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Un tigre ne revendique pas se tigritude, un tigre seute. (w. Soiynka)

 

New Thing, un'avanguardia musicale stroncata sul nascere, la rivoluzione musicale con cui Coltrane e molti altri musicisti neri mutarono la faccia del jazz in America negli anni '60. Una rivoluzione riflesso e sostanza della rivoluzione nera del Black Panther Party, riflesso e morte essa stessa: muoiono tutti di domenica. Sonia Langmut indaga infatti sui numerosi omicidi di musicisti di colore attribuiti al fantomatico "figlio di Whiteman": L'eterea Sonia Langmut, capelli rossi e occhi verde scuro, lentiggini dappertutto, una ragazza d'oro in mezzo alla giungla, con un bacarozzo gigante a tracolla. La giornalista figlia di un tarzan, che si tuffava nel fiume e ne usciva sempre pettinato e di un superman che non ha mai salvato nessun nero. Sonia scompare e decenni dopo qualcuno si mette suelle sue tracce e sulle tracce dei numerosi indizi riguaradanti il caso New Thing.

Intervista nell'intervista, mistero nel mistero e ricerca nella ricerca in un'opera di metaletteratura che raccontando lascia intravedere i più intimi meccanismi della ricerca e del racconto stesso. C'è un mondo intero in NT, un mondo fisico che racconta se stesso, due facce della stessa medaglia, in fin dei conti, un mondo non raccontato è un mondo che non esiste. E' il New Journalism, scrittura in cui l'io narrante cede il passo al montaggio ejzenstejniano. Ma non basta. C'è molto di più in NT: c'è la ricerca documentaria che avevamo già apprezzato in Q, quel gusto modernista che così tanto ci aveva affascinato in 54 e tanto altro ancora. In questo romanzo solista, Roberto Bui, aka WM1 spezza le unità aristoteliche in un pasticcio almodovariano di inusitato equilibrio, il lettore viene travolto dal turbinio concettuale di un'opera satura che disorienta in un tripudio di informazioni, registri linguistici, ambientazioni spaziotemporali e personaggi.

Nuovamente a disseppellire asce di guerra in una struttura altalenante tra newspaper impolverati e interviste gracchianti su un Butoba che cigola, un referto ospedaliero di un'america malata, l'effige vietnam a capo pagina. E musica, sempre la musica come contorno e sostanza di questo romanzo che sembra ideato principalmente come "scrittura da musicare", che talvolta si nega a chi non ne conosce le vibranti note interne; la musica è ovunque, trasuda dalle pareti, inciampa in scalini troppo stretti e sfugge attraverso architravi cadenti.

C'è molto di Elroy in queste pagine, c'è la maestria investigativa di American Tabloid e Dalia Nera, c'è Ellroy in molte ambientazioni, in quello stronzo di Hoower: persona fisica e lavatrice del cazzo. Ma anche questo non basta: WM1 ha avuto la bravura di chiudere un mondo intero in una confezione di vetro: c'è Hiroshima, Google e Nagasaki, c'è l' undici settembre e decadenti cantanti italiani, c'è Coltrane attraversato da un uragano di suono, Miriam Makeba e i campi di sterminio nazisti. C'è Fanon e i dannati della terra, Senghor e una negritude forse un po' troppo datata. Sono suggestioni talvolta colte nella loro essenza, talvolta in un'aurea sbadatamente post-coloniale per un romanzo scritto da un bianco.