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I Wikileaks sono quella grande notizia che non ha fatto notizia. Materiale da far esplodere il mondo, da farlo rivoltare. Rivelazione della rivelazione, roba da Matrix: ma si vede che lo sceneggiatore ha sbagliato tutto, perché il pubblico ha sbadigliato. Va bene, possiamo pure abbandonarci alla fantasia dell’occultamento mediatico: questa notizia, che avrebbe dovuto far scoppiare la rivoluzione, ce l’hanno tenuta nascosta.

 

Bisogna dire: piuttosto male, perché qualcuno sa. Il fatto è noto, in realtà, a un numero di persone sufficiente a fare grossi guai. È nell’esperienza comune di tutti sapere che quando un segreto è risaputo da più di una persona, non è più tale. I wikileaks stanno lì alla portata di tutti, solo a volerne fare qualcosa.
Il problema, allora, non sta nell’impedimento della diffusione della notizia, ma nella notizia in sé. E con questo dico che il problema sta nel concetto stesso di notizia, o meglio nello stravolgimento caricaturale attraverso cui concepiamo l’idea stessa di notizia. Una notizia, nell’accezione latina e tradizionale della parola, è qualcosa che ha importanza per l’anima. Non sta nel fatto in sé, ma nella sua capacità di dire qualcosa sulla vita. Per farmi capire, di notizie si occupava quel bizzarro imperatore Tiberio che voleva sapere quale canzone cantarono le sirene a Ulisse e come si faceva chiamare Achille quando si nascose vestito da donne nel gineceo che avrebbe dovuto scamparlo alla guerra. Cercare notizie del genere, pensare che queste siano notizie, oggi avrebbe spalancato a Tiberio le poco auguste porte di un manicomio. Oggi l’importante sono i dati, i fatti, gli eventi, non certo l’esperienza e, quindi, le conseguenze esistenziali che si possono ricavare da questi. Del resto la nostra vita è un curioso intreccio del nostro curriculum con l’elenco delle aspettative statistiche che abbiamo elargito all’Istat. Vogliamo fatti da ponderare, non notizie capaci di parlare alla nostra anima e, insomma, di farci uomini, e liberi. Una notizia del genere non la riconosceremmo neppure. Una notizia del genere sono i wikileaks. Per questo non l’abbiamo riconosciuta.
Julian Assange, il romanzo a fumetti di Dario Morgante e Gianluca Costantini, restituisce anima a questa notizia, facendone un racconto. Un racconto immaginifico, graffiato sulla pagina da un tratto aereo e rarefatto e, insieme, preciso e scolpito, parlato, insomma, con la lingua dei sogni: la lingua, per la precisione, di un bricoleur che mescola carte bizantine e icone postmoderne, e tira fuori dal cilindro, con sprezzatura dadaista, una sequenza visiva che colpisce come un sottile, inquietante incubo. Ed è la trama stessa ad evocare questa figurazione onirica, con un sottile e accurato e delicatissimo scardinamento dei nessi logici. Uno scardinamento che affonda nel cuore della storia dei wikileads, di Assange e della nostra delirante civiltà. Questo cuore è la paranoia. La nostra è una civiltà paranoica (“non importa se sei paranoico, ma quanto lo sei”, profetizzava, negli anni Novanta, la Bigelow di Strange days). La paranoia è l’unica risposta che siamo riusciti a dare, con gli esiti di paralisi e paura e grandi sbadigli che abbiamo davanti, al nostro bisogno di andare oltre i fatti e i dati e al nostro essere dei curricula. Solo, la paranoia ha un grande difetto: crede nelle fantasie con cui elabora i fatti come fossero verità. La paranoia diventa una teologia, quella, per esempio, che annuncia l’apocalisse imminente (ed è da capire: l’apocalisse è il grande sospiro di sollievo). La verità della paranoia scredita e rende una catastrofe la verità. Per questo motivo, questa fiction, questa finzione fatta per immagini, il quadrato immaginifico di questo romanzo, si costituisce ad antidoto contro la verità così come la concepiamo (anche quando questa viene declinata nella inerme vulgata relativista o nichilista della negazione della verità), per ritrovare la verità come bisogno dell’anima. Non una data, o una certa, o una vera e verificabile verità, ma la verità come quell’interminabile, faticoso, pericoloso, glorioso, bellissimo gioco serio a cui l’uomo è fatalmente chiamato.
“Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Questo è l’esergo all’ultimo capitolo del romanzo, ed è tratto dal vangelo di Giovanni. Quello che ha scritto l’apocalisse, lo sceneggiatore che ha congegnato il grande finale per tutta la nostra civiltà. Ed è fra i non pochi meriti di questo romanzo prezioso e vivo l’aver strappato la verità da quel vangelo pieno di infuocato spirito, che ci eleva in alto e redime, per restituirlo alle nostre anime piene di vita, qui in basso sulla terra, dove l’unica redenzione, per noi cacciati dal paradiso, è continuare a ribellarci per essere liberi. Siamo diventati uomini mangiando il frutto della conoscenza e, come dice Assange nel romanzo, “l’ignoranza […] è l’anello debole della catena. Posso colpire l’ignoranza. Accendere dei riflettori. E questa è una bella sfida, davvero… una sfida che vale la vita”.
Un libro da mettere nel tascapane per chi il ribelle non lo fa solo per professione.

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Pier Paolo Di Mino