Tre paradossi. Una trilogia della Storia - Secondo paradosso

Tre possibilità della Storia, tre azzeramenti, tre inganni. Due crolli e un incendio. Tre momenti che tutto dovevano cambiare. In fondo, tre paradossi.

 

L’ospite numero 5.854.234.547 indicate la porta al pompiere.
Un pullman dell’esercito vi ha guidato fino a casa vostra. Riconoscete il profilo dell’edificio, qualche settimana fa un profilo tarchiato rispetto a quelli del World Trade Center 1 e 2, e adesso così imponente. Un denso strato di fumo e di polveri sottili avvolge la città, vi diranno che non farà male, vi convinceranno che New York ha già superato questo trauma che la rende infantile e scoperta. Il tempo deve ricominciare a scorrere.
«Abbiamo sfondato le porte per vedere se c’era dell’altra gente e poi abbiamo chiuso con dei catenacci», dice un pompiere.
Poi vi chiede: «Quale era casa vostra?». L’attacco al cuore pulsante di un’economia stanca, e agli albori di una crisi che di lì a poco avrebbe spazzato via i postumi di una sbornia finanziaria, ha in un solo colpo cancellato persino il diritto di proprietà.
L’ospite numero 5.854.234.547 gli indicate la porta.
«Stia attento». Un colpo di accetta fa saltare il lucchetto e vi trovate in casa.
Tutto è nel medesimo ordine di quando la seconda torre, ormai trentatré giorni fa, è crollata. Lo schianto ha fatto implodere le finestre dal lato est dell’edificio, ma non le vostre. Gli infissi antiacustici tanto voluti da vostra moglie hanno resistito all’attutita onda d’urto, e hanno protetto l’appartamento dal gigante di polvere sollevato dal crollo.
«Vi lascio» dice il pompiere, e voi lo ringraziate per la sua gentilezza. Quindi camminate verso la cucina lasciandovi dietro un sentiero di orme rarefatte. La colazione, una ciotola di latte freddo e cereali, è ancora dove eravate soliti farla, sulla penisola di fianco ai fornelli. State quasi per posare la busta del latte in frigo quando un afflato rancido fuoriesce dal cartone e vi restituisce la stupidità del vostro gesto. Osservate il quadrato netto ritagliato nella polvere che si è posata sul marmo. Cercate un cestino ma cambiate idea, e preferite risistemare il cartone esattamente dov'era, al suo posto. In casa è tutto immobile eppure ogni elemento ha continuato a evolversi, numerosi filamenti, intrecciati, formano un micelio che sembra rivestire di velluto la frutta nel cesto al centro del tavolo. Per mestiere studiate le muffe in laboratorio e il vostro tempo, adesso, ve ne mostra una grande varietà anche in casa vostra. La natura ha fatto il suo corso nonostante di fuori la borsa stesse crollando come i palazzi che la contenevano, e ogni cosa, pur nella sua apparente immobilità, è invecchiata al punto da morire e andare oltre: è marcita.
Il «New York Times» è ancora aperto sulla seconda pagina di quel martedì, e di fianco c'è la vostra immancabile tazza di caffè, senza la quale non riuscireste a svegliarvi. Quella mattina non siete riusciti a finirla ma vi siete svegliati lo stesso. Lo schianto dell’aereo ha creato un’onda d’urto che i vetri antiacustici del vostro ventitreesimo piano sono riusciti a placare. Un boato sordo e un attutito spostamento d’aria, seguiti da una marea nera che ha avvolto le vostre finestre. Il primo pensiero è andato a un terremoto, il secondo alle premure – al limite del fastidio – di vostra moglie, che tanto aveva insistito per quei ventri antitutto, fino a litigare più volte su quella spesa necessaria che voi non ritenevate tale. L’ospite numero 5.854.234.547 vi accorgete adesso che quei vetri tengono inalterati gli interni isolandoli dall’esterno, ma non da quello che accade in casa, né dal tempo che ha intaccato ogni angolo costringendovi a un’intrusione. È così che vi sentite, un intruso in casa vostra, un intruso nel vostro tempo, tagliato fuori dai cicli biologici di marcescenza e invecchiamento. In un mese avete visto implodere ogni vostra certezza, ogni vostra fiducia votandovi al simulacro pagano della sicurezza. Avete ritrovato un nemico.
Vi recate nello studio di vostra moglie e riponete il laptop nel sua borsa, quindi stipate tutto in una borsa più grande, presa dallo stanzino in camera da letto. Vostra moglie, l’ospite 5.854.127.222 scrive per una testata locale, e dopo l’attacco ha usato i computer di altra gente, offerti per permetterle di fare il suo lavoro e raccontare quei terribili momenti nei campi allestiti in fretta. Mentre preparate la borsa passate davanti alla libreria in salotto. Insieme al rasoio elettrico, al laptop, a qualche vestito e a un faldone con i dati della vostra ultima ricerca, decidete di portare il saggio di Fukuyama, quello del ’92, ormai superato. Ricordate le discussioni al bar con amici e con i colleghi di vostra moglie. Il vostro primo figlio si addormentava in braccio impedendovi di gesticolare come avreste voluto. A pochi mesi dalla caduta dell’impero sovietico le critiche al professore di Chicago erano di una facilità disarmante, e molti fautori della continuazione della storia sembravano non averlo letto. In tanti, allora, snobbavano la vostra previsione che gli Stati Uniti senza l’Unione Sovietica non avrebbero saputo come incanalare lo sviluppo delle scienze moderne, che l’evoluzione delle società umane avrebbe subito un collasso temporale e non avrebbe trovato la via di una equa democrazia liberale. Tempo dopo avete letto che «la democrazia è la forma di governo più facilmente corruttibile» perché permette il suo inquinamento. «Siamo noi a non essere democratici». E adesso vi sorprende aver ripreso il discorso con un vecchio professore di Cambridge, che dorme sulla branda di fianco alla vostra al centro di accoglienza.
Nei giorni successivi alla caduta delle torri, nel marasma mediatico che ne è seguito, l’impeto immediato, quasi una necessità da parte di tutti, è stato quello di cercare un colpevole. È ancora troppo presto per dirlo, pensate l’ospite numero 5.854.234.547, ma il Terrore, Al Qaeda, l’Iraq, sono tutte scuse perché il tempo ormai puntiforme ricominci a scorrere dopo essersi appiattito sul presente dall’89 a oggi, perché gli Stati Uniti ritrovino quel ruolo di guida della democrazia liberale, esportatrice di democrazia.
Raccogliete un po’ di giocattoli per vostro figlio. Il più piccolo ne avrà bisogno per accettare un trasloco forzato, almeno per un periodo che si scoprirà essere incerto. La guerra totale al Terrore partirà immediata con una solerzia tanto sospetta quanto auspicata, gli Stati Uniti senza un nemico implodono. Sembrano uno Stato circondato dagli stessi vetri di casa vostra, e per questo immuni alle trasformazioni accartocciate di un’Europa scomposta e una Russia troppo nuova per riproporsi; una Cina troppo impegnata a crescere e una totale assenza di alternative. Il nuovo nemico – almeno per ora – non ha Stato, è melliflua presenza diffusa. Il Terrore, per definizione, è ubiquo e malleabile al punto da essere credibile.
Come lo spiegherete a vostro figlio?
Dovrete educarlo a valori diversi da quelli che guidano la vostra mano ogni volta che cercate di proibirgli qualcosa. La proibizione massima sarà sentirsi vulnerabili. Dovrete inculcargli una nozione che voi date per acquisita, una geografica zona franca nella quale sentirsi l’opposto di intrusi, l’opposto di pericolanti. Vi affiderete alla religione, lo educherete ai valori del Cristianesimo cattolico per la confortante ragione di una storia raccontata come qualcosa di finito, di rassicurante. C’è un inizio e c’è una fine. Precisa, netta e senza appello. Nessuna visione ciclica, nessuna globale affermazione di una forma politica, soltanto il capriccio di una provvidenza che guida tutti, indistintamente, verso una fine molecolare che più di necrosi sa tanto di apoptosi.
L’ospite numero 5.854.234.547 avete preso quello che vi occorre, e raggiungete al piano terra il vostro pompiere, che vi saluta col cenno di una mano inguantata per poi scomparire dentro una coltre di fumo nero, sempre meno spesso ma più mortale. È passata mezz’ora, il pullman che vi ha portato in quella che avete abitato per dodici anni vi aspetta all’incrocio con Leonard Street per ricondurvi al campo profughi. Sulla strada pensate a quanto vi parrà diversa quella piazza, al fatto che forse non vorrete più tornarci a vivere.

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Gianluca Cataldo