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Ritornello: C’è solo la strada, la strada su cui puoi contare, cantava Gaber. E cantava bene. Ma nel libro di Augusto Stigi la strada non è solamente un leitmotiv,  la strada è un punto nel nero dal quale tirare delle fila, uno spazio infinito da cavalcare, trascinato dai ricordi, alla ricerca di una via salvifica che però non passa, e non intende farlo, per la redenzione, non chiede scusa quando si scontra con te, cerca solo di capire, di accettarsi. Perché se destino è, se destino deve essere, allora puoi solo provare a capire e limitarti ad abbaiare al mulino al vento tanto per sperare che arresti la sua corsa. Eppoi, superata la porta nel deserto, succede che si arresta davvero. Buio. Il protagonista/autore, in seguito a una grave malattia, è risputato al mondo per la seconda volta, gli occhi seppur sgranati non riescono ad abbracciare il tutto, l’insensatezza.

Ogni tempo e modo è dilatato e quell’incazzatura, oppure quella risata passata, ora sembra solo un passo fatto con inerzia. Tutto ha un nuovo principio. Ed è panico. Perché solo i pupazzi, sia ben chiaro, non hanno paura, non hanno bisogno di ricominciare. Dopo una una breve premessa Stigi ci toglie il soprabito e ci trascina nella sua esistenza; vivace, la definisce, e ci strappa il primo sorriso. Con una navigata tecnica cinematografica, alla Goodfellas per intenderci, ci trascina giù in borgata, a Centocelle, a quattro e più miglia dalla Roma dei fasti e della dolcevita. Qui gli odori e gli spazi sono diversi, e una voce che si è fatta magistralmente bambina ci mostra il viaggio di un pallone, un supertele sotto le ruote di quelle, ancora rare, automobili. Il pallone come primo amore, oggetto di rivalsa capace di farti fare strada in quelle polverose della periferia, e in seguito arrivano le amicizie e i contrasti, perché senza quest’ultimi non c’è azione. Negli occhi di un bambino poi, le scoperte si affrettano una dietro l’altra e si fa presto a crescere, è tutto un mondo nuovo e variopinto quello che anima la sua esistenza e la periferia: ci  sono i fascisti, quelli di sinistra e, ancora, alla stessa stregua, i drogati che finiscono nello stesso calderone sputati nei telegiornali, e c’è la grande preoccupazione dei genitori, e quella dell’Italia intera (quella del boom), che cambiava pelle per tornare sempre uguale a se stessa. Arriva l’adolescenza, il vero apprendistato del ribelle, l’età delle scelte e Augusto non ha esitazioni nel farle. Tra riviste e fogli ciclostilati scopre il punk e abbraccia il suo immaginario colorato, fuori dagli schemi e sempre e comunque contro. Decidere il proprio destino e il libero arbitrio sembrano allora solo buone conversazioni borghesi da salotto, una diceria che val bene una messa, ma il protagonista alla domenica preferisce  andare allo stadio a seguire quella squadra che se la tifi non perdi mai ! (una recensione, anche questo sia ben chiaro, è sempre partigiana), una nuova scelta è per sempre, vale un’epopea, mille avventure e altrettante teppisterie per conquistare l’agognato  muretto all’Olimpico, il prestigio, la vittoria. Tutto diviene materia per il mito, almeno per quegli occhi che il mondo lo vogliono mordere. Durante l’impresa dei Mille, Garibaldi osserva giù in una vallata il nemico regio esercito borbonico, ne ammira la compattezza e l’audacia. Con gli stessi occhi del generale il protagonista di ‘Ragazzi di strada’ nel nefasto giorno di Roma-Liverpool invidia i Reds e il loro modo all’unisono, come una sola imponente voce, di incitare il proprio battaglione in campo. Se la narrazione richiede dei nemici, ancor più bisogno si sente degli amici, amici per tutto, per sentirsi forte, per condividere una canna, una rissa, una trasferta e in molteplici avventure che susseguendosi divengono tragicomiche. Il bar del quartiere è il luogo di ritrovo e il teatro dei primi intrallazzi per l’ascesa, per divenire un apostolo dello sballo. Tutto ora sembra procedere a un’altra velocità e, tra la periferia che cambia e nuovi gruppi musicali che si affermano, il protagonista non si accorge di  crescere e di essere diventato qualcuno con il quale prima o poi dovrà fare i conti. Un deliquio che trascina il ragazzo in umidi spazi sbarrati e nel viaggio in nero della dipendenza: siamo nel Libro di Caino di Trocchi piuttosto che nell’Amore di Caligari. L’infamia e le bugie sono all’ordine del giorno, tutto sembra disgregarsi: l’amore e il gruppo, tutto precipitare nella tragedia in un grande gioco al massacro, ma fortunatamente nel romanzo si alternano in egual misura gli schiaffi presi con quelli dati; le sconfitte con le vittorie, e ancora una volta in soccorso arriva la costante più luminosa del protagonista: l’amicizia.

A volte si torna! recita il titolo dell’ultimo capitolo, e a volte capita anche di vincere, ma non sono vittorie da ostentare come un gagliardetto o da scrivere su un curriculum, sono premi che ti porti in cuore per farti da corazza quando con quegli occhi sgranati  ancora da bambino sai che l’esistenza dovrai sudartela per non subirla.

‘Ragazzi di strada’ è un inno alla vita da chi l’ha forse sfidata troppo. Stigi racconta la sua vita facendosi carico di parlare per una generazione, come tutte, costellata d’interrogativi. Un felice esordio, un romanzo fin troppo generoso che, se lascia tra le pagine qualche ingenuità, è solo per l’abbondanza del materiale, per la voglia di non lasciare nulla d’intentato, di non detto: perché così fanno i bravi ragazzi di strada, perché (recita ancora Gaber) il giudizio universale non passa per le case, ma bisogna tornare nella strada per conoscere chi siamo e perché Augusto Stigi fa parte della schiera di quelli che il conto l’hanno pagato sempre più salato degli altri.

 

Massimiliano Di Mino