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https://encrypted-tbn3.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcSrP3XyCsLqIdi1cpAZ1HnZ60_7ddqbJLAnukWOlefJkKyBQkN9Uno spettro continua ad aggirarsi per l’Europa e, infatti, esce nuovamente “Compagna P38” di Dario Morgante.

Non è una ristampa. Il romanzo è stato rivisto, ripensato, riscritto: per mantenerne intatto il senso e l’essenza. Così fanno spesso i narratori, almeno quelli che cercano nelle proprie storie e nel modo che usano per raccontarle qualcosa che non possono finire di trovare.

Nello specifico, Morgante ha sottoposto a revisione soprattutto la lingua della sua storia.

Quanto a questo fatto della lingua, in realtà, potrebbe avere ragione Borges a considerarlo del tutto sproporzionato, sopravvalutato, in sé per sé interessante: in fondo ci interessano, piuttosto che i dizionari usati dagli autori, le storie che essi  raccontano. E queste storie, dice l’argentino, in fondo sono sogni, e ogni romanzo è, allora, solo una improbabile traduzione da una lingua perduta. Al contrario potrebbe essere una congettura ancora verificabile quella espressa da Vittorini: nella scelta di un avverbio è tutto chiusa la possibilità di redimere il mondo e cambiare il corso della vita umana.

Ma, ragionando su Morgante, dobbiamo trovare una terza via, non so se mediana: ammettere, dunque, che la lingua non è importante, eppure può cambiare il mondo, se presa come un fatto di stile. Per stile intendiamo, ovvio, l’ostensione  del carattere. È il carattere delle persone e delle cose, nel momento in cui ci entriamo in contatto, che possono cambiarci. Questo, forse, il senso dell’affermazione che Socrate migliorava i discepoli non con le parole, ma per la sua sola presenza. In altri termini, tutto lo sforzo di Morgante pare essere quello di dare una più ampia possibilità al suo personaggio, Ermes, di agire sulle coscienze dei lettori, dandogli maggiore realtà e più vita, attraverso una lingua più viva e più reale: calandolo interamente nel suo carattere, fino nei suoi abissi.

Abbiamo parlato di vita e di realtà volendo intendere proprio la vita e la realtà, e quindi senza voler suggerire che Morgante mostri in qualche maniera di cedere alla retorica letteraria del realismo. Anzi, se c’è una nota che è possibile ascoltare (se lo si vuole fare con attenzione) nel tono generale della sua narrazione è quello alzato sul registro di un’ironia più fantastica e sentimentale che distaccata. Racconta con leggerezza. Un leggerezza sospetta e ammiccante, che ha un motivo ben fondato: dare il massimo spazio all’essenza della storia, al suo carattere, che in “Compagna P38” è carattere ed essenza per eccellenza: quella di uno spettro che continua, malgrado e contro tutto, ad aggirarsi imperterrito per l’Europa.

Sì, proprio lo spettro del comunismo, della rivoluzione, della ribellione ostinata indomita all’ingiustizia e alla repressione della libertà. Questo spettro, nel racconto di Morgante, si chiama Ermes, o Ermes lo incarna, o non importa fare questa distinzione. Ermes è un giovane ribelle. È nato in una borgata della periferia romana. Siamo negli anni Settanta. Tutto parla di rivoluzione, e il ribelle diventa rivoluzionario. La rivoluzione costa caro: sprechi di vita, tradimenti, delusioni, dubbi, tormenti. E alla fine fallisce. La rivoluzione non si fa più. Il rivoluzionario, allora, torna ad essere un ribelle. Parte verso nuove imprese.

Questa è tutta la verità che è possibile raccontare sul carattere e l’essenza di questo spettro del comunismo, talmente antico da essere qui in mezzo a noi da molto prima che qualsiasi teoria comunista fosse formulata. Ma la verità, direbbe uno gnostico, non può venire al mondo nuda, e così Morgante la cala nella descrizione accurata di una borgata, e di quegli anni, e di un giovane fra tanti di allora; e ha cura di mettergli in bocca le parole dell’epoca, l’inflessione con cui venivano pronunciate. E tutto questo, lo ribadiamo, è uno sprofondamento reale negli abissi, e nessuno è “calato” come un attore, non ci sono scenografie, niente pornografia storiografica, nessun realismo, nessuna riflessione su rivoluzione e terrorismo, e dove abbiamo sbagliato, e cosa è giusto e ingiusto. Abbiamo solo Ermes, e il suo inabissarsi nell’anima del mondo, schiacciata sempre più dal delirio caligoliano della sopraffazione dell’uomo sull’altro uomo e sull’intero ambiento che lo ospita; una sopraffazione che si autodetermina e autogiustifica, e lo può fare solo a spese dell’anima, messa ai margini. Questa anima, questa marginalità, questa pericolosa minaccia che viene dall’emarginazione è Ermes.

(è pure giusto che qualche appassionato di dizionari di simbologia veda la scelta di questo nome come non casuale).

Queste sono riflessioni che si lasciano esercitare volentieri sulle pagine di questo romanzo, ma che rimandano ad occasioni più distese: l’anima, il carattere, la lingua e il corpo con cui agisce. Li lasciamo qui come appunti per un discorso da riprendere. Per ora l’importante è segnalare che Ermes è tornato, per tutti, soprattutto  per la grande massa indistinta che ha messo ai margini la propria anima e quella del mondo, per  “voi gente che pace volete, per far quel che volete” (fanno un deserto e la chiamano pace, aggiungerebbe qualcuno).

Pier Paolo Di Mino
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