Editoriale, gennaio 2019 - Un cinema

In un cinema i primi dell’anno si proietta L’esiliato terrestre, capolavoro sconosciuto di Anatol Adamik, capolavoro dimenticato di Anatol Adamik, prova estrema di Anatol Adamik. Ma chi è, poi, questo Adamik?

Un polacco? Un italiano? Un ebreo? Un apolide? Di lui posso dire che un giorno morì di freddo. Il suo corpo congelato venne ritrovato sul balcone, seduto sulla solita seggiola, avvolto nella solita coperta, ormai indifferente al solito panorama. Tre amici sollevarono quel blocco di ghiaccio e lo portarono fuori città. L’automobile sfrecciava ebbra di follia per le strade scatenando le bestemmie di coloro che non sapevano che a bordo giaceva il cadavere assiderato di Anatol Adamik. Quando arrivarono ai margini del bosco, gli amici parcheggiarono e proseguirono a piedi. Due portavano il corpo, l’altro le vanghe. Sia fatta la sua volontà, si dicevano l’un l’altro mentre scansavano gli alberi e prestavano attenzione alle buche. Nel punto che Adamik aveva filmato ininterrottamente per dieci minuti (quella ripresa del bosco al mattino apre L’esiliato terrestre) appoggiarono il corpo a un albero e si misero a scavare. Il terreno era duro come pietra. Per non cedere alla fatica i tre cominciarono a bere.
Tre ubriachi scavano una fossa clandestina in un bosco. Così inizia L’esiliato terrestre, il film definitivo di Anatol Adamik, scritto e girato con le ultime forze e distribuito solo dopo la sua morte – la sua scomparsa, come scrivono ancora i critici, la sua scomparsa nel nulla. È ovvio che questi famigerati critici, per la precisione due, gli unici due che si siano mai occupati di Adamik, gli unici che abbiano avuto l’idea suicida di entrare in questo piccolo cinema di cui il sottoscritto, modestamente, è proprietario, bigliettaio, proiezionista, inserviente, siano assimilabili alla categoria dei critici a tempo perso, individui che nella vita fanno tutt’altro e che due volte al mese, rigorosamente di mercoledì, vanno a godersi un paio d’ore di solitudine al buio di una sala, per poi riversare le loro impressioni su blog desolati che aggiornano con perizia e devozione. Naturalmente, quando sono venuti da me e mi hanno chiesto un ingresso per L’esiliato terrestre li ho riconosciuti subito, e il giorno successivo mi sono precipitato a leggere le loro recensioni che, come immaginavo, erano ottime e non dicevano niente, se non che Anatol Adamik era un mistero e che l’unico cinema in cui era possibile vedere il suo ultimo film era un luogo indegno e puzzava di escrementi di topo.
Quando decretarono che la fossa era abbastanza profonda, i tre amici di Adamik vi deposero il corpo che al sole mattutino aveva iniziato a scongelarsi. Scricchiolava come un cubetto di ghiaccio immerso nello spirito di ciliegia. Poi lo ricoprirono di terra e rimasero un po’ ad ammirare il tumulo bruno. Dissero, Anatol adesso è lì dentro; dissero, Anatol poteva diventare grande come Bergman, e altre frasi spaventose come queste. Esaurite le esequie tornarono alla macchina. Me li figuro arrancare simili a lupi affamati lungo il sentiero, nel bosco brumoso, magri e sporchi di terreno fino alla punta dei capelli. Gli amici di Anatol Adamik, i suoi unici amici, che nell’abitacolo sulla strada del ritorno ascoltarono per intero un disco di Marco De Annuntiis, il conte di Ostia, il cantautore che Adamik ammirava senza riserve, tanto da chiedergli di interpretare un piccolo ruolo nell’Esiliato terrestre: la parte del tassista che accompagna il protagonista all’aeroporto di Fiumicino il giorno della sua partenza per il Brasile.
La parentesi brasiliana nel film non viene mostrata. È come un buco, una lacuna nel cuore della storia.
Alcuni mesi dopo la morte di Adamik i suoi amici vengono da me con una copia dell’Esiliato. Mi danno la notizia. Nessuno sa della morte di Anatol, mi dicono. E nessuno dovrà mai saperlo. Poi mi chiedono se voglio proiettare il film in esclusiva, dato che il mio piccolo cinema era sempre stato il preferito di Anatol. Spiegano che penseranno a tutto: alle locandine e a un minimo di pubblicità. Accetto senza pensarci. La prima proiezione è solo per me, la notte di Capodanno. Mi chiudo dentro, mentre tutta la città intorno come ogni anno festeggia, esorcizza, fotte ed esplode. E come ogni anno a me tocca vivere questa notte sotto assedio; in quanto essere umano solo e astemio non posso che godere di questa notte di lucidità. Mi sono abituato da giovane a considerarla un dono. Mentre mi accomodo in sala con il mio tetrapak di succo d’ananas e gli scarni titoli di testa iniziano a scorrere, realizzo che sono forse il quarto uomo sulla terra ad aprire il testamento di Anatol Adamik. Sin dalle prime sequenze è chiaro che Adamik ha superato se stesso, ha eretto tra sé e il resto dei registi della sua generazione, tra sé e il mondo, un muro elettrificato, una barriera che solo alcuni incoscienti potrebbero tentare di scavalcare, finendo per crepare come insetti in una sera d’estate. È stupefacente. Non posso dire altro.
Per quasi tutta la settimana le proiezioni vanno deserte. Domani la locandina dell’Esiliato verrà sostituita da quella di un film inglese che dicono non sia male. Non lo so, non l’ho visto. A dire il vero inizio a pensare che dovrei vendere il cinema e andarmene in pensione. Forse è ora. L’ora arriva per tutti. Mi sono appuntato i nomi degli scrittori i cui libri, impilati con cura su un comodino, vengono mostrati uno a uno da Adamik in un’unica, indimenticabile ripresa fissa, mentre in sottofondo si sentono i gemiti del protagonista e della sua bellissima cugina che scopano: Evgenij Rejn, Eugène Savitzkaya, Helga Novak, Danni Antonello, Boris Ryžij, Petr Hruška, Victor Cavallo, Francis Carco, Antonio Veneziani, Jean Genet. Ho portato la lista in una libreria dove mi hanno guardato come se fossi pazzo, mi hanno detto: alcuni di questi autori neanche esistono. In un’altra sono stati più gentili, forse solo accondiscendenti. Lo capisco, le rogne non piacciono a nessuno, soprattutto i primi dell’anno. A ogni modo, tempo due settimane e avrò i libri di cui ho bisogno per passare l’inverno. Non sono mai stato un lettore, dei libri non ho mai inteso il fascino, li ho sempre considerati materia morta. Adesso, in onore di Adamik, voglio riprovare. Mi prenderò del tempo. Terrò il cinema aperto quel tanto che basta per vederlo sgretolarsi, marcire, raggiungere lo stadio ultimo della vecchiaia, quello in cui si ritorna bambini. Intanto ho passato una serata nell’ultima casa di Anatol, in compagnia dei suoi tre amici, i tre becchini. Hanno sempre quelle facce smunte, da minatori, e parlano poco. Quando ho chiesto loro cosa facessero nella vita, hanno risposto, quasi in coro, abbiamo famiglia, lavoriamo. Non mi sembra il caso di raccontare cosa è successo nella mia testa quando uno di loro mi ha portato sul balcone e mi ha detto: quando lo abbiamo trovato era seduto lì. Ho chiesto permesso. L’amico di Adamik mi ha fatto un cenno che voleva dire fai come vuoi. Mi sono accomodato, la seggiola ha cigolato, e ho guardato con gli occhi di Anatol Adamik la prospettiva delle palazzine che si susseguivano, illuminate a brandelli, verso quella menzogna che è il buio di questa città che abitiamo, di questo scherzo che è il buio nel cuore dell’Europa, il più grande cinema del mondo. Ho passato così un tempo incalcolabile.
Gli amici di Adamik mi hanno offerto del vino, che ho rifiutato. Poi mi hanno offerto dell’erba. Ho fumato per la prima volta in vita mia. Quando ci siamo salutati – ora che ci penso sono stato io ad andarmene, mentre loro sono rimasti seduti nel soggiorno come se avessero intenzione di trascorrere la notte lì – mi hanno detto di stare attento, perché, a loro parere, avevo una brutta cera.
All’ultima proiezione dell’Esiliato terrestre ha assistito soltanto una donna. Ho fatto in tempo a riconoscerla mentre lasciava il cinema. Era l’attrice che nel film interpreta la cugina del protagonista. Solo adesso mi accorgo di non aver chiarito che l’attore che ricopre il ruolo di quest’ultimo è Adamik stesso.
L’anno nuovo è iniziato e io sono ancora qui che passo l’aspirapolvere in platea prima dell’apertura. Tutto ciò che posso ancora dire su di me e su Anatol Adamik è che questo grande silenzio ci tiene al riparo. Vi sarà capitato di entrare nel mio cinema, ma sono certo che non ricordate la mia faccia, così come forse non potete neanche dire con esattezza cosa abbiate visto sullo schermo. Forse immagini confuse, che per effetto di un montaggio secolare raccontano una lunga, unica storia di crudeltà. Mi piace frugare negli archivi e proporre ai miei clienti opere sempre nuove. In quanto all’Esiliato terrestre, non lo proietterò mai più. Ma non è detto che altrove, in un altro quartiere, in un’altra città… Dalla libreria hanno telefonato. I libri adesso sono impilati sul mio comodino. Li leggo e non ne faccio parola con nessuno. Non ho più rivisto i tre becchini. Questo odore di disinfettante, lo respiro a polmoni spalancati, è l’odore delle mie ascelle, della mia regale solitudine. A volte sogno l’attrice di Adamik. Sogno di pedinarla nelle strade intorno a piazza Vittorio, poi di perderla di vista, forse inghiottita dal relitto del vecchio MAS, e dopo un po’ di ritrovarmela seduta nella platea del mio cinema. Si volta e mi guarda con aria di sfida o con terrore. Dipende dalle notti. Gli altoparlanti emettono la desolante oscillante canzone di Adamik.
Ma chi era poi questo Anatol Adamik? Uno che ha girato il suo film migliore perché nessuno lo vedesse. Uno che ha rifiutato l’arte e ha scelto il gelo. Uno che ha ripugnato apertamente e amato in segreto.