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Cronaca di un'attesa è il titolo del nuovo libro di Barbara Balzerani. E' il racconto dell’ultimo anno trascorso dall’autrice in libertà condizionale prima del fine pena.

Solo le comunità di resistenza, nella loro debolezza, hanno un qualcosa di eroico, una promessa, una zeppa infilata tra la porta perché lo scempio non si compia del tutto.

Luca Moretti ha intervistato Barbara Balzerani I più sanno chi era la Balzerani. Chi è Barbara oggi?
“La Balzerani” non è mai esistita. Se non come maschera a una dimensione sulla mia faccia. Come accade a ogni essere vivente, si nasce, si vive e, infine si muore e lo si fa in continuità con quello che profondamente si è e si è sempre stati, dall’impronta d’inizio. Poi, certo, ci sono le circostanze, i contesti, gli incontri, le occasioni, che incidono sull’andamento dell’esistenza ma il carattere con cui si compie il viaggio è esclusivo, quello impresso nei primi anni di vita. Indelebile. Credo ci siano forze decisive della trama d’esistenza di ciascuno. Io le individuo nel caso e nella necessità e il loro conflitto può fare, nelle tante gradazioni, la differenza tra un destino segnato e il suo possibile riscatto. Adesso so di essere sempre stata su questo crinale: riconoscermi nei tratti d’origine e combatterne la schiavitù. Barbara c’è sempre stata. Ha difeso, partigianamente, lo stesso principio: respingere le offese, nei diversi momenti e nelle diverse forme che ha saputo e potuto trovare. Per questo non è un “ex”, non ha parentesi in cui è stata altro, non ha rimpianti né recriminazioni, continua a fare il conto dei tagli che si porta dentro, sente più paura e più dolore, scioglie il peso dell’impotenza per come s’è fatto il mondo nella condivisione di sguardi e rabbia altrui.

Perché la scrittura, voglia di riscatto o intima necessità?
L’avventura letteraria è iniziata per necessità terapeutica, per lenimento. Ho scritto di getto, come si toglie un coperchio sotto pressione. Pensavo di scrivere per me e pochi intimi, poi ho preso coraggio, ho pubblicato e compiuto quello che era lo scopo di quelle pagine fin dall’inizio: rompere il muro e rientrare nel circolo virtuoso di parola con gli scampati della sovversione degli anni 70. Ho trovato molto di più e sempre mi commuovo quando qualcuno mi ringrazia perché ritrova nelle mie pagine la restituzione anche della sua voce e i tratti che accumunano i tanti modi di resistere e battersi. Poi c’è l’amore per la scrittura come forma espressiva. La lettura è stata una delle leve potenti del mio processo di emancipazione dall’arretratezza della provincia degli anni 50 in cui mi sono trovata a crescere. E anche un piacere in sé, gratuito, al puro scopo di goderne la bellezza e la seduzione del racconto.

Ho molto apprezzato il tuo libro, il fatto che sfugge alle catalogazioni sterili del mondo letterario. Non è un romanzo nonostante racconti una storia, non è un’opera di poesia nonostante sia di lirica puntualità, non è un saggio anche se riporta vicende che ricordiamo in molti. Come definiresti questo “oggetto letterario”?
Un mio lettore, quando è uscito il mio primo libro, mi ha mandato un apprezzamento che non ho mai dimenticato. Lui diceva che aveva spesso ragionato sul modo possibile di raccontare una storia come la mia e che gli venivano in mente la danza, la pittura, la musica. Concludeva dicendo che io ero riuscita a farlo con la scrittura. Mi scriveva, in toni più che lusinghieri, che ero riuscita a costruire un ponte di conoscenza emozionale attraverso il vissuto e l’esposizione personale. Esattamente quello che avevo cercato di fare di fronte alla deformante pubblicistica del potere e dei suoi ruffiani. Avevo cercato, continuo a cercare, un linguaggio che si nutra dell’esperienza e delle universali storie “minime” di chi non ha voce e non è previsto che ne abbia. E’ l’unica strada che ho trovato per raccontare e mettermi all’ascolto. Ogni storia è eccezionale e tutte sono vissute da persone comuni. In ognuna si può trovare il paradigma che svela l’essenziale del cammino umano, con le sue cadute e conquiste e ci si può intendere se si riesce a restituire quello che ciascuno vive, prova, teme, soffre. E se in quello che scrivo c’è poesia è dettata dall’amore testardo per un punto di vista di parte che soccorre anche quando tutto sembra incomprensibile e ostile.

Quella che dovrebbe essere la cronaca dell’ultimo anno che hai passato prima del “fine pena” diviene poi una storia più ampia, la storia della tua infanzia , con una cura minuziosa per i luoghi e la geografia sentimentale che ti hanno accompagnato in questi anni. Matera, Colleferro, Roma. Dove vorrebbe vivere Barbara oggi, esiste una Patria non ancora sfigurata dalle astuzie del progresso?
La mia scrittura ha sempre seguito un andare e venire nel tempo. Dopo il letargo della carcerazione è stata un’esigenza per trovare ragioni di una cesura irrimediabile e iniziare una difficile rielaborazione della sconfitta. Il viaggio ha seguito tappe non solo geografiche, anche se alcune di queste sono state fondamentali: da Palermo a Matera. I miei quattro libri sono il racconto di questo itinerario. Dallo Spasimo ai Sassi, una spinta interiore mi ha portato lontano, lontano dalla cultura del consumo esistenziale veloce con cui è sedimentato il nostro mondo attuale. Come se gli occhi dell’oggi non possano vedere nulla se non tornano a posarsi su un prima che, per quanto mi riguarda, è sconfinato nel prima originario. Per orientarmi in un mondo trasfigurato, ho dovuto rallentare e prendere la dovuta distanza perché anche la memoria tramandata si è fatta sempre più corta e declinata o a un’impotente nostalgia o alla narcosi di un eterno presente. Ma ci si può mettere in ascolto, lì dove è ancora possibile, di un’altra voce, quella minerale che proviene dalle stratificazioni materiali della vicenda umana. Se Cristo s’è fermato a Eboli, scendendo ancora ci sono le occasioni per venire a sapere. A me, nella sua forma più compiuta, è successo in Basilicata.
Anche la storia del mio paese, Colleferro, è incardinata nel travaglio del suo territorio. Ma lì bisogna scavare di più, sotto gli artifici della civiltà industriale fino ai reperti preistorici. Storia, che in soli cento anni ha consumato il percorso da polo di fabbrica a discarica di ogni veleno senza più lavoro e futuro, emblema di quella capitalistica che, nel tempo di un battere di ciglia nel calendario biologico dell’universo, ha dimostrato la sua accidentalità, il suo fallimento e la sua natura contraria alla vita. Dove vorrei vivere, mi chiedi? In qualsiasi posto dove abbia ancora un senso progettare, occuparsi, costruire. Se poi c’è pure il mare sarebbe perfetto.

Pina Bausch è morta, con lei il mondo ha perso un po’ di colore, di movimento. Ora che non potrai più assistere a un suo spettacolo, ci sono altri motivi per cui è valsa la pena di aspettare tutto questo tempo?
Non lo so ancora. La stanchezza è tanta. Certo è che mi spaventa tutta la fatica per trovare motivi validi e non sprofondare nel niente del “Vedrai che ti butterai tutto alle spalle”. Ma ho qualche speranza. Qua e là ancora l’entusiasmo mi prende, insieme alla passione del vivere e alla seduzione delle direzioni contrarie.

In poche pagine sei stata in grado di dipingere molto bene l’epopea della gente comune: emarginati, operai, contadini, fino ai disperati della borgata romana (l’umano che cresce sul cemento. Grandioso nella sua miseria.) Come hai trovato Roma da donna libera?
Quello di cui quasi nessuno parla o scrive. Roma, come tutte le grandi città, è imbruttita e volgare. Ostenta un carattere di privilegio che parla solo di una sua minoranza, quella che abita il suo centro storico, fortino senza assedio che marca differenze e detta regole di paura, indifferenza e ferocia applicate nella devastazione della sua sterminata periferia. Solo le comunità di resistenza, nella loro debolezza, hanno un qualcosa di eroico, una promessa, una zeppa infilata tra la porta perché lo scempio non si compia del tutto.

Cosa rimane oggi della lotta armata?
Purtroppo neanche una storia all’altezza delle sue motivazioni e legittimità nel contesto in cui è nata, si è sviluppata ed è morta. Non parlo di ragioni, perché forse sono di più i suoi torti, ma di conoscenza di un pezzo di storia di questo paese che ha influito non poco nella sua vita politica, che ha coinvolto tanti compagni, che è durata più di un decennio e che ha trovato possibilità di esistenza nel consenso di una significativa, seppur minoritaria, fetta di società in lotta. Conoscere da dove si viene e “come è andata” è diritto minimo per la formazione di una cultura critica, anche se, in tutta evidenza, quella esperienza politica non ha alcuna validità di modello dentro gli attuali dinamiche di scontro. Ma averne svuotato ogni significato, negato la sua appartenenza al filone rivoluzionario del 900, impedito la sua restituzione storica, è un’operazione politica reazionaria che non solo dà ancoraggio al pantano di certa sinistra storica ma che viene usata come arma di ricatto contro i movimenti attuali. E’ un passato che non passa, che ancora oggi tiene in galera molti dei suoi protagonisti, che viene evocato a giustificazione delle nefandezze dei palazzi della politica e della loro violenza.

Cosa non racconteresti mai in un tuo libro?
Chi è stato.

L’hai poi preso un treno per andare via e dove era diretto?
No. Non subito. C’è sempre qualche atto burocratico da assolvere. L’ho fatto qualche giorno dopo, diretta a Napoli, altra città che adoro.

Cosa legge e cosa apprezza Barbara Balzerani?
Molta letteratura e poesia, poca saggistica e giornali. Amo il teatro, la musica, il cinema. Il tempo del silenzio e quello delle voci. I racconti e il cibo in compagnia. L’ospitalità. Le persone che si fanno domande e che cercano soluzioni. L’indifferenza per il denaro e il potere. Il mettersi in gioco. Il rischio. La radicalità del sentire. Il dono e la sua circolarità. Insomma un sacco di cose.