#5 Persone / Il sonno

Pensavo o mi dicevo,
sottovoce ma distintamente:
«Sono in questa stanza».
Il re pallido
David Foster Wallace

AVVERTENZA_Se vi dilettate nel collezionare generalizzazioni come alcuni collezionano francobolli, allora questo piccolo album di PERSONE potrà forse interessarvi. È ovvio che la follia per cui gli statistici vanno matti, il soggetto medio, non esiste.

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Lo scorso luglio il mio medico, il Dottor Dimitri, mi ha prescritto certe pastiglie gialle. Adesso siamo in gennaio, è appena cominciato a nevicare, ED è ora di andare, di nuovo, E questo significa che a nessuno piace CHE prendA medicine, al contrario del sottoscritto, che fin da piccolo ha manifestato qualche difficoltà e in un certo senso per così dire “fragilità” o “delicatezza” quando si tratta di addormentarsi.

ISTANTANEA_ ArrivANDO dall’ingresso nord, la strettezza della stradina deserta È come un intestino a digiuno.

La prima persona a cui Mi rivolgO, anche se non posso dirlo con certezza, sembra un portinaio o l’uomo incaricato di portare fuori la spazzatura O un nuovo operaio della compagnia elettrica o probabilmente è un inserviente con il suo nome cucito a caratteri Palmer sulla tasca della tuta grigia. Lui, che lo sA senza che glielo dicA, sollevA il braccio destro quasi in un saluto fascista, indicando un estroso edificio in mattoni, stranamente lungo.

E allora, eccomi qua proprio nel punto da dove si entra e si esce, sono all’accettazione dell’ospedale, a firmare carte. Il Dottor Dimitri è lì in abito scuro, con la testa eccessivamente inclinata ostentando una curiosità che non provA affatto, chieDENDOMI di compilare un rendiconto dettagliato, preliminare o di ammissione sulle costanti passate e presenti del MIO sonno, includendo dati che risalivano più indietro possibile, inclusa, se possibile, l’infanzia.

Mi guardO intorno: c’è qualcosa di molto strano in questo ospedale. Intanto, sembra che nessuno porti il camice bianco.
Mi faNNO registrare al reparto di Neurologia/Sonnologia, che contIENE la clinica del sonno Edmund R. & C.

FaCCIO il mio piccolo trasloco verticale su al Piano Bianco, COME certe volte viene chiamato. È bianco, ovviamente, ma un bianco non di quelli accecanti, dannosi, come nel reparto ustionati, lo stesso che in seguito È stato soprannominato la Casa Bianca, CIOÈ il reparto in cui È alloggiatA una persona che è rimasta incredibilmente bruciata da se stessa.
La clinica del sonno Edmund R. & C. è più un bianco delicato, quasi grigiognolo, molto tenue e lenitivo. UN luogo dove tramonta il sole perpetuo e si aspetta quotidianamente il SONNO.

All’arrivo mi preNDE fisicamente per mano una rosea fanciulla che indossa un’uniforme da soldato semplice, un’infermiera – un’infermiera – che mi condUCE, con un grado di sollecitudine che, per quanto inattesa e disorientante, avrebbe gratificato più o meno chiunque, lungo un corridoio e poi un altro, apparso dal nulla sulla parete ovest. Non sapendo se stO varcando la soglia di una porta o il davanzale di un’alta finestra, entrO nella profondità della SUa camera, una camera di decompressione, dEVE essere così... Il letto è in ordine, non sembra quello di un malato, perché quei letti sono sempre infossati e in disordine, i cuscini schiacciati.

«Questo è il suo», dice.
LA ringrazio, non importa se MI crede o no
. «Non sembro mai di aver bisogno di dormire, ma non è così. Tutto per la notte!, è il mio motto. Tutto il tempo bisogna pensare alla notte! Con l’ultimo dei MIEI crediti, entrO in una clinica per la cura del sonno».
La ragazza MI rivolge un sorriso professionale. «Interessante scelta d’esempio, l’ultimo dei suoi crediti…». Questo dice mentre se ne va.

Ogni sera come un meccanismo a orologeria, MI sdraio a guardare il soffitto, con la stessa benevola espressione che HO durante la giornata, l’espressione di chi viene lentamente guastato da mesi di un’attesa improduttiva. DetestO doverMene stare lì sdraiato, in attesa. Mi sento come a casa, in questo posto, tutto quel tempo nella stessa posizione senza dire una parola e alla fine mi addormentO sempre e comunque con Me stesso.

Sono e sono sempre stato io la causa delle mie insonnie; quello che disturba il sonno; quello che stringe la mia gola nei sogni e li perseguita come fa il crepuscolo con il giorno. SONO una specie di macchina fotografica da cui si pUÒ impressionare e sviluppare una pellicola, una pellicola sensibilizzata; la mia faccia È bandita oltre i confini dell’immagine, un’immagine scattata con l’obbiettivo aperto al massimo. Eppure lo faccio ogni volta E così mi ritrovo qui in un buco, un buco nella struttura della realtà; in una stanza né soleggiata né in penombra; un caldo interno, come se si fosse inghiottito il sole.

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ALTRA ISTANTANEA_ Sul letto un tipo che non sospetta nulla, che dorme supino o su un fianco, in mutande e maglietta, calzini scuri, senza lenzuola a coprirlo, nello stato di abbandono tipico del dormiente. Un cavalletto immaginario al centro di quella stanza leggermente in disordine che può essere una stanza d’albergo e può non esserlo. Non mi trovo in UN albergo. SONO finiTO nel reparto suicidi dELL’ospedale psichiatrico riservato a coloro che costituiscono un pericolo di natura particolare per sé. COSÌ HO fatto il mio ingresso alla Casa Bianca.

L’uomo si sveglia, borbottando che HO eiaculato sulle sue coperte. In un certo senso è convinto di quella bugia, e INFATTI non è tra lenzuola che dormE.

Poi la sua faccia è come se si mettesse a fuoco, un’esile faccia amara, due auto-da-fé che ardono negli occhi grigi sulfurei. La mano, ripiegata a pugno con il pollice infilato nella cavità, copre la bocca, CHE producE un rumore metallico, come se il metallo volesse parlare, come se si trattasse dello scherzo di un ventriloquo, o di un rumore continuo, lacerante, stridente E dentale O DI UN apparecchio per i denti. Lo sento parlare.

«Codice 5051. Detenzione nell’interesse della persona. È la legge. SONO incarcerato nei corridoi di qualche orribile servizio sanitario, PERCHÉ in un certo senso è un peccato il suicidio; è così contrario a tanti nostri istinti e impulsi programmati che nessuno sano di mente va fino in fondo, E gli esseri umani sono pressoché identici in termini di programmazione…, così dicono i capi. Sul serio, non è una battuta. Il peccato È sentito come qualcosa di estremamente concreto, simile al contagio di una malattia che si estende in un’epidemia mortale dal peccatore alla comunità». Recita quelle parole mostrando lo stesso distacco DI UNA cassiera che pronuncia INVECE le parole: «Le auguro una buona giornata». Se non sbaglio letteralmente dICE «Chissenefrega», a voce alta, E MI chiede di punto in bianco «HaI mai pensato di suicidarTi?»
«No. Io no. Non so nemmeno perché».
«In alcune situazioni sono sopravvissuto perché sapevo come suicidarmi se le cose si fossero messe al peggio». Si fermA con gli occhi scintillanti, tutti i dettagli visivi e sonori sono registrati dalla SUa cinepresa mentale.
«Suppongo che il suicida mentre appoggia alla tempia la canna della pistola provi per ciò che succederà l’attimo seguente quello che provO io ogni sera prima di andare a dormire…, dentro», dico.
«Un sentimento di curiosità». Si guardA le mani, lentamente ne sollevA una, la posA sull’altra e, parlando, la strinSe forte: «Non hai nessuna curiosità riguardo a te stesso?».
Adesso c’è una pausa lunga. «La curiosità per quello che intendi è sostanzialmente una specie di effetto anfetaminico sull’addormentarsi, almeno nel mio caso – è abbastanza chiaro da poterlo dire in modo così specifico, volendo».
Il SUO viso sembra un po’ diverso al termine dei due secondi di scannerizzazione.
«Il suicidio si ripercuote all’indietro e rende confuso l’inizio. Alla fine, ogni ricordo e ogni impressione viene trascinato in quella direzione lì
. Come in un sogno… esattamente il tipo di sogno che meno CI si pUÒ permettere in queSTO posto. Ora ti starai chiedendo quali sono», dice «LE situazioni IN CUI sono sopravvissuto perché sapevo come suicidarmi se le cose si fossero messe al peggio».
«Stai dicendo che vorresti che ti chiedessi quali sono?»
«Tombola. Giusto… nemmeno per sogno»
.
«Sono curioso di sapere come ci riescI», diCO. «Come funziona la cosa».
SeguE una pausa di tre battute in cui nessuno si muove né parla
.
«PuntO soltanto su una decina di minuti di immobilità, all’inizio; la mente della maggior parte delle PERSONE non riesce a mantenere più di qualche minuto d’immobilità e di concentrazione vigile senza provare un’inquietudine e un disagio insostenibili. Io restO sempre perfettamente immobile e mi concentrO. Mi costringo a rimanere completamente immobile, come se fossi già morto…»
«O addormentato, senza saperlo».
«PulitO come una pagina. Che cos’è questa morte, se non un sbiancamento, un portare il bianco all’ultrabianco, che cos’è se non uno scolorimento come se non fossi un essere umano?»
«Bandito oltre i confini dell’immagine, un’immagine scattata con l’obbiettivo aperto al massimo», M’intromETTO, sorridendo un pochino con un solo lato della faccia.

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ULTIMA ISTANTANEA_ Sono le tre di notte. Una calda notte elettrica.

AprO GLI enormi occhi blu con le pupille che si contraGGONO. ScalciO in giù la coperta e inarcO il corpo, scoprendomi. Di nuovo deciDo di aver bisogno delle medicine.

L’infermiera È di fianco al MIo letto con un cuscino nuovo. Mi mETTE il cuscino sotto la testa in un modo che dice “Vedi di farcela restare”. Be’, adesso HO un cuscino nuovo. DEVO aver avuto un incubo. Non riesco a ricordare cos’era e sembrA tutto molto remoto e irrilevante.

«Le farò un’iniezione». L’infermiera
ha lasciato sul tavolo una siringa ipodermica con tutto l’occorrente. «Si tirI su la manica». SentO l’alcol sul braccio, e la puntura dell’ago.

GuardO l’orologio per l’ennesima volta nella vita di tutti i giorni. C'È qualcosa di orribile ed elementare nello svegliarsi prima dell’alba. PensO lucidamente al da farsi, soppesO le alternative a MIa disposizione, Mi passaNO per la mente come un treno lento. DevO concentraRMI, innanzitutto.
Una semplice overdose di medicinali; morire lentamente per soffocamento, mucoidale o no, con un cuscino nuovo; sbattere metodicamente la testa e sbattere ripetutamente la testa E perdere i sensi e cadere a terra con un rumore sordo; buttarmi di sotto dalla finestra.

Imparo molte cose in questi colloqui sonnolenti.
Cristalli sognanti
Theodore Sturgeon

Diorami - Federica Patera