Sinceramente non tuo - Luca Moretti

Senza la musica la vita sarebbe un errore.

Lì era già settembre e c’era lo Squadro per la Madonna: chi compiva diciotto anni poteva scorrazzare per l’intera notte e scrivere sui muri del paese. Era un carnevale rituale e una narrazione collettiva che definiva il passaggio all’età adulta, io ero ancora piccolo per saltare quel fosso, mi alzavo l’indomani e facevo il giro del paese: sulla montagna un trattore aveva inciso la frase “W SS MARIA” e ovunque erano comparse scritte.
Quel settembre era la classe del ‘70 a festeggiare e tra tutte una scritta s’impose alla mia attenzione, era ancora fresca e stava sul muro della piazza centrale: “Dopo di noi il diluvio”. Après nous, le déluge, ancora non conoscevo Luigi XV e Jeanne-Antoinette Poisson, eppure quella frase mi sembrò illuminante e bellissima.

Tornavo lì ogni estate, girovagavo come una fiera nelle campagne, facevo incetta di odori coltivando il mio io selvatico, rientravo solo quando la via non era più segnata dalla luce, spesso mi perdevo. C’era una lunga strada sterrata che partiva dalla mia casa verso le montagne, bastava non aver paura di allontanarsi troppo. Con la bicicletta la percorrevo spesso, era un sentiero troppo lungo per i miei piccoli piedi, attraversava un’immensa montagna segata a metà per ricavarne ghiaia, la stessa che caratterizzava la strada, la stessa utilizzata per costruire alcuni degli edifici nuovi del paese.
Mi sedevo spesso all’interno di quella cava e lo faccio ancora, la montagna sparita mi dà un senso di solitudine estremo e una sconfinata fiducia nella forza dell’uomo. Talvolta mi viene da pensare che è un abominio: distruggere per costruire. Un giorno avanzai ancora su quella strada per scoprire che alcuni chilometri più avanti c’era una grande discarica.

Non era una discarica come quelle cittadine, non c’era immondizia, non erano gli scarti del pasto di una famiglia, ma più la terra di nessuno dove negli anni gli abitanti di quel paese e dei paesi limitrofi avevano lasciato oggetti altrimenti difficili da eliminare: vecchie stufe, secchi di ferro, pali della luce, lambrette, vespe, bici bucate, automobili senza targa, mobili rotti o televisori. 

Iniziai a frequentare quotidianamente la discarica: c’era una grotta e io la elessi a mio domicilio portandoci con fatica una vecchia stufa e una sedia. Una sera accesi un fuoco e tornai a casa completamente affumicato. Sopra quella grotta c’era una Fiat 127 nera piantata sul terreno come fosse atterrata dallo spazio. Al suo interno passavo gran parte del mio tempo. Con l’immaginazione guidavo quel mezzo e pensavo al futuro, a quando sarei stato grande e avrei potuto possedere una discarica tutta mia, piena di Lambrette dismesse e tv col tubo catodico che esplodeva. In quella 127 capii anche più o meno come funzionava col sesso, nel sedile posteriore c’erano dei giornalini che col tempo iniziarono ad attrarre la mia attenzione.
Fu proprio mentre sfogliavo uno di quei giornalini, m’ero chiuso nella parte posteriore macchina perché fuori aveva preso a piovere, fu allora che scorsi sotto al sedile del guidatore un cofanetto di plastica rosso. Subito lo aprii e mi accorsi che era pieno di musicassette. Fuori aveva smesso di piovere, s’era fatta sera, il buio si avvicinava e io lo portai via con me. Quell’anno con gli altri bambini del paese avevamo fatto la Comunione e a tutti avevano regalato un walkman. A nessuno avevano regalato musicassette e quindi io avevo appena scoperto un tesoro.

Così iniziai ad ascoltare le cassette rinvenute nella 127 e a coltivare la mia passione per la musica. Ricordo che c’erano i Supertramp, definivo i nomi leggendo quelli scritti sulle musicassette. Su una c’era scritto "Lucio Dalla – D.E.S.". Dalla cantava di una donna che aveva visto bere a una fontana che non era lui: la trovai un po’ comica e un po’ erotica. C’erano molte cassette, non le ascoltai mai tutte perché già quella prima sera una colpì la mia attenzione più delle altre. Era nera e non portava etichette, si leggevano solo i lati: A e B. Il nastro si era staccato e penzolava.
Salvare gli oggetti, credo sia stata una fissazione che ho sempre avuto, come nelle relazioni, non sono mai riuscito ad abbandonare del tutto il passato, la nostalgia ha sempre guidato ogni mia azione. Consumai la notte a rimontare con un piccolo cacciavite, una penna Bic e le mie mani già sgraziate, quella cassetta. La rivoluzione fondamentale del walkman secondo me è stata quella dell’isolamento, delle cuffie: quella notte ascoltai forse tre volte la cassetta nera nel buio della mia camera.

Per dieci anni ho ascoltato quasi quotidianamente quella cassetta senza conoscerne l’autore o il titolo. Non mi interessava, a me bastava aver scoperto quella musica e la tenevo per me senza condividerla: era folle e bellissima.
La prima canzone sul lato A mi inondava con delle profondissime note di un pianoforte elettronico, il testo era ipnotico, proiettato in un passato remoto estenuante e stracolmo di assonanze, la voce suonava come uno strumento insieme alla musica. Il secondo pezzo mi aggrediva con un sax mentre quella voce si faceva calda e veloce, poi arrivava il terzo brano, colmo di variazioni musicali, con un ritornello che mi rimase a lungo nella testa insieme all’arpa, al violino, al corno. L’ultima canzone del lato A era completamente straniante, fuori da ogni schema e anche oggi farei fatica a inserirla in un genere musicale definito. In realtà il lato che amavo di più era il lato B, la prima canzone sembrava un testo di enigmistica, poi la seconda, la amai profondamente e l’amo ancora, quelle parole accompagnarono il primo sesso, e la relazione con Claudia. Mai le raccontai di quelle parole e di quanto le assomigliavano. Neanche ad Alessia dissi nulla della cassetta anche se era sempre lì con noi, nella mia testa. Era un mio segreto.

Quella cassetta si componeva di otto canzoni, quattro per lato, la terza sul lato B tornava al suono elettronico, vedevo un sipario inesistente chiudersi su molte vicende, anche le mie. Ascoltavo continuamente quella cassetta, con le cuffie, sdraiato sul letto al buio o correndo per la discesa in sella alla mia bicicletta. In particolare ascoltavo l’ultima canzone del lato B, il walkman non permetteva di andare avanti o indietro, non permetteva salti, quindi dovevo ascoltare tutto il lato prima di trovare le stesse parole che lessi un giorno su un muro poco distante da quella camera: “Dopo di noi il diluvio”.

Ho ascoltato l’album “Don Giovanni” di Lucio Battisti e Pasquale Panella per oltre dieci anni, senza sapere chi fosse l’autore e quale fosse il titolo, come un segreto.
Forse ero troppo piccolo per collegare quella voce alle canzoni che i miei ascoltavano nei grandi spettacoli della tv in prima serata, forse quella musica e quelle parole erano troppo diverse dai successi più noti di Lucio Battisti o forse non mi interessava proprio cercare un riscontro.
Per dieci anni ho ascoltato quella musica da solo, senza condividerla, come fosse solo mia. Poi il walkman si è rotto, la discarica venne ripulita e mutata in un’isola ecologica con tanto di cancello.
Nella cava continuano a distruggere la montagna per costruire edifici, il terremoto ha dato anche un senso a quel grande vuoto visivo che ancora mi commuove. Spesso mi sono sentito solo e sono tornato in quella cava.

Alcuni mesi fa ho trovato il vinile di “Don Giovanni” in un robivecchi di Viale Marconi a Roma e lo ho comprato. Frida mi camminava di fianco, è stato poco prima che se ne andasse. Torno ad ascoltare quelle sonorità elettroniche e quei testi enigmatici, pieni di doppi sensi, che impegnano l’ascoltatore in una riflessione sorda e profonda.
Torno oggi ad ascoltare la musica della mia infanzia: ora che lei non c’è più, solo oggi, ascoltando di nuovo quel disco capisco che è la narrazione di un addio, di una separazione, di una fine. Solo oggi riesco a mettere tra me e lei alcune di quelle parole: e scrivi che non esisto quaggiù, che sono l’inganno. Sinceramente non tuo.

Luca Moretti

"Don Giovanni" - Marzo 1986 - Numero Uno
Testi di Pasquale Panella - Musica di Lucio Battisti. Produzione di Greg Walsh