Hamburg - un estratto

Giovedì 20 settembre esce il romanzo di Marco Lupo, Hamburg, edito da Il Saggiatore.

Hamburg, Germania, la madre, gennaio 1943

L’infermiera lo pulisce con del cotone. Gli massaggia la pelle del viso, il collo su cui affiorano grinze, accarezza la polpa di carne delle cosce, riscalda le dita dei piedi e osserva il petto che sale e scende in modo impercettibile. Passa il cotone anche tra il braccialetto e la pelle, e termina il suo lavoro cantando una canzone che parla di una donna e di una sigaretta. Lui apre e richiude gli occhi un paio di volte mentre lei lo veste sul fasciatoio. Non piange mai. Una settimana dopo brancola nel buio della stanza dei suoi genitori. Vagiti brevi e poco armonici escono dalla sua trachea. Ha il collo ancora informe, e di tanto in tanto guarda il buio della notte dalla sua postazione immobile. Sua madre si slaccia la vestaglia e appoggia il capezzolo di uno dei suoi grandi seni sulle sue labbra. Morde e succhia da quella massa di pelle soda, gorgogliando per l’abbondanza del liquido che sta imparando ad apprezzare. La chiama ogni due ore, con i vagiti perfezionati in urla. Chiude i pugni e urla finché non riconosce l’ombra che lo prende tra le braccia.

Il buio è il primo mistero della vita. Ne ricava un segno e un significato. Nella perfezione oscura riconosce la sua solitudine. Dal buio nascono le sue richieste e con il chiarore terminano. La madre accende una lampada e sussurra parole dolci. Il seno alle labbra non risponde soltanto a una necessità fisiologica, non è soltanto nutrimento. Dal buio nasce la domanda e con la luce si crea il mondo che lo circonda. Sua madre è la presenza che lo raccoglie dalla culla quando piange, che modella la stanza che lo contiene, che gli trasmette il messaggio della crescita attraverso il latte, che lo inizia alla lingua tedesca cantandogli una canzone. Sua madre risponde alla domanda sorta nel buio. Deve farlo e non può rifiutarsi di farlo. Sua madre è la figura che si alza dal letto nella notte gelida, è l’ombra che cammina a piedi nudi urtando una cassettiera, è il fiato del sonno che esce caldo mentre accende la lampada che trasforma le cose. Sua madre è il senso del dovere. Nella stanza da letto dei genitori, nel buio della notte tedesca che lo ha generato, nel Reich che produce e stermina bambini, lui sente la pelle calda di sua madre e impara l’odore della donna. Lei decide di infilarlo nel letto matrimoniale, felice di poter dormire con un uomo senza volontà. Suo padre ha fatto in modo che potesse nascere, è vero, e ha lavorato sodo per sistemare l’appartamento prima che nascesse, ed è partito piangendo, sicuro di trovare la morte sul campo di battaglia, certo di non sapere che viso avrebbe avuto suo figlio dopo qualche anno. Sua madre non lo rimpiange soltanto perché le riscaldava i piedi gelati nel letto e perché si metteva in coda per il pane nei giorni di neve. Lo rimpiange perché è perduto, perché non hanno avuto neanche il tempo di odiarsi o di disprezzarsi, perché non si sono mai abituati l’uno all’altra, ma hanno litigato ogni giorno per tutti i giorni della vita insieme, quella vita che ha attraversato campagne, colline e montagne per diventare ossa in un cimitero militare.

Turigliano, Italia, il padre, novembre 1944

Il padre ha imparato a nuotare come il personaggio di un romanzo di Hans Erich Nossack, strisciando di nascosto nella palude dopo essersi tolto scarpe e pantaloni, infilandosi lentamente nell’acquitrino, facendo finta di vedere il fondo, scacciando le alghe acquatiche e il freddo della sera. La maggior parte dei suoi commilitoni non va oltre una linea immaginaria che li separa da questa sensazione di libertà. Si immergono e aspettano la fine della giornata. Nuota nel Tirreno e ogni tanto si ferma e guarda le Alpi Apuane, il vuoto nelle pareti di roccia, l’assenza di intere parti di montagna per una questione di bellezza: dai romani a Michelangelo, in molti hanno estorto marmo dalle cave di queste montagne. Il padre guarda la fine del mondo fingendo di vedere una montagna sfruttata dagli uomini, mentre il sole tramonta e i soldati che lo accompagnano escono dall’acqua e si vestono. Tedeschi che fanno il bagno a novembre. In fondo potrebbero essere soltanto questo. Turisti che cercano la bellezza tra le campagne e le colline. Uomini che bevono vino e parlano della vita che li aspetta. Arriva il momento in cui sente freddo e raggiunge gli altri sulla riva. Vestendosi continua a guardare la montagna scavata. Questa è la loro ultima sera. Potremmo dire che un soldato in guerra sa che ogni sera è la sua ultima sera, o che un tedesco costretto a marciare in un battaglione punitivo verso la prima linea conosce le sue probabilità di sopravvivenza. Il padre è stato mandato al fronte con questi ragazzi per aver espresso opinioni antinaziste: Hitler è un porco; Hitler è una merda; Hitler deve morire. Con lui, nel battaglione punitivo, ci sono ragazzi che hanno derubato un nazista, che durante una sbronza hanno insultato un cane rabbioso chiamandolo Goebbels, che hanno ascoltato Radio Londra e sono stati traditi da un vicino di casa, che sono nati in una famiglia che non si sente rappresentata dal nazionalsocialismo, i cui padri hanno rifiutato incarichi offerti dalle alte sfere del partito, che hanno visto la collera farsi strada attraverso documenti dattilografati, firmati e bollati. Tra questi ragazzi perduti, accanto al padre che fuma una sigaretta sulla spiaggia al tramonto, di fronte alla montagna di marmo, siede il figlio di uno scrittore famoso. Nelle ultime settimane si sono tenuti d’occhio e si sono esclusi a vicenda dalla lista di possibili spie che hanno formulato nelle lunghe notti di attesa. Nel battaglione, infatti, potrebbero esserci delatori e infiltrati. Dire una parola sbagliata sarebbe fatale. Ma sono in guerra da anni, e hanno saputo delle città tedesche bombardate e rase al suolo, e temono che i loro cari siano bruciati, morti, sepolti. Così il ragazzo, figlio del celebre scrittore tedesco, parla al padre del bambino. Gli dice che ha diciotto anni e che ha la stessa età di suo padre quando era un soldato nella Grande guerra. Gli racconta del padre ferito quattordici volte e della sciagura del fronte occidentale. Non credevo che fosse possibile, gli dice, vivere lo stesso incubo di mio padre. Il destino è una piaga. Mi chiamo come lui, Ernst, e in famiglia mi chiamano Ernstel. Non decoreranno mai la mia uniforme con la Croce di ferro di prima classe e con la Pour le Mérite. E questo mi fa onore, dice il ragazzo bisbigliando. So che mio padre è stato inviato in Francia, e probabilmente in questo momento starà litigando con un altro scrittore. La sua visione del mondo non è trattabile. Essere il figlio di mio padre mi è costato caro, ma è tutto quello che so. Due anni fa ho deciso di leggere i suoi libri. Mi era stato proibito da mia madre. Lei non voleva che sapessi. Eppure oggi so. Dicevo, stavo leggendo i libri scritti da mio padre e pensavo a come fosse più facile per lui raccontare le sue esperienze a degli estranei che condividerle con me, con noi. Mia madre ne sapeva meno di me. L’ho scoperto leggendo della vita in trincea. Mia madre si è sempre rifiutata di sapere. Comunque, a maggio la campagna è in fiore, e un giorno mio padre mi chiama nel suo studio per dirmi che vuole portarmi in un posto, nella città in cui è nato. Quindi da Lipsig prendiamo un treno e arriviamo a Heidelberg. Durante il viaggio non dice neanche una parola. Usciti dalla stazione camminiamo lungo la Hauptstraße fino al 213 ed entriamo al Zum Seppl, un locale per studenti da più di duecento anni. Le pareti, i tavoli, le sedie, il bancone, il soffitto, ogni superficie di legno, ogni singolo frammento di quello spazio caldo era stato inciso con i nomi di giovani studenti, di ragazzi che studiavano letteratura, filosofia, medicina. Le travi di quella locanda avevano ospitato migliaia di giovani uomini che avevano lasciato un segno nella cultura tedesca. Eppure erano tutti morti. Una volta seduti a un tavolo, mio padre mi chiede che cosa sento. Che cosa sento? Che cosa senti, qui, ora? Senti che stai vivendo? Senti la forza di queste assi sulla tua pelle? Senti le voci delle generazioni di uomini che hanno scavato nella terra arida per trovare una fonte? Che cosa senti? Dissi a mio padre ciò che sentivo. Dopo un paio di birre, una cena leggera e una dormita in albergo, riprendemmo il treno per Lipsia. Da allora non l’ho più visto. Il padre del bambino pensò alle parole del ragazzo e alla solita vecchia storia, a quella storia che diceva che un uomo non può insegnare quasi nulla a un altro uomo, e che è difficile parlare con un figlio. Pensò a sua moglie e al bambino, e si sforzò di immaginare il ritorno a casa, il corpo caldo di sua moglie nel letto, il pianto di suo figlio, la città ancora integra, la loro casa ancora in piedi, gli anni da vivere, il futuro come un tramonto di fronte al mare.

Hamburg, Germania, aula del Wilhelm-Gymnasium, lezione di letteratura greca, luglio 1943

Herr Eichholz è alla terza lezione sull’Iliade. Sta cercando di imprimere un ritmo agli avvenimenti e di collegare i nomi degli eroi che moriranno e di coloro che sopravviveranno. Ha affisso sulla lavagna un grande foglio bianco su cui sono state incollate delle litografie che ritraggono i personaggi principali, gli antagonisti, i personaggi secondari, gli dèi e i semidèi. Herr Eichholz ha anche chiesto a uno dei suoi alunni, Stefan, di illustrare le mura di Troia e il cielo greco che si staglia sulla pietra che separa gli Achei dai Troiani. Ha raccontato alla classe sbalordita del suicidio di Aiace Telamonio, del tradimento che Diomede subì dalla moglie e del modo in cui fu fatto a pezzi dalla risacca sulla scogliera di Argo, della follia che prese Euripilo e di come riuscì a rinsavire assistendo a un sacrificio umano, della morte assurda di Leito che scampò alla rabbia di Ettore, che tornò in patria e che fu decapitato da un coltello caduto da un albero. Herr Eichholz sa che la guerra non sta per terminare e che molti dei ragazzi seduti nell’aula moriranno o sopravviveranno portandosi dietro ferite strazianti. Non può ignorare la realtà e non può evitare la parte più sanguinaria del programma scolastico. Probabilmente a settembre i suoi studenti verranno chiamati alle armi e il suo dovere è quello di infondere sicurezza nei loro cuori. Ma la guerra è spaventosa, lo dice Omero e lo dicono gli dèi, lo dice la Bibbia e lo dicono i resti delle città distrutte e dimenticate. Ora sta parlando dell’armatura di Achille e di come Tetide convinse Efesto a forgiarla dopo la morte di Patroclo, pregandolo di creare una lega fatata. Ora si dilunga sul dio del fuoco e della metallurgia. Accade continuamente mentre racconta l’Iliade. Non può evitare le digressioni e intuisce il loro potere sui ragazzi, l’attenzione che dedicano a questi particolari, agli aneddoti che crescono come edera sui muri solidi della loro memoria. Ora racconta della Gigantomachia, da non confondere con la Titanomachia, di quando gli dèi dell’Olimpo fecero la guerra ai Giganti, e di come Efesto riuscì a uccidere il gigante Mima con proiettili di ferro rovente e fermò il dio del fiume Scamandro a Troia, scatenando un incendio terribile. Soltanto allora vede il braccio alzato di Stefan. Parli pure, gli dice. Allora dobbiamo supporre che il dio del fuoco e della metallurgia abbia inventato la guerra moderna? chiede Stefan. Lo possiamo supporre, risponde Herr Eichholz.