| Oclocrazia - R. Mandracchia |
| giovedì 20 settembre 2007 | |
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Dopo le prime quattro birre si finiva sempre per complottare. Giù al pub, io, Socmel e Scugnizzo. Incendiare vivai. Rubare le sagome di cuochi sorridenti fuori dai ristoranti. Faxare pagine nere alle aziende bastarde per intasare le linee e consumare loro tutto l’inchiostro delle stampanti. Attaccare un cartello con su scritto “FUORI SERVIZIO” ai distributori delle bevande capitaliste. Una volta – per reagire all’assenza di cultura nella Società attuale – Socmel propose, tra un rutto e l’altro, di graffitare sui muri della cittadina brevi note biografiche di scrittori e filosofi famosi. Roba tipo Leopardi, Baumgarten, Boccaccio e simili. Poi, non so perchè, non si fece più nulla. Stavolta l’obbiettivo era il faccione sorridente di quel politucolo di destra. Quel cartellone alto due metri. Illuminato come a giorno. Ci stava troppo sul cazzo. Aveva rovinato tutto e tutti, quel noto politico da strapazzo con parecchi processi sul groppone. E quel cartellone era davvero immenso. Un totem bugiardo che condizionava noi poveri indiani che ci affaccendavamo lì intorno. Bisognava abbattere tutti gli pseudorappresentanti. Quel che contava nella società era il Popolo. Solo lui e senza mediazioni di sorta. Noi, infatti, eravamo tutti per l’Oclocrazia. Socmel lo dice sempre che rappresenta il futuro del Paese, l’Oclocrazia. Io aggiungo sempre che bisognava fosse anche il presente. Scugnizzo si limita sempre a mugugnare. Nei confronti del faccione ilare bisognava proprio un’Azione Diretta. Qualcosa del tipo eliminare quel sorriso finto, quegli occhioni furbetti, quella fronte liftingata. Così, alla sesta birra, esce fuori il piano giusto. Socmel dice che la soluzione è la vernice. Io aggiungo che non è male come trovata, anche se un po’ abusata. Scugnizzo si limita a mugugnare e a versarsi la settima birra della nottata. Socmel fosse stato nel 1914 a Sarjevo avrebbe sparato all’arciduca Francesco Ferdinando. Lui è fatto così. Noi tutti siamo fatti così. Sarà per questo che siamo senza donne. O magari perché non abbiamo un Lavoro fisso. Intanto, ci si limita ad una ciclica masturbazione. E ai complotti dopo la quarta birra, giù al pub. Socmel dice che a casa abbiamo già tutto l’occorrente per l’atto iconoclastico. Io aggiungo che conviene andarci subito. Scugnizzo è già uscito per non essere costretto a pagare le birre. Il capocantiere l’ha licenziato dopo averlo scoperto a farsi una canna dietro la betoniera. Fuori fa un certo freschetto e ci stringiamo nei cappotti tutti scuciti. Gli stessi cappotti di sempre tanto da credere che ci siamo nati, con questi cappotti. Lungo la strada che ci porta a casa nostra Socmel fissa sconsolato il faccione di quel politicante sospeso a circa sei metri dalla nostra testa. Incombe, questo faccione, e sorride tricologicamente fiero. Lo fisso anch’io. L’Oclocrazia. A casa c’è puzza di verdure e scarpe sudate e, nel silenzio delle due di notte, si sente solo il ronzio del frigo comprato a Porta Portese per pochi euro. Socmel apre il frigorifero e tira fuori le due confezioni da dieci uova comprate ieri al discount. Gli dico che la frittata ci starebbe proprio bene con le birre scolate. Scugnizzo mormora “birra” o almeno credo. Socmel mi dà una botta forte dietro al collo e mi dice cretino, sono per l’Azione Diretta di stanotte. I preparativi consistono nel fare un piccolo foro sulle uova e svuotarle del puzzolente contenuto dentro al lavello pieno di pentole e piatti. Con la siringa senza ago (Scugnizzo ha scatole su scatole di siringhe rubate all’ambulatorio qui vicino) riempire le uova vuote con della vernice (cinque barattoli di vernice bianca rubata dal sottoscritto quando faceva ancora l’imbianchino) e sigillare il foro con abbastanza scotch. Scugnizzo rompe due uova, ma ne restano ancora diciotto. Tutte puzzolenti e piene di vernice bianca. Le rimettiamo dentro alle due confezioni e scendiamo per strada. Non passa nessuna macchina e il pub ha già chiuso. Prima o poi dovremmo pagare le birre che ci scoliamo o saremo costretti a cambiare locale. Sono laureato, ma mi ritrovo a lavorare in un negozio di strumenti musicali con una paga misera e la paura che gli affari vadano male e il titolare mi debba licenziare. So perché Hegel parla di morte dell’arte, ma non come arrivare alla fine del mese. Non è buffo? Scugnizzo si accende una canna e, come al solito, aspetta che siamo noi a dirgli di passarla. Dice che questa cosa della uova è divertente, somiglia a quelle cose che faceva alla scuola elementare. Socmel si infila la canna in bocca e dice che questa è una cosa seria, un piccolo passo per i precari ma un grande passo per l’instaurazione dell’Oclocrazia. Noi gli crediamo e fissiamo la luce in fondo alla strada. La luce del cartellone. Del nemico che sorride. Chiedo a Socmel cosa succede se ci beccano. Mi risponde che non sono domande da fare. Ogni tanto passa una macchina. Fa sempre più freddo e mi prende una tristezza che non so spiegarmi, come nostalgia di qualcosa che non ho mai avuto. Una volta arrivati davanti al faccione apriamo le due confezioni e,col cuore che batte fortissimo, prendiamo le uova. In meno di due minuti finiamo di lanciare tutte le uova che abbiamo preparato e il rumore che fanno nello schiantarsi è qualcosa di indimenticabile. Il faccione adesso è scomparso come se un dio caritatevole ci avesse fatto nevicare sopra. Per pudore. Siamo noi quel dio, ma non staremo mica a vantarci. Socmel dice che adesso è meglio andarsene da‘sto posto che non si sa mai. Così torniamo a casa che domani mi tocca svegliarmi presto per aprire il negozio e sperare che qualcuno compri una chitarra o chessò un clarinetto. Per Hegel l’arte è morta in quanto l’arte che lui definisce romantica, spinta ormai dall’avvento di una nuova tendenza dello spirito a ritirarsi nella soggettività, si avvia in tal modo inesorabilmente alla propria dissoluzione. |