Bestiario #7 Le porte del cielo - illustrazione di Davide De Cubellis

cort 100 -preNato a Roma nel 1977, illustratore e storyboard artist dal 2000. Collabora con la maggior parte delle case di produzione cinematografiche e pubblicitarie italiane, affiancando registi come Marco Risi, Paolo Virzì, Sergio Rubini, Matteo Garrone, Daniele Luchetti, Ricky Tognazzi e molti altri. Fra i registi di fama internazionale, Wes Anderson e Guy Ritchie. Nel 2003 vince il Pierlambicchi di Prato e nel 2009 il Mediastars - Premio Tecnico della Pubblicità, per l'illustrazione.

E' docente allo IED, la Scuola Romana dei Fumetti e l'Accademia di Cinema Rosebud. Dal 2010 ha realizzato le copertine della quarta stagione di John Doe (Editoriale Aurea). Per Sergio Bonelli Editore, dal 2003 al 2013 ha lavorato in coppia con Paolo Morales a numerose storie di Martin Mystère, fra cui un albo gigante e un almanacco, e al sesto episodio della collana Le Storie, "Ritorno a Berlino".

 

 

 

Bestiario - illustrazione di davide De Cubellis

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Le porte del cielo (Traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini e Vittoria Martinetto, per Einaudi)

Non ci accorgemmo che il tango era ricominciato lassù senza pause, una o due volte vidi Mauro lanciare un'occhiata al palco dove Anita sembrava maneggiare una bacchetta da direttore d'orchestra, ma poi tornò a puntare gli occhi sulle coppie. Non so come dirlo, mi pare che io seguissi il suo sguardo e al tempo stesso lo guidassi; senza guardarci sapevamo (mi pare che Mauro sapesse) la coincidenza di quello sguardo, ci soffermammo sulle stesse coppie, gli stessi capelli e gli stessi pantaloni. Sentii che Emma diceva qualcosa, una scusa, e lo spazio di tavola fra me e Mauro si rischiarò, anche se non ci guardavamo. Sembrava che sulla pista fosse disceso un momento d'immensa felicità, respirai profondamente come partecipandovi e credo di aver udito che Mauro faceva come me. Il fumo era così denso che i volti si cancellavano al di là del centro della pista, di modo che la zona delle sedie per quelle che facevano tappezzeria non si vedeva oltre i corpi che stavano in mezzo e la foschia. Tanto come fuiste mio, strano il crepitio che l'altoparlante dava alla voce di Anita, di nuovo i ballerini s'immobilizzavano (sempre muovendosi) e Celina era là a destra, emergeva dal fumo e girava obbediente alla pressione del suo compagno, rimase un attimo di profilo verso di me, poi di spalle, ancora di profilo, e alzò il volto per udire la musica. Io dico: Celina; ma fu piuttosto un sapere senza comprendere, Celina li senza esserci, certo, come comprendere questo in quel momento. Il tavolino tremò di colpo, sapevo che era il braccio di Mauro che tremava, o forse il mio, ma non avevamo paura, era qualcosa di assai vicino allo stupore e all'allegria e allo stomaco. In realtà era stupido, un sentimento di cosa a parte che non ci lasciava uscire, riprendere. Celina era sempre li, senza vederci, bevendo il tango con tutto il volto che una luce gialla di fumo smentiva e alterava. Una qualsiasi delle negre, in quel momento, poteva somigliare a Celina più di lei, la felicità la trasformava in modo atroce, io non avrei potuto sopportare Celina come la vedevo in quel momento e in quel tango. Mi rimase sufficiente intelligenza per misurare la devastazione della sua felicità, il suo volto estatico e istupidito nel paradiso finalmente conquistato; cosi poteva essere stata lei da Kasidis se non fossero esistiti il lavoro e i clienti. Nulla ora la teneva legata nel suo cielo soltanto suo, si abbandonava con tutta la pelle alla felicità e entrava ancora una volta nell'ordine in cui Mauro non poteva seguirla. Era il suo duro cielo conquistato, il suo tango suonato per lei sola e i suoi simili, fino all'applauso di vetri infranti che chiuse il ritornello di Anita, Celina di spalle, Celina di profilo, altre coppie fra lei e il fumo.

Non volli guardare Mauro, stavo riprendendomi e il mio noto cinismo accumulava atteggiamenti a tutto vapore. Tutto dipendeva dal modo in cui lui avrebbe preso la cosa, e cosi rimasi come stavo, studiando la pista che si vuotava a poco a poco.

- Hai notato? - disse Mauro. -Si.

- Hai notato come le somigliava?

Non gli risposi, il sollievo pesava più che la pena. Stava da questo lato, il poveraccio stava da questo lato e non riusciva più a credere a ciò che insieme avevamo saputo. Lo vidi alzarsi e camminare per la pista con passo da ubriaco, cercando la donna che somigliava a Celina. Io rimasi tranquillo a fumarmi una bionda senza fretta e lo guardavo andare e venire sapendo che perdeva il suo tempo e che sarebbe tornato spossato e assetato senza aver trovato le porte del cielo fra quel fumo e quella gente.

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