Editoriale, marzo 2019 - Le Mandrie

Mi presentai allo studio del professor J. di mattina. Non vedevo il professore da almeno un anno. Sembrava di buon umore, parlava con uno dei suoi studenti sulla porta.

 

Quando ebbe finito, mi fece accomodare nel suo angusto studio. Dalla finestra, il parco che circondava il campus sembrava lontanissimo.
Il professore si sedette sulla sua poltrona, «Signor H», disse, «a cosa devo la sua visita?»
«A qualcosa che le ruberà solo pochi minuti» dissi. Mi sorrise.
Dissi: «Ho saputo di recente che ha tradotto il XXXXXXXXX in inglese. I miei complimenti».
Il professore fece un gesto con la mano come se i miei complimenti fossero mosche e lui volesse scacciarle.
«Sa, di recente, anche io mi sono interessato a quella branca della materia. Ho partecipato a una conferenza sulla [illeggibile]» continuai.
Il professore guardava il pavimento con gli occhi socchiusi e annuiva con un dondolio della testa.
«Ultimamente mi è capitato di leggere un libro che mi ha davvero impressionato, ed è per questo che sono qui. Il libro è “Le mandrie”, di F. V.»
Il dondolio della testa si arrestò.
«Ho letto il libro l’anno scorso, durante un periodo difficile della mia vita. E da allora l’ho letto e riletto. Non saprei spiegare, ma credo che quel libro mi abbia aiutato. Poi sono venuto a sapere con grande sorpresa che F. V. è stato un suo allievo».
Fu allora che il professore alzò la testa e mi guardò.
«Davvero?» disse soltanto, e questa risposta mi spiazzò. «Come è venuto a conoscenza della carriera universitaria di F. V.?»
Anche questa domanda mi lasciò non poco perplesso e dissi che il libro mi aveva toccato così profondamente da credere che F. V. si rivolgesse direttamente a me, e questo mi aveva spinto a cercare sue notizie, forse, devo ammettere, con troppo accanimento. Così scovai il suo curriculum vitae nel sito di un’università privata in cui F. V. aveva prestato servizio come docente straordinario.
Il professore sembrò contrariato, aggrottò la fronte, tuttavia sorrise affabilmente: «Ma cosa le dà la certezza che F. V. abbia seguito uno dei miei corsi? Non capisco».
Allora gli dissi che ovviamente, punto dall’ ossessione, nell’ultimo anno avevo letto l’intera sua opera e che, in un cupo racconto giovanile che risaliva agli anni universitari, il suo nome, quello del professore J., si trovava anagrammato in quello del personaggio di Jacob Melkus, il fosco docente di filosofia che traviava il protagonista de “Il pupillo”.


Il professore scoppiò in una risata sguaiata e cattiva: «Non mi dirà, caro H», mi disse, con una nota tetra e dolente nella gaiezza della voce, «che è venuto qui, perché ha confuso la letteratura con la realtà!» rise di nuovo mostrando i denti e fu come se stesse [illeggibile].
«No, certo,» risposi, «era solo per spiegarle come facessi a sapere che F.V. era stato suo allievo. e poi, avevo ritrovato un vecchio programma di studio di V. F., compilato nel 1998, proprio il periodo in cui lei teneva quel corso, Il corso di “Teoria e strumentazione della voce…”»
«Sappia che il signor F. V. non seguì affatto il mio corso», mi interruppe, «alla fine dell’anno, venne soltanto a dare l’esame. Non lo avevo mai visto, né sentito prima, lo vidi per la prima volta quel giorno, il giorno dell’esame. Per questo lo ricordo. Gli chiesi cosa potesse aver mai capito di quel corso, non avendo seguito le lezioni, e lui mi disse che sperava di averci capito qualcosa. Sì, ricordo quel giorno» disse come se fosse improvvisamente assorto in impenetrabili nebbie. «Cominciai a interrogarlo, e gli chiesi all’inizio di trarre una considerazione generale dall’enorme mole di libri che era necessario studiare per quell’esame, e, cosa che mi sorprese, rispose con un assunto originale e esatto. Durante l’interrogazione che mi parve durare pochissimo, fui sempre tormentato dal dubbio che non comprendesse davvero quello di cui stavamo parlando, che era stata materia di studio. Era come se avesse un’etichetta per ogni nozione, come se avesse imparato bene la formula che doveva recitare, e quando tentavo di scavare più a fondo, per testare la sua preparazione, facendogli domande più approfondite, lui tirasse fuori un’altra etichetta. A volte sbagliava il titolo di una poesia molto nota, altre volte ricordava un dettaglio minuscolo ma essenziale, che anche a me era sfuggito (e questo ebbi modo di verificarlo più tardi, nello studio della mia casa, consultando una vecchia edizione de “Poesia Universale”)».


Il professore rimase in silenzio per diversi minuti. Ebbi l’impressione, mentre rievocava quell’episodio, che se lo fosse rigirato nella memoria molte volte. Sembrava stanco, come dopo aver combattuto una vana battaglia contro qualcosa di minuscolo, come un insetto o una malattia misteriosa.
«Arrivai alla fine di quel colloquio stremato. Era passata un’ora. Forse di più. Non potei più chiedergli niente. Decisi di mettergli ventisette e poi fui senza parole. Gli dissi di aver tenuto conto soprattutto del fatto che aveva preparato l’esame da solo. Lui sorrise col sorriso più fresco e splendente di cui era capace, immagino, o almeno così voglio sperare…»
«Mi scusi ma credo di non capire…»
«Almeno voglio sperare che quel ragazzo non potesse produrre un sorriso più… più… brillante!» Il viso del professore si contrasse orribilmente, aveva pronunciato quelle parole come se stesse sputando, e il suono che produsse sembrò quello di un uomo che [illeggibile].
Allora mi sentii offeso, e anche spaventato e pensai che il professore fosse in realtà pazzo e io avessi eccitato pericolosamente la sua pazzia.
Mi alzai dalla sedia.
«Mi dispiace», dissi, «credevo che la mia visita fosse gradita, e di poter parlare con lei di uno dei maggiori scrittori…»
«Uno dei maggiori scrittori!» esclamò il professore, e scoppiò in una risata così violenta che ebbi l’impressione che si fosse alzato di scatto dalla poltrona.
«Allora immagino che abbia letto il libro», dissi, «il suo capolavoro».
Il professore strinse le labbra, o almeno così mi parve, attese molto prima di rispondere.
«Sì».
«In parte», aggiunse poi.
«Come? Non lo ha letto interamente?»
«No», il professore sembrò cedere a qualcosa di simile all’imbarazzo, «quel libro l’ho letto e riletto», disse, «ma alcune parti non sono riuscito a leggerle… non ho potuto…»
Lo guardai attentamente, pensai che si riferisse alla sua repulsione per la letteratura di F. V., «Quali sono queste parti», stavo per chiedergli, quando d’improvviso il professore si lanciò verso la porta e chiuse a chiave, poi, in un altro slancio, raggiunse la libreria, e quel suo impeto, che non era né giovanile, né energico, mi riempì di terrore. Si allungò verso l’ultimo ripiano e ne tirò fuori un libro. Era “Le Mandrie”. Tornò verso di me e lo aprì. Iniziò a sfogliarlo. I suoi occhi, mentre guardava le pagine, erano ardenti.
«Ecco, ecco!», disse, mi mostrò le pagine, me le mise così vicino agli occhi, che dovetti allontanarmi. Sentii l’odore delle sue mani, che odoravano di disinfettante.
«Ecco», le guardai. Il professore teneva il libro con una fermezza spaventosa, assoluta.
«Cosa?» dissi. Cercai di leggere qualche frase.
«Anche per lei è così?» mi chiese. La sua voce era soffocata dall’eccitazione. «Cosa? Così come? Non capisco» dissi.
«Così! Così! Illeggibile!», il tono della sua voce si era alzato e quasi urlava. Guardai di nuovo le pagine. Adesso il libro tremava. «Cosa intende per illeggibile?»
«Non lo vede?»
«Cosa?» urlai anch’io.
Allora il professore fece un’espressione che non può essere detta con le parole.
«L’alone! L’alone! Che offusca le parole!»
Ebbi la certezza che quell’uomo fosse pazzo. Presi il libro tremando. Guardai con attenzione le pagine, cercando di assecondarlo. «Quali parole intende?»
«Tutta! Tutta la pagina! E questa e questa!» Sfogliò furiosamente il libro. Emise una risata che era come il risucchio di [illeggibile]. Lessi le due pagine che mi mostrava.
«Io, io non vedo niente di strano…»
«Mi vuole dire che lei riesce a leggere le parole di queste pagine?»
Rimanemmo in silenzio e ci guardammo dritto negli occhi. I suoi occhi erano colmi di qualcosa che mi sembrò speranza e allo stesso tempo disprezzo.
«Sì», sussurrai.
Il sorriso che fece fu orribile. Ripeté: «Quindi vuole dire che lei può leggere queste pagine?!»
Credetti che mi stesse prendendo in giro, che fosse tutto un orribile scherzo ben congegnato per spaventarmi, azzardai un breve sorriso, quando il professore urlò: «Allora me le legga!»
E allora ebbi solo paura, e lessi.
Quando ebbi finito guardai il professore. 
«Niente! Niente!» urlò, o forse è meglio dire “ululò”, «Inudibile! Incomprensibile!», lo guardai esterrefatto, «Non ho afferrato il suono di una sola parola! Di una sola sillaba!» e iniziò a ridere. E rise, rise, per un tempo che parve l’eternità.

 

 

Maria R. Tedesco