 Mica sarebbe crepato, quel povero stronzo, se Alex non gli avesse tirato quella pedata sul cranio. E’ stato un attimo, e quella testa di cazzo ha cozzato col marciapiede. Un tonfo sordo, profondo come è profonda una notte senza luna. Quel colpo di tacco, assestato sull’osso frontale, gli ha fatto ballare l’encefalo nella scatola cranica. E’ stato un attimo, e quel povero cristo non respirava più.
“Merda” dice Alex, “questo coglione ci è rimasto secco”. E’ sempre così, Alex, deve pisciare per ultimo. Non gli è bastato averlo atterrato con una testata sul naso, no, gli ha dovuto tirare anche tre o quattro calci in pancia, così, tanto per gradire. Ma la colpa è mia, solo mia. Perché a quel punto ho preso la mira, e con chirurgica precisione gli ho smollato una pedata sul fegato. E Alex, come ho detto, deve sempre tirare fuori quel suo cazzo sghembo e pisciare per ultimo. Ecco perché lo ha colpito sul cranio. Così quel povero stronzo è andato dritto dritto al creatore. “Senti” dice Alex, “stavolta l’abbiamo fatta grossa. Grossa, cazzo. Questo non respira. Io non ci voglio finire in riformatorio, merda.” “Ma che cazzo dici?” gli ringhio. “Cazzo, non lo vedi che è un fottuto peruviano? Magari neanche ci può stare, sto povero stronzo, in Italia”. Alex trema come una foglia. Siamo sbronzi marci, e ci siamo calati un’anfe che era uno sballo. Cazzo, devo ragionare. Devo essere lucido. “Non voglio finire in riformatorio” mugola Alex. “Fai qualcosa, cazzo, aiutami!” “Hai ammazzato un povero stronzo”, gli dico. “Ma che cazz…lo so, merda, lo so. Non voglio finire in riformatorio. L’ho ammazzato, dio santo!”. Trema come una foglia, Alex, ma io no. Sono lucido, io, anche se rischio perché ho appena compiuto diciotto anni. Quel coglione di Alex è ancora minorenne, invece. “Levati il cappotto.” “Cosa?” “Levati il cappotto!”. Avvolgiamo il peruviano nel cappotto di Alex e lo chiudiamo nel bagagliaio della mia Fiat. Il cappotto è interamente ricoperto di sangue. Quel povero stronzo ha la faccia tutta insanguinata per via della testata che gli ha rotto il naso. “Che cazzo vuoi fare?” “Guido fino a Tor di Quinto, poi lo scarichiamo nel fiume”. Alex annuisce tetragono. Sa che è un’operazione pericolosa, che quasi certamente ci mandiamo bevuti, ma non ci sono alternative. In fondo sono le quattro del mattino del martedì, chi diavolo sta in giro a quest’ora? Per la strada incontriamo poche macchine, illuminati dal guizzo fiacco dei lampioni. Nessuna volante, per fortuna. Il governo ha promesso un incremento esponenziale delle forze di polizia, ma non c’è ombra di sbirri. O stanno a scopando qualche puttana, o sono rimasti a secco di benza perché il governo gli ha tagliato i fondi. Finalmente arriviamo in un punto adombrato. Spengo i fari, apro il bagagliaio e insieme ad Alex afferriamo il cadavere. “Non farlo cadere”, gli ringhio. “Sta attento”. Alex ha perso l’uso della lingua. In meno di cento passi siamo sul ponte. Intorno a noi non c’è nessuno. Nessuna telecamera. Niente. “Al tre lo buttiamo”, dico. Uno, due… “Cazzo, è vivo!” grida Alex. “E’ vivo!”. Non è un’allucinazione, il peruviano si muove veramente. Ma quando inizio una cosa la finisco, costi quel che costi. Il rumore che segue è quello di un corpo che tonfa nell’acqua.
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