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qui dal treno-credit luca cinzia

Non me ne sono reso conto subito. Come avrei potuto? Un dubbio, per un attimo, si era anche affacciato, perché alcune cose si sanno grazie allo stesso impulso che ti fa tirare i freni, fino a romperti le ossa della mano. Stavo andando a trovare mio fratello, non lo vedevo dal giorno dell’incidente. Mia madre mia zia e mia nonna ancora non erano arrivate e questo mi sembrava strano. Tre donne così puntuali. Ed apprensive.

 

Nonna non si sarà sentita bene, pensavo, ma dovevo curarmi del mal di testa che non mi lasciava dall’ospedale e il pensiero mi passò come un respiro soffiato più a lungo.

A pensarci ora, certo, rivedo tutto diversamente, ma come potevo rendermene conto? Gli occhi seri che avevo di fronte, nella stanzetta in cui con altri passeggeri lasciavamo scorrere i minuti, non potevano di certo apparirmi come un indizio.

L’uomo senza capelli, molto magro, racchiuso in una giacca beige, giocava con il pacchetto di sigarette, senza smettere di guardarmi. Anche la signora al suo fianco, mi guardava. La pelle distesa e rosea del suo volto confliggeva con il grigio dei capelli corti, ma abbastanza folti. Entrambi non dicevano nulla, e io pensavo al mal di testa, senza badare a quel loro silenzio, che era una definitiva sentenza.

Vedrò mia madre, mia zia e mia nonna quando tornerò, mi dicevo, sperando che la nonna stesse bene. “Ecco il treno, finalmente!” annunciò l’uomo magro senza capelli. Si alzò per primo, mettendo il pacchetto di sigarette nella tasca della giacca e imboccando rapidamente la via verso il binario che da ottant’anni porta i romani verso il mare.

La signora si alzò anche lei. “Venga” disse rivolta a me. “Venga”. Mi alzai. Avevo il biglietto in mano, mi sembrava ovvio che sarei andato, anch’io, incontro alla marcia dei tanti passeggeri, comparsi, numerosi, tutti insieme. Ma quello della signora mi parve un gesto di cortesia e nulla più. Uscimmo insieme dalla sala d’aspetto. Lei, dopo pochi passi, si fermò un istante. Si voltò indietro. Mi fermai anch’io, ad osservarla. Seguii il suo sguardo, immaginando di farlo combaciare esattamente con il mio e insieme ci spingemmo oltre l’ingresso della ferrovia elettrica, fino ad arrivare al baretto con l’insegna della birra, alla fermata del tram, fino ai piedi della Piramide, dove le auto scorrevano mute, riflettendo il tiepido sole d’ottobre, così piacevole da respirare. La signora si voltò nuovamente, aveva gli occhi lucidi. Gonfiò il petto in un sospiro. Prese dalla borsa un cappello rosso. Lo calcò con cura sui capelli grigi, che era certo, a questo punto, mentissero rispetto alla sua vera età.

Dopo questo rituale scomparve tra i passi decisi e i corpi vicini, che si dirigevano verso le porte a cesoia, spalancate, dei vagoni.

Non avevo l’orologio, perché mi si era rotto il cinturino, nell’incidente. L’orologio che mia nonna mi aveva regalato per la laurea. Ciò nonostante sapevo che il treno era in leggero ritardo. Presi posto sui sedili blu di plastica dura, che in queste nuove carrozze chiamate frecce del mare sono disposti lungo i lati del vagone, sotto i finestrini, in modo tale da permettere ai passeggeri di guardare dentro, di guardarsi in faccia e di lasciarsi alle spalle la città, fuori, che sparisce.

Della fila di quattro, occupai quello più ambito, vicino al corrimano rosso di metallo, su cui appoggiai il braccio, senza pensarci. Da lì guardavo le persone attraversare la porzione di mondo ritagliatata nel rettangolo della porta che avevo davanti. In quella geometria di vita che cammina, osservai le macchie di vernice e calce sui pantaloni e le scarpe da lavoro di due ragazzi, che discutevano animatamente e si rincorrevano verso i successivi vagoni. Una madre con gli occhi allungati, più come un pinolo che una mandorla, entrò tenendo per mano una bambina vestita di rosa. Passò una ragazza, con una minigonna nera, lucida, le gambe lunghe e senza cappotto. Poi un’intera comitiva di persone anziane con un crocefisso appeso al collo. Erano un gruppone ordinato, diretto, credevo, verso qualche santuario. La ragazza, invece, immaginavo andasse ad incontrare il suo compagno o marito, dopo una settimana di lavoro presso qualche famiglia del centro, ricongiungendosi all’altra metà di un amore emigrato in un paese straniero, che vive di giovedì pomeriggio e di domenica.

La donna degli occhi a pinolo, con la bambina vestita di rosa, a guardarla bene, era poco più che una ragazza. Forse aveva meno della mia età, ed era asiatica, credevo, di quei paesi asiatici in cui i volti assomigliano ai nativi del Centro America. Starà andando ad Ostia a trovare sua madre. Sì, è abbastanza giovane da avere una madre giovane che lavora come badante in qualche appartamento affacciato sul mare. Suo marito dev’essere in giro per l’Oceano, impiegato su una grossa nave commerciale. Oppure nell’esercito del suo paese asiatico o centramericano. La piccolina aveva una gonna rosa fino alle caviglie, da dove si affacciavano calzini bianchi e cortissimi. Era magrina, silenziosa, aggrappata al braccio e al corpo della madre come un naufrago ad un remo.

Anche la sua maglietta era rosa, con un disegno al centro che non riuscivo a distinguere. Mi ricordava di quando mia madre mia zia o mia nonna mi tenevano per mano e mi portavano all’asilo, al supermercato, ai giardini, in posti in cui io mi trovavo trascinato, senza decidere. Per la madre è una vita dura, pensavo. La bambina, parlerà italiano come gli italiani. Conoscerà le sofferenze e la solitudine dai racconti della nonna e della madre. Vedrà del volto del mondo solo la sua metà occidentale, mi dicevo, dal mio sedile col poggia-gomito.

Pensavo anche a se qualcuno si stesse immaginando quale fosse la mia storia probabile. La mia meta. Il tragitto. Il motivo per cui portavo il mio corpo verso una delle stazioni della linea del Lido.

Sul sedile davanti al mio, s’era seduta la ragazza con la minigonna lucida. Non mi ero accorto di quando era entrata nel vagone.

Era molto carina; aveva i capelli biondi tirati indietro e legati; la carnagione molto chiara, che confortava la mia ipotesi sulla sua provenienza dall’est europeo. Guardava di lato con le mani appoggiate sulle gambe nude. Degli sfregi, ancor più chiari della pelle, e sottili, le brillavano sul dorso delle mani. Non sembrava che la ragazza avesse timore di mostrarli, anche se il suo volto tradiva una certa timidezza. I suoi lineamenti erano decisi ed assomigliavano alla versione gradevole dei segni della sofferenza che si era procurata sulle mani. Gli occhi piccoli come bottoni, ma azzurri più del cielo sopra il Pontile di piazza dei Ravennati, prima del tramonto, erano fissi verso un punto qualsiasi al centro del vagone. Un punto che doveva di certo essere un qualcosa, ma che assomigliava, a starla a guardare, decisamente ad un niente. Pareva non curarsi del vagone, di noi altri e neppure degli occhi che, da dietro piccole lenti quadrate, si affacciavano a guardarle le gambe e il seno. L’uomo che le sedeva a fianco era vestito in maniera decisamente troppo pesante, per l’aria tiepida che c’era. Era un uomo con una pelle bianchissima, tanto che se avesse gareggiato con la ragazza, avrebbe decisamente vinto. Sulle mani portava anche lui dei segni, mi sembrava. Poi distinsi due file ordinate di peli lunghi e molto scuri.

L’uomo non riusciva a trovare una posizione che lo soddisfacesse sul sedile. Teneva sulle ginocchia una borsa grande e marrone, e, anche quella, non sembrava essere in grado di metterla, definitivamente, in un modo. I suoi occhi sfuggenti e rimpiccioliti dalle lenti spesse, giocavano a cadere e rialzarsi, in una parabola che li attirava e respingeva dal petto e dalle gambe accavallate della ragazza bionda.

Non volli immaginare dove stesse andando quell’uomo. Iniziai anche io a sentirmi scomodo sul sedile. E feci caso che più lui si spostava, per cercare evidentemente una traiettoria adatta al suo sbirciare, che io provavo del vero e proprio fastidio. Non sapevo se era il caso di dirgli qualcosa. Provai ad intervenire con lo sguardo, almeno per indurlo a fermarsi e riuscire dunque a trovare un pò di quiete anch’io. Ma dopo pochi tentativi, desistetti. Quell’azione non faceva altro che aumentare il mio senso di scomodità e il mal di testa mi sembrava già abbastanza.

In quel momento, mi sembrò così assurdo che le persone possano condividere lo stesso spazio senza interagire, se non per sfuggire a sorrisi accennati, per chiedersi scusa una volta urtati, o per guardarsi le tette o le cosce di nascosto.

Fu quella sensazione di passività, a costringermi ad associare il pensiero che, passivamente, ci stavamo recando tutti in uno stesso luogo?

Andavo a trovare mio fratello, ne ero certo, non lo vedevo dal giorno dell’incidente. Ma sarà stata la fronte che esplodeva poco sopra il naso, o non trovare più il biglietto che io (io?) avevo obliterato in un qualche momento in cui ero sicuro che mia madre mia zia e mia nonna sarebbero venute a salutarmi, che non riuscivo ad esserne convinto fino in fondo?

Perché non sono venute? Sono donne così puntuali.

Non poteva essere successo qualcosa a nonna, perché dopo la storia di Nonno Carmine, avevo obbligato mia madre a tenermi al corrente di tutto e di non trattarmi mai più come un idiota. Pensai di chiamarle io, allora, ma il fatto che mi disperassi perché il telefonino non l’avevo più con me, era dovuto, esclusivamente, alla resistenza che ancora ponevo allo stesso istinto che ti dice di frenare, costi quel che costi, perché una certa sagoma è comparsa al centro della strada e allora tanto vale provare a vedere se quella fila di macchine parcheggiate ti può riuscire a rimbalzare al di qua del destino.

Non me n’ero reso conto, come avrei potuto? Il vagone si era pian piano riempito. Io mi alzai, interdetto, lasciando che una signora impellicciata prendesse il mio posto. Non avrà caldo? mi domandavo. Era un ottobre così primaverile!

Mi passai una mano trai capelli. Mi appoggiai con la spalla allo stipite dell’ingresso. E, in quel momento, la porzione di mondo che potevo osservare era molto più ampia. Persone in coda fuori la porta del bagno, ordinati come paletti di una recinzione, venivano superati dall’ondeggiare caotico di altri corpi soli, che sembravano spinti dal vento, come i singoli fili d’erba ai piedi della rete di ferro che delimitava la zona di quell’ultimo binario. “Scusi” cercavo di fermare qualcuno. “Scusi, ma è questo il treno in partenza?” “Sono al binario giusto?”

La lunga fila disordinata di persone, ignorava le mie parole sfiorandomi il naso.

Da Porta S.Paolo a Cristoforo Colombo, non mi sembrava che il trenino portasse a qualche luogo di culto, ma mi dicevo che tutti quegli anziani erano diretti sicuramente ad una funzione religiosa. D’altra parte era domenica. Per quanto riguarda i mezzi pubblici gli anziani sono impeccabili. Sarà sicuramente questo, il treno in partenza. Il binario giusto. Mi sfuggirà qualche nuova Chiesa consacrata sventolando la foto del vecchio papa santo.

Una certa logica c’era, per altro. Ma la logica non mi aiutava. Il treno era senza aria condizionata, non faceva particolarmente caldo ma io iniziavo a sudare. Dietro di me, la signora a cui avevo lasciato il posto, si stringeva nella pelliccia, senza fare una piega.

Il vagone era praticamente stracolmo ma ancora non ci muovevamo.

Scorgevo la donna asiatica o forse centroamericana, con la bambina vestita di rosa seduta in braccio. La madre le baciava i capelli. Per un attimo alzò lo sguardo verso di me. Poi, una seconda volta, si soffermò, più a lungo. Io mi difesi con un sorriso. Lei tornò a baciare sua figlia. Poi, dal basso, una voce mi sussurrò “Lasci stare!”. Era l’uomo senza capelli, che avevo già incontrato aspettando il treno e che, per primo, si era diretto verso i vagoni della freccia del mare, che puntava decisa verso di noi, per fagocitarci.

Era seduto sul sedile esterno della fila di quattro, vicino alla porta aperta, dove ero appoggiato io. “Lasci stare, con queste domande”. La sua mano mi sembrava attraversata dalle corde tese di un filatoio. Le dita lunghe giocavano ancora con il pacchetto di sigarette.

“Vede questo pacchetto?” mi chiese con voce lieve ma decisa. “E’ un pacchetto di sigarette nazionali. Venti. Questo pacchetto non lo tocco da molti anni. Dentro, ci sono ancora tutte. Guardi! L’ho conservato a lungo, sa? A lungo. Mi hanno ordinato di smettere e così ho fatto. Non che ne fossi convinto, ma l’ho fatto. Oggi avevo voglia di fumare una sigaretta. Così sono andato a prendere proprio questo pacchetto. Ne ho estratta una, ne ho sentito il sapore, seppure invecchiato, non importava, era un simbolo. Poi, quando stavo proprio per accenderla, la voglia mi è sparita, sparita. La voglia di fumare, di trasgredire per accontentarmi. La voglia di ogni cosa. Lasciandomi l’insoddisfazione di una lunga attesa. E sa perché la voglia mi è andata via? Lo sa?”

Ma non ebbi il tempo di rispondere, che dal basso aggiunse: “Si sieda. Si sieda anche lei, adesso. Stiamo partendo”.

Era vero. Non mi ero potuto accorgere delle porte chiuse. Del crescendo scivoloso del movimento. Mi pareva strano quell’aneddoto. Di una logica che non coglievo. Ma il treno era in viaggio e, almeno, la risposta che cercavo alla mia semplice domanda era arrivata. Il binario era giusto. Il treno, anche. E il gruppo degli anziani coi crocefissi al collo? Che ricorrenza era? “Scusi, senta” mi rivolgevo all’uomo senza capelli, che intanto aveva volto la sua attenzione lontano da me, come se io non fossi mai esistito.

“Mio caro, gliel’ho già detto. Il treno è partito. Guardi. Guardi chi c’è là. Non ci pensi. Stia qui con noi altri.” Disse con aria serena, mentre il vagone scorreva già a grande velocità.

Io probabilmente non volevo arrendermi, a quel punto, perché non bastano la voce sommessa dell’istinto e le parole strampalate di un uomo anziano. Gli anziani alcune cose le sanno meglio, anche quelle che non gli ha spiegato nessuno. L’aneddoto, se ci ripenso ora, era più che chiaro, ma in quel momento, non volevo più sentir dire nulla.

Appoggiai la fronte al vetro. Ricordo che un piccolo conforto mi venne dall’aver quasi dimenticato il mal di testa. Era diventato poco più d’un prurito. Mani ostinate che ti hanno stretto a lungo e che, persa la forza, abbandonano piano piano la presa. Iniziavo a sentirmi meglio.

A dimenticare lo sguardo commosso della signora che si lasciava alla spalle il traffico sotto il sole lievemnte fresco attorno all Piramide. Non pensavo più neanche al guardone con gli occhialetti squadrati e qualsiasi sensazione di disagio era come l’aria pesante risucchiata dai finestrini aperti all’ingiù, una volta che il treno va.

Le dita lunghe della ragazza straniera con la minigonna, avvolgevano il corrimano, mantenendo in equilibrio la dignità del suo corpo scarno ed esposto. La serie stampata delle fermate, era quella che sapevo ripetere ad occhi chiusi. Sotto il vetro interno delle porte scorrevoli, c’erano le consuete firme di vernice dei ragazzi. L’incidente, d’altra parte, mi aveva lasciato un pò ammaccato. Per questo, il sudore improvviso. Per questo il mal di testa, ma più il treno andava e più tutto era normale, così normale che lì fuori i palazzi bassi scorrevano come al solito, sotto l’immenso cilindro di sbarre d’acciaio del gazometro, luccicante e maestoso, come un castello di una civiltà a venire.

La discesa della strada parellela alle rotaie, s’infilava sotto il ponte, all’inizio di via Laurentina davanti all’Università. Mi avvertiva che a breve sarei sceso e che avrei camminato fino al cancello bianco di ferro, abbracciato mio fratello e che mi sarei disteso, per un po’, sul divano.

Mi dissi che avrei cercato su internet, se c’era un santuario o una ricorrenza particolare. Sapevo anche che non m’interessava più di tanto. Ma il pensare a qualcosa che avrei fatto una volta sceso, mi rasserenava. Mi sembrava un piccolo buon proposito per scacciare il senso di disperazione che invece mi pervase, quando il treno non si fermò. Presi a battere con le mani sul vetro. M’investì una nuova vampata di caldo. Gridai.

L’uomo senza capelli rise rauco, poco sotto al mio mento. “Che si mette a fare, giovanotto?!” disse. Poi aggiunse, con un tono distaccatamente saggio, ma compassionevole: “Cos’è, si stupisce?”

Cos’era, mi stupivo?

Mi stupivo che il treno s’infilasse in una galleria che non ricordavo esserci? Guardai l’uomo dall’alto e gridai sulla pelle liscia della sua testa: “Lei cosa vuole? Eh? Non mi sa dire che delle cazzate incomprensibili!” e con un colpo da sotto, gli strappai di mano il pacchetto di sigarette, che cullava tra le dita.

Il buio, lì fuori, emise quasi un suono, come di ghigliottina calata giù, con foga perentoria.

Quel rumore? Sì, senz’altro quel rumore, prima ancora delle risate e che il nero oltre il finestrino tramutasse la trasparenza del vetro in specchio, mostrando, dietro le mie spalle, gli altri passeggeri del vagone che avevano circondato un uomo dai capelli neri, pettinati, e con mascelle larghe. Alcuni di loro si dicevano davvero dispiaciuti e che la notizia proprio non l’avevano sentita, mentre lui li rassicurava che non ci si doveva pensare, il treno stava andando, e riprese ad esibirsi nelle imitazioni che lo avevano reso noto alla TV. Mi voltai, immaginando i miei occhi sgranati. L’imitatore in mezzo, la gente intorno, una mano da sotto un cappello rosso che incitava ad avvicinarmi anch’io.

Rimasi paralizzato. La signora si tolse il cappello e priprovò ad attirare la mia attenzione.

I dubbi sovrastavano le certezze a cui, sbadati, ci affidiamo per abitudine.

E la risposta a quei dubbi, a tutti i dubbi, era il volto della bambina vestita di rosa in braccio alla madre con gli occhi di pinolo, che ora si teneva al reggimano verticale, inchiodato al pavimento e al soffitto, e mi fissava come fossi il demonio. Mi girai di scatto, premendo il naso la fronte le lacrime sul freddo del finestrino. Perchè mia madre mia zia mia nonna non avevano fatto in tempo a salutarmi? Erano sempre così precise!

Nessuno me l’aveva detto. Solo la paura nel sangue quando quella sagoma indefinita era comparsa al centro della strada. La moto distrutta e l’inizio lancinante dei dolori prima di svenire. Non era servito, buttarmi verso le macchine parcheggiate, ordinate, sul bordo della strada.

La donna col suo volto asiatico, forse centro americano, avevo smesso di distinguerla così nitidamente. La bambina e il vestito rosa, anzi, erano proprio spariti.

Mi stupivo?

Mi stupivo che il dolore spaesato della disperazione mi stesse attraversando così velocemente? E che affievolisse come il battere insistente sulla fronte, trascinati via, nel buio di questo scorrere inesorabile?

Il treno, sbucato dalla galleria, si rituffò nella luce del giorno, come emerso da dentro una botola dopo anni di reclusione. Tutto più lineare. Inoffensivo. Piatto. Su cosa mi stavo interrogando? Le ragazze straniere, i signori coi crocifissi e tutti gli altri erano fermi, ai loro posti, silenti e con in volto un sorriso appena accennato, rassegnato, e, a vederlo bene, quasi triste. Ed era così che avevo iniziato a sentirmi anch’io. E per questo ero certo che la mia espressione fosse assolutamente la stessa. L’imitatore della TV anche sembrava aver finito il suo repertorio. Io ero certo di appartenere più a loro che a me stesso, se mai fosse stato possibile il contrario. Solo però avvertii una lieve fitta nel petto, la vocina solitaria di un canarino, quando il treno, per la prima volta, si fermò.

Le porte rimasero chiuse, ma era evidente, che al di là del finestrino, un altro treno si era fermato, in corrispondenza del nostro ed era diretto nel senso opposto. Guardai attraverso il vetro come si guarda da una nave da crociera in alto mare. I passeggeri che tornavano indietro erano pochi. Molti di meno di quelli che occupavano il nostro vagone, e che, composti, avevano dimenticato cosa significasse ridere. E comunque, come le onde del mare infinito che ci si lascia alla spalle, nessuno mi sembrava distinguersi dagli altri. Tra quei pochi volti simili, fu proprio solo un attimo, il canarino, al momento del treno in partenza. Il vestito rosa, non sapendo più nenache cosa fosse il rosa, gli occhi piccoli e appena schiacciati che mi fissavano piangendo. Cos’era, mi stupivo?

Mi stupivo di riuscire a rendermi conto che quella che andava via, indietro, insieme alla bambina riportata alla vita dai medici in qualche miracolo da prima pagina, e alla voce del canarino già subito azzittita, fosse l’ultima percezione che ho avuto della gioia?

Mah! Chi se lo ricorda più lo stupore?! Io sono certo solo di questi binari sgomberi e luccicanti, simili a due linee svelte, che posso stare a guardare, qui dal treno, e al di là del vetro.


Lorenzo Iervolino

[foto credit Luca Cinzia Trasparenza]