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“Le tre frecce, con la punta orientata verso il basso da destra verso sinistra, stavano a significare infatti una precisa volontà di potenza: schiacciare quelle forze che, per i socialdemocratici, minacciavano la Repubblica.”

Tre frecce con la punta orientata verso il basso illuminano via dei Volsci a Roma, sono l’icona che vuole rappresentare un continuum storico, un legame indissolubile tra i “Bastardi senza storia” del combattentismo progressista e le sottoculture politicizzate del proletariato giovanile.

La storia è essenzialmente scrittura, la si correda di memoria e bandiere, di gesti e monumenti, di libri, quelli che l’accademia partorisce spesso in maniera indebita, dimenticando le persone, i gruppi, il sangue che ha irrorato le battaglie più dure.
Talvolta questo accade perché la dissertazione storiografica non concede, come spesso fa la letteratura, spazio ai sentimenti e ai gesti puri, ma attraversa come un treno i binari sterili dei fatti cronologici.
Altre volte c’è un’operazione più subdola, c’è un’opera scientifica di rimozione, serve a sedare la sete di libertà e di sangue del Popolo, a farlo stare al suo posto, a non permettere a quelle tre frecce luminose di venir fuori e risorgere sul selciato romano.
E’ proprio contro questa opera di rimozione storiografica che si pone il saggio di Valerio Gentili, Bastardi senza storia, riprendendo le fila di un discorso sviluppato nei precedenti lavori storiografici dell’autore, analizza gli innumerevoli movimenti di matrice socialcomunista che ricorsero alle armi per rispondere colpo su colpo alle aggressioni nazifasciste. Un’azione pericolosa, spesso avversa all’ordine democratico; un’azione che venne presto vanificata e depotenziata dalle istituzioni, impaurite da una simile forza in grado di imprimere una svolta epocale alla lotta di classe.
Ma non è solo questo. L’autore accende altri interrogativi primigeni: l’interpretazione del Mito delle Trincee tra le due guerre è necessariamente univoca? L’imprinting dannunziano, il mito vitalistico della ginnastica rivoluzionaria, i dialoghi mistici, le marce, la bandiera nera, i teschi, gli allori, furono parte di un immaginario da ricondurre unicamente alle formazioni della destra europea? Questi interrogativi ricollegano allora il lavoro storiografico di Gentili alla sua militanza quotidiana, alla volontà di voler svuotare, con la forza che solo un combattente possiede, la grande macchina propagandistica dei movimenti destrorsi, dei contenuti, di tutte quelle icone, che sono da anni appiccicate lì, un poco stranite, vittime di una grande opera di appropriazione indebita.
Letta in quest’ottica l’indagine storiografica di Gentili si collega pienamente alla narrazione letteraria dei fratelli Di Mino in Fiume di tenebra. Anche nel romanzo di Massimiliano e Pier Paolo Di Mino i protagonisti sono questi orfani della storia: non burocrati e funzionari di partito, ma semplici militanti di base, giovani ribelli: soldati che dopo aver difeso la Patria mordendo il fango delle trincee di tutta Europa si ritrovarono gettati in una pace fatta soltanto di ingiustizia sociale e miseria.
La storia diviene così una cifra oscura, complessa, su cui indagare ancora a fondo, partendo proprio dall’epopea di quegli uomini che si opposero strenuamente ai fascismi attraverso un’intensa attività di contro-violenza, fisica, verbale e ideale.

Qui l'intervista di Luca Moretti a Valerio Gentili

Luca Moretti