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La storia comincia con una vendetta che attraversa il deserto. La vendetta viaggia a bordo di un’automobile dalla carrozzeria arroventata. Nell’automobile ci sono tre uomini che sembrano fantasmi. Accanto agli uomini c’è una donna. La donna ha la pelle bianca, eppure sembra una cosa nera e lucente, come una statua di ossidiana. L’inizio della storia percorre un eterno mezzogiorno, attraversa paesi e guarda dentro i salti degli altipiani della regione. Nel silenzio di quell’ora – che è l’ultima ora – l’automobile si ferma nella piazza di un piccolo centro abitato. I tre uomini e la donna smontano e si dirigono verso l’ingresso di una panetteria. Di lì a poco divampano le fiamme. La storia comincia con una vendetta che attraversa il deserto. La storia delle Morte comincia dalla fine.

Quello che viene dopo è venuto prima. A ricostruirlo è lo sbirro del Messico che si nasconde dietro le pagine e dietro la letteratura. Scriveva Friedrich Dürrenmatt: «La gente spera che almeno la polizia sappia mettere ordine nel mondo, benché io non possa immaginare una speranza più pidocchiosa di questa». C’è un’idea dietro la letteratura di Dürrenmatt, ovvero che l’indagine, qualsiasi tipo di indagine, sia un fallimento. Leggendo Le morte l’impressione è che anche Jorge Ibargüengoitia la pensasse così. Lo scrittore di cose quotidiane come la scomparsa, la sepoltura, il delitto e la luce dell’alba nella nebbia, non è che uno sbirro miserabile al cospetto di una pianura ricoperta di corpi. I corpi in questione sono corpi di donne. Questa è una storia di donne, una questione fra donne nelle vene delle quali scorre il sangue secco e polveroso della schiavitù e della regalità, della disgrazia e della fortuna. Le donne di Ibargüengoitia si muovono trascinando i piedi nella sabbia e sui pavimenti di legno consumati dalle danze; scivolano come sagome sulle scene di centinaia di delitti che affiorano dal tempo. Il romanzo racconta quello che qualcuno venne a sapere su di loro, sulla loro vita, sui loro nascondigli e sulla loro strage. Non esiste nulla di più inspiegabile della morte di un gruppo di donne. Siamo lontani abbastanza da Ciudad Juárez e altrettanto lontani dalle segrete della contessa Báthory. Siamo lontani dalle notti in cui Alejandra Pizarnik giustiziava le sue visioni di bambine saltellanti con la cura dell’acqua, del farmaco e della poesia. Eppure, in tutti questi casi, l’assassinio di una donna somiglia a un rituale antico. Il sangue versato per versare il sangue, il corpo nascosto per nascondere il corpo, gli occhi chiusi con forza per non sopportare che quegli occhi vedano. Le morte è una storia di sacerdotesse e di sacrificate che si incontrano sull’altare della miseria e della fuga. Come in un rapporto di polizia, un caso archiviato dalla necessità di dimenticare, Ibargüengoitia riporta i fatti e tace dove i fatti non arrivano. Laddove le donne di Ibargüengoitia si stabiliscono, nelle case che abitano, nei letti in cui dormono di giorno e vivono di notte, piombano il fracasso del prima e il silenzio del poi. Il silenzio di questo libro somiglia a quello dei racconti Juan Rulfo o dei film di Lisandro Alonso, un silenzio di piedi scalzi e palpebre sudate, di riti e sacrifici che si consumano in ogni momento sotto i nostri occhi, di preghiere e unguenti, di amori sconfinati, di cadaveri vegliati in assenza.

Luciano Funetta

Jorge Ibargüengoitia, "Le morte", Sellerio 2004. Traduzione di Angelo Morino.

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