Il grido - due estratti

Giovedì 5 aprile, alla libreria Assaggi di Roma, TerraNullius legge alcune pagine del nuovo libro di Luciano Funetta, Il grido, pubblicato da Chiarelettere nella collana Altrove diretta da Michele Vaccari. Qui i dettagli della serata.

 

Al Kraken tutti se ne stavano a gocciolare in silenzio. Quando Lena entrò, dopo aver attraversato a piedi il temporale, Stepan la salutò con un cenno del capo, poi tornò alla sua birra. Anche gli altri pensavano agli affari loro. Tito e Monatti non c’erano. Duilio dava una mano a Love Love ad asciugare le stoviglie. Dall’impianto audio, casse prodotte dall’altra parte del mondo cinquant’anni prima, usciva una musichetta slava. Lena ordinò birra e minestra.
Le anime lì dentro, al margine del diluvio, mugugnavano e sospiravano. La pioggia aveva messo tutti di malumore.
Non c’era aria di discorsi. Stepan, Toni e gli altri sembravano impegnati a smaltire le scorie del lavoro passato, del lavoro a venire. Lena andò a sedersi accanto a Babukar, senza togliersi l’impermeabile, mangiò in silenzio. Per un po’ attese che Stepan uscisse a fumare per seguirlo in cortile, ma lui non si alzò. Non poteva stargli dietro tutta la notte. Decise di andarsene. Finì la sua birra, lasciò i soldi sul bancone. Mentre aspettava che Love Love contasse il suo resto, si mise a sbirciare i fogli di carta affissi alla porta del Kraken. La pubblicità di una sala massaggi, quella di un’agenzia di sicurezza, l’informativa obbligatoria per tutti i bar circa i rischi mortali dell’alcolismo, una locandina del luna park che raffigurava una doppia torre d’acciaio, in cima alla quale piccoli esseri legati a due file di seggiolini rossi erano ritratti nell’atto di precipitare. Alcuni ridevano, altri urlavano. La locandina diceva: «Le Torri dei Suicidi. Nuova attrazione. 150 metri. Provate il brivido. Provate il vuoto libero». Love Love le diede il resto, le sorrise.
«Buonanotte a tutti» disse Lena e se ne andò. Doveva raggiungere il centro multiservizi che ospitava, tra le altre, la sede della Lu.Pu.Dis. Si immise nella rada popolazione della sera. Tutti camminavano a testa bassa, si guardavano le scarpe. Sembrava che valutassero con attenzione la necessità di comprarne di nuove. Incrociò gruppetti di manovali già ubriachi, donne che si trascinavano dietro i carrelli della spesa, vecchi solitari, fattorini che correvano schivando i passanti, individui che invece muovevano lunghe falcate in avanti e allo stesso tempo gettavano le spalle all’indietro, come se una forza misteriosa li spingesse a vagare contro la loro volontà.
A un angolo venne circondata da uno sciame di bambini e bambine. Ma non sembravano bambini. La pelle lucida delle loro facce, le occhiaie profonde e verdi come muschio li facevano somigliare a muffe o a una tetra specie di funghi. Erano brandelli di colla secca e fughe di gas. Le impedivano di proseguire e la fissavano.
«Dacci qualcosa» disse uno di loro.
«Vuoi soldi?» chiese Lena.
«Medicine ne hai?» chiese il bambino.
«No» disse Lena e gli allungò qualche moneta.
Il piccoletto guardò i soldi e si fece da parte. Gli altri lo imitarono.
Era libera di andare.
Mentre si allontanava, sentì i loro passetti che correvano nella direzione opposta e svanivano. Non l’avrebbe sorpresa vederseli ricomparire davanti un minuto dopo, a chiederle soldi e medicine come se non l’avessero mai vista. Il fatto era che quei bambini davvero non avevano memoria. Vivevano di quella elemosina o degli adulti che li pagavano per farsi masturbare in qualche vicolo. Per loro una faccia era uguale a un’altra.
Infatti riapparvero. Due isolati più avanti.
«Dacci qualcosa.» Lena si frugò nelle tasche.
«Non ho più niente» disse.
«Qualcosa» dissero i bambini, stavolta in coro.
Tirò fuori il biglietto della lotteria. «È vincente. Me lo ha detto una maga.»
Una bambina dai capelli color cenere, vestita come un maschio, allungò le dita e afferrò il biglietto, lo piegò in due e lo consegnò al bambino più alto. Un attimo dopo erano di nuovo scomparsi nel nulla. Lena si affacciò sul vicolo che si apriva a destra della strada principale. In fondo c’era solo buio. Dovevano essersi nascosti lì. Nessuno meglio di quei bambini conosceva i collegamenti tra le strade della città.
Si rimise in marcia. Accanto a un cassonetto, a un paio di isolati dalla Lu.Pu.Dis., giaceva abbandonato un grosso sacco nero della spazzatura. Dentro il sacco qualcosa si muoveva. Lena tirò fuori le sigarette e se ne accese una. Rimase a guardare il sacco per tutto il tempo. Quando i movimenti sotto la plastica si calmarono e il sacco rimase immobile, Lena buttò via il mozzicone, si avvicinò, lo tastò con la suola della scarpa. Diede un paio di deboli calci con la punta. Qualunque cosa fosse stato infilato lì dentro, aveva finito di soffrire. Si allontanò in fretta. Quando arrivò davanti all’edificio della multiservizi fumò ancora, fino a che non si convinse che nel sacco, in realtà, non c’era niente di niente.

 

***

 

La seconda volta all’Orto era stata un mese dopo la prima. Come sempre Lena era uscita di soppiatto. Non era sicura che le altre stessero dormendo e che non l’avessero vista scivolare via dalla camerata come una ladra, ma nessuna aveva fiatato e questo era l’importante. Quel pomeriggio Ivan le aveva dato più del solito per farsi fotografare. Al primo Open 25 aveva comprato due lattine di birra Bruges alla ciliegia e per qualche ora aveva bighellonato a caso, fumando una sigaretta dietro l’altra e pensando al futuro, ovvero non pensando a niente in particolare. Passato il Canale, aveva deviato con decisione verso l’unica strada che conosceva per raggiungere l’Orto. Aveva costeggiato il muro per qualche metro, alla ricerca di un punto in cui l’arrampicata fosse più semplice. Sentiva di nuovo il profumo e il suono distante dell’audio registrato, solo che stavolta non era il verso di un uccello, ma il canto di centinaia di grilli.
«È una Bruges quella?» aveva detto una voce dietro di lei. Lena si era voltata e si era trovata davanti a un tipo piccolo, con la pelle lucida come la corazza di un insetto. Doveva avere la sua stessa età, ma sembrava invecchiato di colpo a causa di qualche guaio genetico.
«Vuoi entrare? Se mi dai un po’ di birra ti faccio vedere da dove passiamo tutti.»
«Tutti?» aveva chiesto Lena porgendo la lattina all’insetto.
«Sì. Stasera saremo al completo. Andiamo su Urano o su Proxima b, chi lo sa? Simone ci ha promesso oblio di qualità superiore.»
Lo aveva guardato scolarsi mezza lattina in un sorso solo.
«Andiamo» aveva detto il ragazzo e si era messo a camminare davanti a lei. Zampettava lungo il muro. Ogni volta che attraversavano una zona d’ombra il suo corpo emetteva una debole luminescenza.
«Perché brilli?» aveva chiesto Lena. «E che ne so?» aveva risposto lui. Un secondo dopo era scomparso.
In una rientranza del muro si apriva un passaggio, tanto stretto e tanto in ombra da essere quasi invisibile. Lena vi aveva guardato attraverso e in fondo al buio aveva scorto il bagliore dell’insetto. Era scivolata dentro camminando di traverso e non appena dall’altra parte aveva sentito l’erba sotto i piedi.
L’insetto aveva ripreso la marcia.
«Come ti chiami?»
«Simone mi chiama Lucillo» aveva detto lui.
Anche grazie al favore del corpo del suo nuovo amico che brillava, Lena si era guardata intorno con più attenzione. Quelli che un mese prima le erano apparsi come sogni di costruzioni si erano rivelati vestigia di edifici in disfacimento. Sembravano essere stati costruiti centinaia di anni prima, o per lo meno imitando uno stile antico. Nei fumetti di John Morghen si vedevano spesso quelle cupole, quelle colonne, quei fregi di pietra che raffiguravano piante e animali aggrappati ai cornicioni.
«Qui dentro ci bruciavano le donne, cinquecento anni fa» aveva detto Lucillo senza guardarla.
«Davvero?» aveva chiesto Lena.
«Non lo so.»
«Chi te lo ha detto?»
«Simone.»
«E lei come fa a saperlo?» aveva domandato Lena.
«Sa un sacco di cose. Certe gliele dice Mendel. Altre cose le vede con i suoi occhi.»
Si erano lasciati le vestigia di quelle costruzioni alle spalle e nel giro di cinque minuti si erano ritrovati nella radura, ai piedi del ficus.
Lucillo si era infilato due dita in bocca e aveva fischiato. Gli alberi intorno avevano emesso un fruscio che sembrava un sospiro e avevano sputato fuori un piccolo manipolo di figure. Lena aveva riconosciuto Simone. Le altre che le stavano intorno erano facce nuove. Sono morti, si era detta osservandoli. Sembravano tutti pezzi d’osso, fiammelle. C’erano altre due ragazze, identiche, forse gemelle, e quattro ragazzi. Una cosa era sicura: Simone era il loro capo o, con una parola che a Lena era venuta in mente senza ragione, il loro defibrillatore.
«Come sta Mendel?» aveva chiesto Lucillo.
«Sta mettendo i fiori. Soffre molto» aveva risposto Simone.
«Chi è questo Mendel?» aveva detto Lena.
Simone aveva tirato fuori un pacchetto di sigarette dalla borsetta che portava a tracolla e se ne era accesa una.
«Il mio amore.»
Lena aveva scrutato i volti degli altri. Erano saggi. Erano schizofrenici. Bozzetti sul quaderno di un fumettista del limite, un vecchio fumettista terminale che ormai disegnava solo figurine senza muscoli, riesumate dai ricordi. C’era qualcosa in loro, nel loro aspetto, qualcosa di strano e inafferrabile che li faceva assomigliare a lei.