Fiabe di Fortezza - La vecchia Grasshopper

Furono in pochi, quel giorno, a notare Adelina Grasshopper che camminava su e giù per i marciapiedi di Fortezza. Poiché era una vecchia come tante altre – magra e lugubre, con il berretto di lana calato fino alle sopracciglia – coloro che la videro ridacchiarono e proseguirono dritti per i loro Weg.

Adelina invece non guardava nessuno. Si trascinava dietro il carrello a due ruote rivestito di tessuto scozzese. Con l’altra mano teneva chiuso l’impermeabile, all’altezza del petto, dove le faceva male. Come molti degli indumenti che Adelina aveva in casa anche l’impermeabile era appartenuto a qualcun altro prima di diventare suo. Ogni settimana, dall’altra parte della strada, qualcuno scaricava enormi sacchi di vestiti e all’alba, tutti tremanti e spaventati, gli anziani del quartiere uscivano dai loro appartamenti e andavano a frugare nei mucchi.
Adelina si sentiva fortunata ad aver trovato l’impermeabile. Anche se non era della sua taglia, anzi era abbondante sulle spalle e le falde le calavano quasi sulle caviglie, le piaceva molto. Doveva essere appartenuto a un uomo, forse un morto o un fuggiasco. Era capitato anche a lei, quando il marito anni prima era scomparso e poi era stato trovato stecchito, derubato, nudo nella camera di un albergo di quelli piccoli e defilati in cui in ogni stanza chi entra trova una ragazza ad aspettarlo, di doversi liberare dei suoi vestiti. Aveva chiamato la parrocchia, ma lì non li avevano voluti. Così, una notte, dopo aver svuotato l’armadio e sistemato con cura camicie, pantaloni, cappotti, giacche, cravatte, mutande, canottiere, calzini, sciarpe, guanti e cappelli in una grossa valigia – quella che lui aveva usato per prepararsi la fuga – Adelina aveva preso l’ascensore, si era affacciata sulla strada per controllare che fosse davvero buia e deserta, e aveva trasportato la valigia per un paio di isolati, fino a un cassonetto, e lì l’aveva abbandonata. Ci erano voluti alcuni giorni prima che iniziassero a spuntare dappertutto uomini che portavano i vestiti usati di suo marito. Ora un tipetto basso, al supermercato, che si era accaparrato un berretto di lana e un paio di pantaloni di velluto; ora un altro che camminava petto in fuori dentro il bellissimo cappotto di lana grigia che il marito metteva tutte le volte che se ne andava in giro da solo o con chissà chi. Quando le capitava di imboccare una strada solitaria sentiva le scarpe del marito, quelle della domenica, che ticchettavano dietro di lei. Per un po’ Adelina aveva prestato attenzione ai vestiti nuovi degli altri vecchi del quartiere, poi aveva smesso. Quel giorno era iniziata la sua nuova vita.
Aveva imparato a essere sola in casa, a non dividere il letto con nessuno, a fare la spesa e cucinare per uno, a disegnare a piccoli tratti lo spazio vitale. Le notti si erano fatte più quiete, senza il russare disperato dell’uomo, e nel lavabo del bagno non si incrostavano più i pezzi di catarro che lui era solito sputare appena sveglio. Di sera, quando doveva scegliere cosa guardare in televisione, Adelina si sentiva curiosamente libera. La stessa cosa provava ogni volta che si versava un bicchierino di liquore, e poi un altro ancora, da una delle bottiglie che giacevano, ormai decennali, dietro la vetrina della cristalliera. Un paio di volte, come non le capitava da troppo tempo, si ritrovò ad andare a letto ubriaca. Chiudeva gli occhi e sentiva una canzone sepolta, sempre la stessa: Paolo Celani, Ciocca di capelli. E nel buio Adelina la cantava, con le labbra e le gengive, perché i denti già brillavano, immersi nel disinfettante, in fondo al bicchiere:

«Ciocca, che non intrecciai, che lasciai al vento,
che si fece bianca per il suo andare e venire»…

La storia era nota a tutti. Le circostanze in cui il marito di Adelina era crepato, la fuga, il ritrovamento, il postribolo divennero aneddoti da raccontare per riempire il tempo. Nuovi dettagli emersero dal bolo alimentare del pettegolezzo. Di conseguenza, quando usciva per andare al supermercato o per fare una passeggiata digestiva dopo pranzo, Adelina avvertiva su di sé gli occhi degli altri, quei falsi conoscenti che fino a poco prima la salutavano con gentilezza e che adesso, al suo passaggio, si ritiravano come lumache al contatto col sale, chinavano il capo, le antenne, bisbigliavano tra loro. Alcune donne addirittura si stringevano le borsette al petto. Vero, dell’abbigliamento non si curava più come un tempo; inoltre erano quasi due mesi che non faceva visita al salone di parrucchiera di Katia Ivanona. Deve essere stata lei, pensava camminando tra i gruppetti di facce orripilate. Una frasetta, una sforbiciata, una tinta, una sentenza pronunciata di sfuggita. Adelina Grasshopper non viene più a farsi i capelli da quando le è morto il marito. Poveretta. Zac zac. Sì, poveretta. Ma a me, quando la vedo, fa anche un po’ paura. Zac. Io l’ho vista l’altro giorno. È stata dieci minuti in piedi davanti al banco dei surgelati. Zac. Per un attimo ho pensato che volesse entrarci dentro. Zac zac zac. Che scena, tesoro. Zac. Sì, brutta brutta. Però sembrava proprio una che volesse infilarsi dentro la sua bara, con i gamberetti, i ghiaccioli, i minestroni…
Le vedeva ridere, Adelina. Le vedeva ridere tutte. Ridere e ritirarsi. Sentiva i loro petti che sussultavano quando lei passava. Persino gli uomini che frequentavano la sala scommesse (un piccolo vizio che si portava dietro da anni: i cavalli ogni quindici giorni), non la trattavano più come una volta. Almeno però la salutavano. Grugnivano, sputavano, facevano roteare le punte delle scarpe sul pavimento per spegnere cicche immaginarie, ma le rivolgevano la parola e, quasi immobili, chinavano il capo in segno di rispetto. Lei entrava, avvertiva il baccano smorzarsi di botto, diceva buonasera, si soffermava qualche minuto sugli schermi con i programmi e le quote e poi, a piccoli passi, andava allo sportello e comunicava a Josef, il ragazzo ritardato, la sua scommessa. Josef era l’unico che non aveva capito niente e per questo in lui niente era cambiato. Le sorrideva come sempre, denti marci bene in vista e occhi stretti. Come sta oggi signora Grasshopper? Sto bene Josef e tu? Bene bene benissimo, signora. Oggi vinciamo, Josef? Sicuro, signora, oggi vincono tutti. Adelina allora ritirava la ricevuta e andava a sedersi nella saletta dove si trasmettevano le gare. C’era sempre qualcuno che le cedeva il posto su uno sgabello. Adelina ringraziava e chiedeva che le offrissero una sigaretta. Quando tornava all’aria aperta, aveva i vestiti impregnati di fumo. Sulla strada di casa stazionava sempre un capannello di signore, una sorta di polizia del quartiere, le guardiane del bene. Lei diceva buonasera, loro voltavano gli occhi altrove. Adelina, quindi, sollevava il mento e passava.
Una mattina Adelina uscì di casa e si diresse verso il salone di Katia Ivanona. Faceva piuttosto freddo, anche se il sole brillava pallidissimo sopra i palazzi. I marciapiedi erano passerelle sull’abisso. Adelina li percorse sovrappensiero, costeggiando le case tutte uguali, edifici di mattoni rossi, polverosi, eterni. Pensieri strani, come le case. Quella notte aveva sognato molto. Nel sogno c’era la faccia di Josef al telegiornale. Non ricordava tutto. In particolare non ricordava cosa Josef avesse fatto per finire in televisione, ma era qualcosa di brutto, qualcosa di tremendo. A parte questo, il sogno era stato lungo e articolato. Adelina però non riusciva a rievocarlo, quasi lo avesse vissuto troppo a fondo e vi fosse rimasta intrappolata. Di sicuro aveva sofferto, soprattutto nel vedere Josef trattato come un mostro. Ricordava di aver pianto davanti a quella vita rovinata e al risveglio si era chiesta se tutto non fosse stato un presentimento, così prima di arrivare al salone aveva fatto una piccola deviazione ed era passata davanti alla sala scommesse. Vista l’ora, dentro non c’era quasi nessuno, tranne quattro o cinque soliti avventori del mattino, che sarebbero andati via soltanto al crepuscolo. Josef era al suo posto. Buongiorno, signora Grasshopper. Buongiorno Josef, stai bene? Bene bene benissimo, disse Josef. Sicuro, Josef? Il giovanotto tirò fuori la punta della lingua e la lasciò penzolare tra le labbra. Sembrò pensarci sopra. Sicuro, signora, e lei sta bene? Adelina sorrise, annuì, se ne andò. Che stupida, si disse, mentre camminava.
Arrivò al salone di Katia Ivanona e lo trovò chiuso. In effetti, pensò, è lunedì. Che stupida, di nuovo. Ormai era in giro. Tornò indietro, prese la via del supermercato.
Per più di un’ora Adelina si aggirò tra gli scaffali senza mettere niente dentro il cestino a rotelle che le andava dietro come un cagnetto domestico. Una musichetta straniera suonava dappertutto. Qui, in questa città, cosa si può dire straniero?, pensava lei. Niente se non l’inimmaginabile. Continuava a tornarle in testa la faccia spaventata di Josef al telegiornale, quella trasmissione dell’incubo che non aveva mai avuto luogo se non dentro di lei. Passò davanti al banco della macelleria, studiò con noncuranza i brani di animali disposti sui vassoi, nelle vaschette di plastica, tra i limoni ornamentali e le foglie di alloro. Non prese niente. Per un po’ si soffermò tra i detersivi che, nonostante fossero sigillati, emanavano intensi profumi che le fecero girare la testa. Alla fine si avviò alla cassa con due bottiglie di vino economico, una pagnotta, un tris di scatolette di tonno, una confezione di gelati. La cassiera era una signorina che non aveva mai visto, giovane, con le guance e il naso divorati dal lupus. Adelina le porse il palmo aperto perché la aiutasse a contare le monete. Uscì di nuovo in strada. La musichetta era rimasta dentro il negozio, intrappolata, mentre lei era libera di andarsene dove voleva. Andò a casa. A pranzo mangiò pane e tonno, dopodiché si accomodò in poltrona, accese il televisore e alzò il volume fino a che non le fu più possibile distinguere i propri pensieri. Il pomeriggio arrivò che Adelina sfogliava un album di fotografie pieno di volti ormai spettrali. Degli otto gelati che aveva comprato ne restavano soltanto due.
Quella sera la prese una terribile nausea. Decise di non cenare e di limitarsi a una tisana bollente, che tuttavia non le fu di alcun aiuto. Provò a sdraiarsi ma era impossibile. I crampi allo stomaco erano troppo forti e le veniva da vomitare. Così – erano già le dieci passate – Adelina si rivestì, si infilò l’impermeabile e uscì.
Per strada danzava una nebbia tenue. Sospinta dall’umidità Adelina passeggiò un po’ a caso. Il quartiere si era già svuotato. Solo qualche bar ancora aperto occhieggiava sul fondo della foschia, e le finestre in alto una a una si spegnevano. Di tanto in tanto alcune voci le arrivavano alle orecchie da lontano: un immigrato russo che bestemmiava in solitudine, una coppia impegnata nel battibecco serale, un neonato che si svegliava urlando. Adelina pensò a quanto tutto le fosse così familiare. Passeggiare di notte non le aveva mai fatto paura, neanche quando era giovane. Si lasciò cullare dalla piacevole sensazione di essere sola, l’unica sopravvissuta al giudizio universale della giornata appena finita. Per questo trasalì in modo impercettibile quando, davanti al portone dello studio veterinario del dottor Canetti, vide materializzarsi, anche lei soffiata fuori dalla nebbia, la faccia smarrita di Josef che la guardava con gli occhi vacui e spalancati.
Signora Grasshopper, che ci fa in giro a quest’ora? Passeggio, Josef, e tu? Anch’io, signora. Sono appena stato da Corvo, ma non c’era nessuno. E ti sei ubriacato?, chiese Adelina. No, signora. Corvo non vuole, dice che poi divento fastidioso e faccio spaventare le ragazze, ho bevuto solo un bicchiere. Corvo esagera, disse Adelina. Josef tirò su le spalle come a dire che sulla questione non poteva dire la sua. Senti Josef, sto andando in un posto, mi accompagni? Certo, signora, dove andiamo?
Adelina guardò la faccia del ragazzo. Era colma di bontà, anche in quella notte così misera.
Sai dov’è l’albergo Taiwan?
Josef indietreggiò e iniziò a scuotere la testa.
Sì, lo so. Lo so, ma non posso andarci. Mia madre mi dice che quello è un posto per maiali, porci proprio come il marito della signora Grasshopper, dice così.
Tua madre ha ragione, Josef, e tua madre si sbaglia. Io stanotte devo andare lì, ma non voglio entrarci. Voglio solo guardarlo da fuori. Quindi se sarai così gentile da accompagnarmi ti garantisco che non disubbidirai a nessuno. Andiamo e torniamo. Passeggiamo.
Josef si dondolò sui talloni. Faceva oscillare la testa a destra e a sinistra, la lingua penzoloni. Mentre rifletteva, studiava la targa di ottone del veterinario. Sembrava ballare, a suo modo, su un ciglio.
Allora, andiamo? Disse Adelina, e porse il braccio al ragazzo. Josef borbottò qualcosa. Si misero in marcia. L’albergo Taiwan si trovava all’estremo limite del quartiere. Dopo l’ultima via, che chiudeva la zona, c’era uno spiazzo dove per tutto l’anno stazionavano le stesse due roulotte di zingari. Mentre le oltrepassavano, la vecchia e il ragazzo rimasero in silenzio, per non disturbare quelli che dormivano all’interno. Le suole da ginnastica di Josef fischiavano a ogni passo. Scavalcarono un giacimento di immondizie, passarono sotto il cavalcavia della tangenziale, videro ombre coricate contro i muri bui, sbucarono dall’altra parte, dove la palazzina a quattro piani del Taiwan li aspettava, l’insegna azzurra al neon come il nome sullo scafo di una navicella derelitta, arrivata in porto solo tre ore prima, senza equipaggio.
Adesso che facciamo?, chiese Josef. Aspettiamo un po’, disse Adelina. Aspettarono, ma non molto. Dietro di loro, dal cavalcavia, sentirono alcune voci che si avvicinavano. Erano allegre, ubriache. Tre uomini spuntarono dall’ombra. Adelina li riconobbe: frequentavano la sala scommesse. Quando i tre si accorsero della vecchia e del ragazzo le loro facce si fecero serie. Erano sorpresi. Guarda guarda, disse uno. Buonasera signora, che ci fa da queste parti? Josef che combini? Adelina si schiarì a voce. Sentì una minuscola puntura, in fondo al petto. Facciamo una passeggiata, disse, e voi? I tre si guardarono. Noi, beh… anche noi, anche noi, il freddo rigenera lo spirito. Stavate andando all’albergo?, chiese Adelina. No, no, macché, disse uno. Un altro lo corresse: ci andavamo, a prendere Remigio. Sì, Remigio, disse il primo, lavora al bar dell’albergo. Sa com’è, quando si può risparmiare sul bicchiere della staffa… Poi però dritti a casa, domani si lavora. E voi?, chiese uno di loro ad Adelina. C’era qualcosa di strano in quella domanda. Io me ne vado a casa, subito, disse Adelina. Bene! Allora Josef può venire con noi, se non le dispiace, Josef che dici?
Adelina si accorse che il ragazzo stava tremando. Per il freddo o per qualcos’altro. Anche Josef deve tornare, disse. Ma lo portiamo dentro, al caldo, ci facciamo un bicchiere con Remigio e poi andiamo via. Promesso! Adelina sentì che la presa della mano di Josef sul suo braccio si allentava. Signora Grasshopper, vado con loro, disse il ragazzo. Josef, ti ricordi di cosa ha detto tua madre?, chiese Adelina. I tre uomini soffocarono qualche sghignazzo. Sì che me lo ricordo, ma andiamo solo a salutare Remigio, disse, poi si rivolse ai tre: non faremo quello che faceva il marito della signora, vero?
Adelina abbassò gli occhi. Sentì che un artiglio le afferrava il torace. La nausea tornò. Guardò di nuovo Josef negli occhi. Non poteva essere così crudele, non poteva essere così stupido, così malvagio, quel subumano, quell’idiota, ma lo era. La sua faccia ebete, il mento coperto di bava, i denti storti, e dietro di lui le facce dei tre uomini, contro la bocca nera del cavalcavia. Si vedeva che stavano per scoppiare a ridere, però facevano di tutto per restare impassibili e questo li rendeva deformi, grinzosi e freddi, come i peduncoli intirizziti che si portavano nelle mutande. Josef si unì al gruppetto. Vuoi fumare, Josef?, disse uno, e senza che il ragazzo avesse detto nulla, gli infilò una sigaretta in mezzo alle labbra.
Signora, non si preoccupi. E vada a casa, che tra un po’ andiamo sotto zero. Alla sua età non dovrebbe uscire a quest’ora. Rischia di restarci.
Li osservò varcare la porta a vetri dell’albergo Taiwan. Si ritrovò da sola nello spiazzo.
Tornò a casa, nella casa buia. Per la prima volta dopo chissà quanti giorni si sedette sul bordo del divano per piangere. Voleva piangere, ma non riuscì. Andò in bagno. Nello specchio vide una vecchia con la faccia bianca. La lana del berretto le aveva elettrificato i capelli che adesso stavano dritti. In certi punti, sotto i capelli, si vedeva il giallo del cranio. Che schifo, pensò. Dall’armadietto prese la macchinetta da barbiere del marito. Quando aveva dato via le sue cose si era dimenticata di metterla nel mucchio. La accese e iniziò dalla tempia. Le ciocche cadevano, le sentiva sul collo, sulle guance. A mano a mano che andava avanti, la testa di vecchia nello specchio rimpiccioliva. Somigliava a qualcosa che aveva visto in televisione, in un terribile documentario sulla Foresta Amazzonica. In pochi minuti l’opera fu completa. Adelina spazzò i capelli dal pavimento e li buttò nella spazzatura, poi andò in camera, si infilò la camicia da notte, spense la luce grande e accese l’abat-jour sul comodino. Un istante prima di mettersi a letto, lo sguardo le cadde sulla specchiera appesa dietro il comò. Vide la stanza in penombra e nella stanza una figura vestita di cotone azzurro, il collo rugoso su cui svettava, secca e verdastra, la testa nuda.
La mattina dopo, prima di uscire, Adelina si calcò sulla zucca pelata il berretto di lana. Prese il carrello per la spesa e se lo trasportò giù per le scale. Da quel momento e fino a sera vagolò per il quartiere. Passò davanti al supermercato e due volte davanti alla sala scommesse, ma non entrò. Poi, al tramonto, prese una strada più ampia, molto trafficata, e iniziò a percorrerla. Presto cominciò a non riconoscere più i luoghi. Se ne andò in giro per Fortezza tutta la notte, sempre più stanca, sempre più infreddolita. Nessuno fece caso a lei. Nonostante la lana del berretto, la testa le faceva male per il gelo. All’alba, mentre ancora camminava, uno sbirro la fermò. La fece salire in macchina e la portò in ospedale dove le diedero un letto in un reparto immenso dove tutti gridavano, e dove la vecchia Grasshopper, prima di addormentarsi, anche lei, felice, gridò.

 

Luciano Funetta