Rimini, ancora - Intervista a Marco Pasquini
luned́ 12 novembre 2007

Rimini,ancora

Marco Pasquini è uno degli autori presenti ne Il primo bacio fa schifo. Adesso è uscito il suo primo romanzo, Rimini, ancora (m.edizioni), così abbiamo pensato bene di intervistarlo.

Da cosa nasce Rimini, ancora? 

L'embrione del romanzo è una vicenda che riguardava in quel periodo una mia amica. Poi, come a volte succede, la storia si è evoluta ed ha preso vita. È diventata l'analisi di una generazione ed è diventata l'omaggio che è. Un po' è anche quello che ho vissuto in quel periodo. Quando ho scritto questo romanzo avevo 10 anni in più dei protagonisti e 10 anni in meno di quelli che ho oggi. Mi sono trovato a vivere alternativamente il mio ruolo professionale di ingegnere e quello di ex studente universitario, passando per luoghi, conoscendo persone diametralmente opposti.  

Chi sono Martino e Anna i due protagonisti del romanzo? 

Sono due icone, gli emblemi di una generazione. Ho visto di recente il promo di un film adolescenzialista che riprende, con taglio molto più commerciale, questo tema. Il post anni 80 è caratterizzato da molta continuità generazionale. Potrei dire che Ovosodo di Virzì raccontava bene questo concetto. I figli non rompono con la tradizione dei genitori (se l'hanno fatto in passato) ma ne seguono le orme. Non solo. Anna e Martino rappresentano anche le contraddizioni che vivono le generazioni post anni 80. Non hanno una direzione precisa da percorrere, sono tutto e il contrario di tutto.  

La presenza di Tondelli, già dal titolo e dalla dedica,è chiara e preponderante. Come mai? E quanto ti senti influenzato da lui? 

Scoprire Altri libertini è stato un pugno nello stomaco. Rimini ha avuto l'effetto di un secondo pugno nello stomaco, ma su chi ha allenato gli addominali per assorbirlo. Rimini ha l'effetto subdolo e affascinante degli anni 80. Dopo aver letto Rimini ho pensato che avrei voluto scrivere una cosa del genere. Dentro c'è tutto quello che mi piace, senza che si esprimano prese di posizione forti, ma allo stesso tempo senza voler rinunciare ad esprimere un parere. Mi ha insegnato come costruire un romanzo in modo nuovo rispetto ai classici. Postmoderno non è solo una parola con cui riempirsi la bocca, è veramente un modo di scrivere, costruendo le storie per immagini. Sono consapevole però che non si può andare avanti riscrivendo tutti i romanzi di Tondelli.  

Che rapporto c'è fra il mondo degli anni ottanta raccontato da Tondelli e i giorni nostri? 

Diciamo che non c'è nessuna differenza. Questo per qualcuno è un cruccio (non si esce vivi dagli anni ottanta) per qualcuno è semplicemente la normalità. Io penso che gli anni 80 siano stati un guado, oltrepassato il quale ci si è lasciati alle spalle l'età del secondo dopoguerra (con tutte le sue sovrastrutture sociali). Orea Malià l'ha definita l'epoca in cui finalmente era possibile affermare la propria personalità. Trovo questo molto presente in Tondelli. Non rinnega niente del passato, ma va oltre ed elabora il futuro in modo personale e non necessariamente in modo collettivo. Tondelli è uno dei primi nell'ambiente intellettuale di sinistra a non porre come centrale la figura dell'operaio e a non far ruotare intorno a questo tutta la società. Rispettare e rielaborare. Vedere il proprio ruolo in modo diverso nella società. Pensare all'arte, alla cultura, allo spettacolo come elemento centrale della società. D'altra parte Tondelli veniva dall'ambiente del DAMS di Bologna.  

Qual è il rapporto di un bolognese come te con la riviera? 

Il mio personale è molto meno forte di quello che il libro possa far pensare, infatti qualcuno mi ha criticato dicendo che c'è poca città in Rimini, ancora rispetto al romanzo di Tondelli. In generale ho sempre pensato alla riviera come la nostra west coast. Nell'immaginario dei miei concittadini la riviera è il posto in cui tutto è permesso. Portando in giro il libro ho scoperto che i riminesi sentono molto meno l'effetto divertimentificio rispetto a quanto lo sentiamo noi. Forse perchè loro ci vivono 12 mesi all'anno. Anche in inverno e in autunno quando di divertente non c'è proprio molto.  

Quali sono gli altri tuoi riferimenti letterari, o artistici in genere, a parte il citato scrittore reggiano? 

Tondelli lo scoprii come critico musicale su Rockstar negli anni 80. I suoi articoli mi fecero conoscere gli autori della beat generation. Kerouac, Ginsberg, Burroughs. Però è difficile considerarli veri e propri riferimenti. Mi piace come scrive Loriano Macchiavelli. Mi piacciono i noiristi come Lucarelli, De Cataldo, Camilleri. Mi piace Bret Easton Ellis. Mi piace Irwin Welsh. Mi piace la pop art. Mi piacciono i graffiti di Keith Haring.  

Dichiari nella nota biografica che nella vita fai altre cose, attività poco interessanti. Come è stato inserirsi nel mondo della narrativa e delle presentazioni? 

Nella vita lavoro come libero professionista per una società di ingegneria. Così tagliamo la testa al toro. L'idea di ingegnere non si sposa molto con quella di scrittore, anche se il filosofo De Crescenzo è in realtà ingegnere e Primo Levi era laureato in chimica. L'intenzione era quella di separare le due parti della mia vita. Quello di stare davanti ad un pubblico invece non è un problema. Sono abbastanza egocentrico per coglierne solo aspetti positivi.  

Per concludere una domanda di rito: progetti (di scrittura) per il futuro? 

Sto lavorando con un amico dell'entourage dei Modena City Ramblers ad un romanzo che in realtà è una raccolta di esperienze (sue) in venti anni di vita nel mondo della musica che l'ha portato in giro per il mondo in un sacco di posti, poi sto sistemando un mio romanzo, un noir ambientato a Bologna (tanto per cambiare) che è molto musicale.  

(Gianluca Colloca)