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L'ultimo libro di Maurizio Cometto (Cambio di stagione, Edizioni Il Foglio, 2011) lascia nel lettore un senso di smarrimento, a tratti di angoscia.
I motivi sono fondamentalmente due.
Il primo, di ordine strutturale, riguarda la composizione del libro: un romanzo – come recita la quarta di copertina – formato da una serie di racconti, di capitoli che funzionano da stanze collegate tra loro: non da porte, piuttosto da crepe che lasciano filtrare gli elementi. È come se gli stessi personaggi mettessero in scena, in ognuna di queste stanze, versioni diverse di un tempo in procinto di crollare, che si biforca continuamente – come dimostra magistralmente il capitolo che dà il titolo alla raccolta.

Il lettore vi si ritrova così senza una bussola, spettatore indeciso tra la dimensione del sogno e quella di una realtà che perde improvvisamente le proprie coordinate.
L'altra motivazione direi che riguarda lo sguardo con cui l'autore ci restituisce un mondo apparentemente ordinario (attorno al quale ruota la vita da single del protagonista), la cui immagine è incrinata da avvenimenti inspiegabili, che hanno del soprannaturale (una misteriosa luce verde proveniente dalla bottiglia di Viakal sotto al lavandino, una lavatrice capace di spostare degli oggetti dall'ufficio alla casa del protagonista, e via dicendo), e che hanno il potere di mettere in crisi i rapporti che legano tra loro i personaggi di queste storie – come se l'interferenza nelle loro vite dell'elemento irrazionale (di uno sguardo altro proiettato sul loro mondo) fosse necessaria a far luce su alcune zone d'ombra della loro esistenza.
Scrivendo a ridosso del fantastico, Cometto dimostra insomma la capacità di rendere misterioso ciò che ci è più vicino, di parlarci di una quotidianità che può diventare estranea in un attimo – e se infatti dovessi trovare una definizione che accomuni le storie raccontate in questo libro, sceglierei senz'altro quella di “perturbante”, nell'accezione che ne dà Freud nel saggio intitolato Das Unheimlich (1919): ovvero come «quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare». Si tratta di una dimensione che si palesa sin dal primo capitolo (“Lo smeraldo a porta nuova”), dove una misteriosa luce che illumina la stazione di Torino diventa la causa di un cambiamento repentino nei colleghi di lavoro che si spostano in treno: uno dopo l'altro si licenzieranno, improvvisamente consapevoli della necessità di cambiare vita – ma alla fine non è la luce misteriosa, di cui si perdono le tracce, la vera causa, bensì l'improvvisa capacità di rendersi conto di ciò che sta accadendo da tempo.

(da p. 20)
Fabri, mi sa che tu non potrai mai capire. Uno come te, con la testa sulle spalle. Uno che non dice mai di no al capo.
Spiegami almeno cos'hai visto a Porta Nuova.
La gente, Fabri. La gente parlava e diceva certe cose. Cose giuste, condivisibili.

La lente del fantastico, quindi, serve a parlarci anche e soprattutto del nostro presente, di quella crisi che è tutta intorno a noi e ai protagonisti di questo libro, inseguiti dall'inizio alla fine dall'ombra di un cambiamento che sembra non portarsi mai a compimento.
Il cambio di stagione necessita di uno sguardo nuovo, ed è questo ciò che più ci spaventa.


Simone Ghelli