Editoriale - Gli ultimi luoghi

Catalogo approssimativo degli ultimi luoghi. A cura della redazione di TerraNullius

 

 

Casa
Casa. C’è un posto chiamato casa. Lo sanno tutti. Ne senti parlare fin da prima che tu sappia parlare. Quando sei appena un po’ più grande, te la fanno disegnare su un foglio a quadretti. Disegni la casa: dietro ha il cielo, dove, con moto circolare e maestoso, regolare e rapinoso, le stelle non mi danno pace. Ma la casa c’è, e non è possibile dubitare di questo. Mi chiedo spesso, specie nei momenti di maggiore onestà, fra fine della notte e l’inizio del giorno, nella loro confusione, nella convulsione dei sentimenti; mi chiedo se io sia pigro, o stupido, se, insomma, io soffra di una stupidità accidiosa e capricciosa, perché, ecco, quando penso alla casa, mi pare sempre che sia inutile entrarci, dal momento che, prima o poi, bisogna uscirne. Mi vergogno di questo pensiero, che è irresistibile, e da cui sono attratto soltanto perché è orribile. So che è banale tutto questo, e mi piacerebbe davvero, sarebbe un piacere vero, indistinguibile dalla necessità, avere accanto a me, quando ho questo pensiero stupido e accidioso, orribile e banale che non mi abbandona mai, mi piacerebbe avere qualcuno che mi dice: qui nessuno la pensa così; io non la penso così. La cosa ridicola è che io una casa ce l’ho. È costruita su sette pilastri, e, questa è la cosa che lascia senza fiato tutti, ha un tetto cesellato, con magnifica illustrazione dei poteri dell’immaginazione, con figure meravigliose, il cui moto circolare e maestoso, regolare e rapinoso, allarga il cuore. In quella casa ho tutto, ogni mio affetto è lì, e, fatemi dire anche questo, lì è il senso della mia vita, giacché, va bene, va bene, rivelerò anche questo, casa mia è piena di persone, persone che non sto a dire, ma che sanno tutto, hanno un sapore, ed ecco, sanno fare davvero festa. Ritornerò per la festa, certo.

Sogno o alveare
In una città giunge un uomo. È solo, ha il compito di indagare. Si tratta di una situazione molto pericolosa. L’organizzazione è penetrata in modo capillare, dappertutto. La sperimentazione su esseri umani è sistematica: ricerca scientifica o abuso di potere, non importa, i corpi delle vittime continuano ad essere bruciati e altre pratiche orrende si consumano nelle cellette disinfettate. La città è tecnologica, efficiente, ma boccheggia nella morsa di un controllo capillare e segreto: il nemico è sempre vicino, bisogna muoversi con circospezione. L’uomo incontra una donna bionda. Si riconoscono. La donna è riuscita a costruirsi una posizione di grande rispetto, ma in realtà anche lei è contro l’alveare. L’arrivo dell’uomo è destabilizzante: lui entra e esce dalle cellette dell’alveare, agisce in fretta là dove il lavoro al massacro è più sistematico, freddo, disinfettato; c’è una grande rete di funzionari ciechi e devoti, sono quasi tutte donne. La donna bionda adesso è costretta ad agire sul serio, a esporsi per aiutare quest’uomo che porta la salvezza. Ma questo non passa inosservato: qualcuno comincia a spiarla, in silenzio. Nella notte la donna lascia il suo appartamento elegante, dovrà trovare un riparo di fortuna. A un isolato da lì, un gruppo di ragazzi molto giovani comincia a seguirla, si tratta di teppisti sporchi, rozzi e violenti, vivono ai margini, strumentalizzati forse, ma non integrati. Sono stati assoldati per pochi spicci dai vertici dell’alveare? La raggiungono, la catturano. La interrogano a lungo e le chiedono del suo quaderno con i disegni. La donna si inquieta, come fanno a conoscerne l’esistenza? Poi capisce: ognuno di loro ha un quaderno simile. Quasi senza una vera consapevolezza, questi ragazzi che non sembrano riconoscere nessuna autorità, sanno istintivamente cosa li può salvare: come lei, anche loro tracciano sul quaderno disegni di ogni genere, perlopiù personaggi mostruosi che fanno paura, oppure corpi nudi, amplessi, roba spinta, pornografia. Quando si decide a mostrare il suo quaderno quelli si calmano. Le dicono che se vuole può fermarsi nel loro rifugio per quella notte. La donna si dice che al mattino ritroverà l’uomo che è arrivato in città per aiutarla. Insieme prenderanno una posizione. Insieme troveranno il modo di lasciare l’alveare.

Chiocciola
Quel pensiero non poteva far altro che starsene lì, dove s’era rintanato. Acufene aveva detto il medico ma lui lo sapeva che non era così.
I fischi rimangono per una ragione. Per segnare pericoli imminenti. O partenze. E, in effetti, quel che non smetteva di rimbalzare nell’orecchio era solo un saluto.
Non era preoccupato. Voleva solo sapere come arrivarci, lì in fondo. Se ne stava supino, concentrato per sforzarsi di rimanere immobile aspettando che il tecnico gli chiudesse la bara bianca da dove sarebbe uscito il referto della risonanza magnetica.
L’addio s’era infilato nella chiocciola e da lì non l’aveva scacciato nessuno. Aveva provato la ragazza del cortile, con la dolcezza del lucidalabbra al sapore di miele e, poi, sua madre, con la collera di chi non si rassegna alla solitudine di un figlio. Aveva provato il professore che tanto s’era accanito sulla sua sensata destrezza nello sciogliere i problemi con la ragione. Aveva provato anche un santone, ma questi svenne per primo. Il fischio, invece, era rimasto e s’era riportato indietro anche le parole scandite in fretta, la voce annacquata di lacrime mal trattenute, il fiato spesso di ansia e dubbi. Era tutto lì, dentro il labirinto dei suoi ricordi. E a lui non dava fastidio.

Passato ipotetico
Quando vaghi senza meta sotto il sole, finisci sempre per fermarti di fronte a posti che già conosci, anche se nessuno di loro ha una reale importanza. C'è un vecchio cinema - vecchio non nel senso romantico del termine - che dava film quando eri piccolo, e probabilmente pure prima, e poi ha chiuso. Ha chiuso da più di vent'anni. L'avvento dei multisala, Blockbuster - Blockbuster che intanto ha fatto in tempo a fallire a sua volta -, internet, i motivi possibili si sommano e comunque non è importante conoscere quello giusto. Però il cinema è ancora qui davanti a te in questa ennesima estate. In cartellone lo stesso film di allora, una commediola insulsa, per fortuna nessuno può leggerne più il nome perché il tempo poco alla volta se lo è portato via - sull'insegna rimane appena la base di una C, si intuisce la stanga di una I, poi un quadrato blu, e qualche segno di cartone strappato. Intanto tu sei andato a vivere in un'altra città, sei tornato, sei andato a vivere all'estero e sei allo stesso modo tornato, ti sei sposato e hai divorziato, hai vissuto qualche gioia e molti dolori, e ogni volta che hai camminato a caso per il quartiere ti sei ritrovato davanti sempre lo stesso stabile abbandonato con il suo relitto hollywoodiano dozzinale. Eppure ti piace che rimanga, perché per un attimo ti pare quasi che sia ancora allora, che dici agli amici che film di merda e poi inizi daccapo la tua vita, sperando di non commettere gli stessi sbagli.

abitacolo
la voce passeggia sul lastrico della linea telefonica che demarca silenzi dove affrante si depositano parole in esubero sconosciute ai più
mai parlano d’assenza
e si fanno sentire
solo di notte
voci intercette
di ritorno nella cella
abitacolo di ferro
del fono
del senso
del dizio-
del -nario
del baro
che vive
nel faro
del lago
nel punto
più basso
del metro
dell’esca
del filo
di stelo
che colto
nell’ora
della nostra
sorte
da mane
a sera
due soli
bisillabitudine
nel numero che con rabbia componiamo e che non si lascia raggiungere
ecco!
messaggi registrano discorsi di fede
conciliabolo di sinistri

Una poesia di Simone Cattaneo
L’estate non fa in tempo ad arrivare che ci ritroviamo tutti dentro una poesia di Simone Cattaneo. Per chi non lo conosca, Cattaneo è stato un principe. Di lui non resta che un libretto di 123 pagine, giallo e nero, e adesso che i pomeriggi sono arancioni e solo a tirare fuori la lingua si può gustare la torba cancerogena dell’aria, quel libro per molti di noi è una bibbia. Leggiamo Cattaneo alla fermata del tram, al bancone del bar gomito a gomito con gli altri avventori, ai giardinetti – con un occhio solo, mentre l’altro controlla i bambini; leggiamo Cattaneo nelle pause sigaretta, in fila al supermercato, in fila alla cassa del casalinghi cinese in attesa di pagare i migliori quaderni del mondo a due euro il pezzo; leggiamo Cattaneo anche quando in realtà non lo leggiamo e attraversiamo piazzale Tiburtino, percorriamo il tunnel di Santa Bibiana, guizziamo sulle rotaie scintillanti di via Giolitti oppure, per risparmiare tempo, ci intrufoliamo nel cancello sul retro di Termini, mentre i siti internet planetari diffondono la notizia di Milano e Cortina città olimpiche e noi commentiamo inviandoci a vicenda fotografie delle piste di bob abbandonate sul monte Trebević e dei trampolini fantasma di Malo Polje (Sarajevo), degli appartamenti rimasti vuoti del villaggio olimpico di Rio, di ciò che resta dello stadio di baseball di Atene, di una piscina prosciugata a Pechino, e in questi momenti di suprema coscienza rimpiangiamo di non essere nati sotto la stella di freddo e nafta di Norbert Kaser, Boris Ryžij o Helga Novak. Li abbiamo letti, è vero, e in certi frangenti potremmo essere persino così idioti da citarli a memoria. Ci sono due cose che, al contrario, non citiamo mai alla lettera: Simone Cattaneo e la realtà. Finalmente arriva il finto refrigerio della sera e noi restiamo svegli, vigili fino a che al culmine della notte crolliamo, poltiglie di etanolo e sudore.
A volte riceviamo la visita di Simone Cattaneo che viene a consolarci in sogno.

Atlante
Sono nato nella Città, ma ho sempre vissuto nell’atlante. Non in uno solo, ma in tanti, oppure in tanti capitoli di un atlante se questo si potesse leggere come una storia sola.
Il giorno che mio padre portò a casa il libro credo che rientrò prima del solito, noi eravamo a tavola e lui posò (sbatté) questo grosso pacco marrone sul tavolo, era legato con uno spago. Ho portato qualcosa per i ragazzi, disse. I ragazzi eravamo io e mio fratello ma mio fratello era troppo piccolo anche solo per girarle quelle pagine e quindi quell’inatteso dono era solo per me. Mamma disse a mio padre che poteva attendere che finissimo di cenare, lui le rispose che era la cena che poteva attendere.
Mio padre sfogliò velocemente il libro come se cercasse qualcosa che già conosceva o qualcosa d’importante e m’indicò il punto esatto della Città; era un posto molto piccolo perché il suo indice giallo lo nascondeva interamente dalla mappa. Piccolo, insignificante, dissi, mentre il mondo era grandissimo. Ricordo che mio padre mi chiese dove avessi sentito il termine insignificante ed io non seppi rispondergli.
Per lungo tempo mi persi in quelle pagine, in quelle forme indecifrabili e piene di storie, forme che mi suggerivano sempre cose nuove, con quei tratteggi nel mare che ti consentivano sempre di tornare, ma anche di ripartire. Poi presi a disegnare e colorare i miei atlanti, terre solo mie, terre di nessuno; gli davo forme che solo io potevo capire e se qualcuno le avesse intuite, allora sarebbe diventato il mio fraterno amico; inventavo nomi e viaggiavo ogni giorno in un posto diverso.
Dove siamo oggi? Dove mi porti di bello oggi? Mi chiese il Frocio ed io gli risposi che dove andava lui, io non ci sarei stato. Il Frocio fece uno di quei suoi sorrisi e disse che mi sbagliavo di grosso e lo sapevo e che dove stava lui, stavo anch’io. Sempre.
Il Frocio era cresciuto in una cantina, lo raccontò più e più volte, ma a volte la cantina diventava un sottoscala. Undici scalini. Undici passi. Undici, diceva, non dieci e non dodici.
Nella cantina o nel sottoscala ci passava molto tempo, fu lì che il padre iniziò a giocare con lui; i giochi segreti li chiamava. Quando ce lo raccontava il Frocio usava un tono e delle pause studiate e puntuali come a volerci spaventare.
Poi, proseguiva, vennero a giocare anche gli amici del Papà. Ogni tanto uno diverso ed era allora che sentiva i passi e li contava. Contava e sapeva già quel che sarebbe accaduto poi; in qualche modo era una cosa rassicurante. Uno degli amici, un pomeriggio gli portò un peluche con il quale non volle mai giocare, però gli promise che gli avrebbe regalato un gatto, un gattino nero. Quanto ci fantasticò su quel gattino che per lui sarebbe stato nero e con una chiazza bianca sull’occhio e avrebbe diviso la cena con lui, lo attese per mesi. L’uomo tornò, ma senza gatto. Poi un giorno si stancò di aspettare e se ne andò via.
Ogni tanto Manuelito si fermava qualche minuto in più nella stanza e ascoltava i nostri racconti, eppure di rado parlava limitandosi ad annuire impercettibilmente con il mento. Poi un giorno ci disse che quando aveva circa dodici anni il padre lo portò in mare, su una barca, dove al massimo sarebbe potuta entrare solo un’altra persona, proprio in mezzo al mare dove non vedeva coste, isole o terre, ma solo blu tutto intorno; nessun tratteggio, nessuna direzione, solo blu; aggiunse poi che per lui il blu era un colore tristissimo, il più triste di tutti.
Noi non rispondemmo, Manuelito ci salutò, ci diede la buonanotte e disse a domani, poi si richiuse la porta di ferro dietro e la inchiavò.

Luogo
Mi chiedo sempre, da quando scrivo diari di viaggi, se abbia senso ricordare le ore e i giorni della settimana, residui di un modo di fare cronaca che provoca due spirali: da una parte il viaggio e la piccola porzione notturna dedicata alla scrittura del diario beneficiano della bussola trascritta; dall’altra creano un contrasto con il moto di svuotamento e oblio che provo appena arrivato, a partire dai primi passi, dagli sguardi che puntano verso tutto ciò che mi sembra visibile.
Passeggio da solo sul lungomare, a venti metri dalla spiaggia. Un cielo magnifico che non riesco a descrivere, che cancello nei passaggi scomparsi di questo diario. Il vento è caldo ma cambia in fretta e si unisce a correnti fredde, mentre la pelle impallidisce e sorride, dopo un lungo inverno passato a raccontare storie e a propinare libri. Gabbiani in numero maggiore rispetto alla media mai vista di gabbiani volano sulla costa infinita dell’isola sempreverde. Dopo trenta minuti di cammino riesco a vedere le scogliere e il sentiero che le costeggia. Torno indietro, a quel punto, verso l’interno, infilandomi nei vicoli che riparano dalle avversità, come in tutte le città di mare, come nelle vecchie fortezze abbarbicate su punti imperbi visitati dai pirati, come nelle isole che separano il cielo dalla vita, dove ogni casa è un pontile verso un’altra casa e dove i viandanti rabbrividiscono di notte. L’odore del pesce fritto corre e si frantuma.

Una chiesa
Di cui restano pietre e acqua.
Fuori campi coltivati, un cane legato a una catena, una statale, e dentro un giardino di liane e ragnatele. La sorgente che spacca i pavimenti è sepolta, gorgoglia in piccole bolle ogni tanto, mai nello stesso punto, necessità discreta ma costante. Non c'è irruenza. Non ci sono altri rumori se non quello dell'acqua. Non c'è niente. Doveva esserci una bambina ma non c'è, dovevate avere dell'alcol ma non l'avete. C'è solo acqua.
Per entrare vi siete chinati e siete passati sotto un portale fregiato da un'iscrizione, avete seguito un sentiero di travi poggiate su gradini o capitelli crollati tastando croci rosse disegnate sulle pareti. Sul lato destro, dopo aver camminato in bilico su quello che sembra un pezzo di rotaia e aver scalato una colonna, siete entrati in una stanza con due buchi, uno sul tetto e uno sul pavimento. Lì vi ha sorpreso una solitudine più acuta, che se aveste avuto qualcuno con cui parlare o da fissare di nascosto non avreste sentito.
Avete guardato in alto lo strappo sulla piccola cupola e in basso lo squarcio che ha reso la stanza sotto una cisterna, simile a un pozzo. Avete raccolto una pietra e l'avete lasciata cadere. Poi ve ne siete rimasti lì a fissare le piccole onde propagarsi, sbattere sulle pareti e tornare, ridimensionarsi, fino a calmarsi del tutto in pochi minuti e ricomporre la vostra immagine. Mai avreste avuto, né avrete mai, il coraggio di immergere anche solo una mano in quel liquido, mai.

 

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TerraNullius

 

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