, perché servono più soldi per le medicine o perché il prezzo del pane è salito ancora. A volte lasciate correre, accettate della frutta più brutta e la mettete da parte per voi, la portate a casa da vostra madre e dai vostri fratelli, abbozzate un sorriso dicendo che sì, siete stato fregato.
Ma non quella mattina, quella mattina avete della frutta bellissima, clementine grandi quanto un pugno, arance che bisogna tenere con due mani, datteri morbidissimi. Per non parlare dei pomodori succosi e delle cipolle. «Queste fanno piangere pure chiuse!» dice allegro l'ospite 293.482.684, mentre vi aiuta a caricare i sacchi. Poi ve ne lancia una addosso, per gioco.
Per strada, con vostro zio, continuate a scherzare, a ridere mentre l'alba tratteggia la sua luce rossa sulla strada, illuminando case troppo piccole, terra, pozzi ormai secchi e altri piccoli carretti che, come il vostro, si recano al mercato. Poco più avanti, l'alba illumina due poliziotti appoggiati alla loro auto, un'immagine anch'essa quotidiana. A caso, decideranno a chi chiedere la licenza.  Ormai ci avete fatto tutti l'abitudine, siete quasi rassegnati, anche se a volte, soprattutto negli ultimi tempi, qualcuno inizia a protestare.
In verità protestano anche altrove, a Monastir, a Sfax, a Tunisi, ma voi non potete saperlo, sono città troppo lontane, fortini che non comunicano tra loro. Almeno, non ancora. Quello che sapete, invece, è che l'uomo che tira il carretto accanto al vostro trema troppo. Un vecchio stanco, che ha ripreso a venire al mercato per sostituire il figlio, ammalato, e che è già stato fermato più volte. I poliziotti decidono di divertirsi con lui, e voi passate oltre, con gli occhi bassi a fissare i vostri sandali e le scarpe chiuse di vostro zio, a non guardare, come sempre, a lasciare che sia il caso a decidere chi debba pagare un obolo non dovuto, e subire una piccola umiliazione che sa ormai di ineluttabilità. Vi girate, e dovete aver cercato negli occhi della poliziotta, senza trovarlo, un motivo, perché lei vi chiama, vi chiede di avvicinarvi e di mostrare la vostra di licenza. Se non fosse per vostro zio, che si mette tra voi e loro, vi sequestrerebbero tutto. Ma il capo della polizia, accorso, è comprensivo, e zittisce i due colleghi.
Sollevati arrivate al mercato, in massa, fermate i vostri carretti in quello che da anni considerate il vostro quadrato di terra, ognuno il proprio, togliete i teli. Sistemate meglio la frutta, e tutti, pure il vecchio, iniziate a sorridere e a urlare le piccole frasi che vi divertite a inventare, perfette per attirare clienti. Il sole, ancora basso, illumina l'ultimo colpo di coda dell'aurora, e avete ancora in mano il primo resto della giornata quando l'ospite 293.657.548, la poliziotta, si avvicina, prende un cesto di frutta e lo carica nella sua auto. Non vi dice niente, lo fa e basta, attorniata dal silenzio di tutti, da sguardi fugaci che si fanno bastare la coda dell'occhio, che sembrano spiare più che vedere. L’ospite 293.844.111 rimanete immobile, ma quando ritorna a prenderne un altro lasciate cadere i soldi e le bloccate il braccio. La poliziotta reagisce, sposta la mano sul manganello. Vi guardate, come qualche ora prima, ma adesso un motivo, nei suoi occhi, lo vedete.
Il colpo arriva frettoloso, poco violento ma stizzito. Poi un altro sulla coscia, più rabbioso. Entrambi gli ospiti, in realtà, non sapete che fare. L’ospite 293.844.111 indietreggiate per proteggere la frutta, e così la poliziotta, più minuta di voi, si dirige verso la piccola bilancia a stadera che avete costruito da bambino, seguendo i consigli di vostro zio. La frutta che rotola dalle vostre ceste sembra l'unica cosa a muoversi in tutto il mercato. Gli altri guardano, aspettano solo che quella scena, ricorrente come l'alba, finisca. La capiscono bene, ma non vorrebbero. Preferirebbero subirla e basta, e invece ne comprendono i fini, anche se non le cause. Intanto, L’ospite 293.844.111 cercate di fermare la poliziotta, ma lei vi offende, offende voi e la vostra famiglia, dice che vostro padre è un cane, un cane che meritava di morire come un cane in quel paese da cani che è la Libia. Si divincola, lasciando cadere la bilancia. Poi arriva lo schiaffo. L'ultimo.

Tutti questi ricordi tengono i vostri sensi attivi mentre vi versate addosso la benzina. Vostra madre, vostra sorella, la vostra casa, il vostro banchetto di frutta. Per un attimo l’ospite 293.844.111  pensate che non sia il caso, ma poi ricordate tutto, una vita schiacciata su un presente cannibale, la povertà e l'ignoranza, l'umiliazione, un silenzio che pare eterno. Allora non avete più dubbi.
«Per te sorella mia, che sei come una notte braccata dall'aurora», sussurrate alla gente che vi dice di lasciar perdere.
L’ospite 293.844.111 vi prendete ancora un attimo prima di farlo, per godervi il vento che preme sul vostro viso minuscoli granelli di sabbia. «Chissà da quale terra vengono...» vi chiedete, poi accendete il cerino e innescate un incredibile cortocircuito. Vi illudete così di risvegliare il tempo, rendendo storico ciò che è nato come immediato.

Leggi il Primo paradosso.
Leggi il Secondo paradosso.


Gianluca Cataldo