 Avevo sette anni quando la paura dei piccioni si è insinuata nei miei pori, come un terrore misto a fastidio che per anni è stato difficile da qualificare. Ricordo quei giorni in cui l’afa insistente padroneggiava nella nostra casa e mia madre combatteva il caldo con lunghe vacanze al mare mentre io, ahimè, restavo in città con nonna Jutta. Già.
E quando ero in casa senza capirne il motivo mi mettevo in punta di piedi davanti alle finestre della veranda, osservavo i piccioni e puntavo minacciosa il quinto piano. Lì abitava Antonietta, la riccia signora dai capelli rossi che dispensava briciole alle colombe lasciandole sul davanzale. Questa era la sua routine quotidiana. E io li vedevo, erano lì, sembravano aumentare col trascorrere delle giornate. Così da farmi quasi immaginare di vivere a Piazza della Repubblica, e la cosa evidentemente non è che mi garbasse molto. E poi puntavo il loro defecare che arrivava come una stella cadente, ma non credo porti fortuna vedere il guano. Anzi. Quell’odore acido, acre e quel colore strano chiazzato verdognolo e bianco che puntualmente piombava dal quinto piano su qualche sfortunata mèta. Che schifo. Sì, mi facevano proprio schifo oltre che paura, anche se nonna Jutta, Clelia! Mi diceva sempre, la parola schifo non si usa. Sì, sì nonna, hai ragione, ma intanto, pensavo, mi fanno schifo lo stesso. Di lì a poco tempo, come un Gian Burrasca impertinente, mi lasciavo prendere dall’idea che non c’era niente di meglio del fare terra bruciata di piccioni. Almeno intorno al mio palazzo. Un piano da mettere in pratica al più presto.
A otto anni sono andata a fare la spesa da sola per la prima volta. La mamma in villeggiatura come al solito, e io con la nonna a Roma. Andavo alla Standa, per attraversare la strada mi facevo aiutare dal benzinaio e la nonna poteva stare più tranquilla. Anche io, francamente. Entravo con un foglietto che recitava ‘latte, pane e due etti di prosciutto crudo salato’, ma poi uscivo tutta felice con una busta in più contenente fette biscottate, tre barattoli di nutella, di quelli grossi che all’epoca costavano cinquemila lire, e qualche tubo di attak. E rientravo a casa con un senso di potenza che sembrava darmi una certa forza e un carattere di spessore. C’è da dire che sono sempre stata una bambina buona. Io. Con un forte amore per gli animali. Io. Hello Spank, il mio cane preferito. Gatto Silvestro il mio complice ideale, Dumbo l’elefante che avrei voluto sempre avere in camera. E avevo anche posto per farfalle, solo quelle piccole, colorate e gentili. E le api. Che quando un’ape ha punto mio fratello ‘Ma su, puntualizzavo, tutto questo rumore per una puntura di un animaletto così piccolo e colorato’. Ma i piccioni, no. Non contemplavo alcuna attenzione positiva per loro. Quel giorno, quello della spesa, ho aspettato che nonna andasse a riposare per mettermi all’opera. Ho spalmato fette biscottate di nutella, impiastrato di attak il davanzale, e ho vissuto l’intensità di quel momento come fosse un’idea geniale. Era chiaro per me: i piccioni non potevano resistere alla nutella, e si sarebbero però intrappolati sulla colla. Non volevo ucciderli, no che non volevo ucciderli, piuttosto incastrarli, questo sì, come a dire ringhiosa e guardinga ‘la prossima volta state lontani da qui e magari andate a bivaccare a Piazza della Repubblica’. Poi mi sono allontanata. Mi sono appostata dietro la tenda del salone, supina sul divano, braccia dietro la nuca, pronta a fingere di dormire nel caso in cui la nonna si fosse alzata anzi tempo. Ma avevo l’occhio vispo e sveglio io. Eccome. Spiavo quei piccioni in volo verso ‘i davanzali del delitto’ e pensavo, Chissà se avranno il coraggio di rinunciare alla nutella per andare dalla signora Antonietta per delle misere briciole. Che i piccioni, c’è da dire, son pure stupidi. E vedevo poi da lontano quello stormo piuttosto numeroso avvicinarsi sempre di più verso la vetrata. La mia. E scoprivo anche la Gina mettersi il grembiule per affaccendarsi in cucina, che lei quando era in cucina ci trascorreva due ore almeno. Gina era la domestica antipatica che veniva a casa. Anche nonna lo diceva. Solo mamma dispensava belle parole per lei. Ah! Diceva, Che simpatica la Gina. Già, certo, lei la faceva facile, non c’era mai, del resto. Lo credo bene che diceva così. La realtà è che la Gina tutto aveva meno che la simpatia; e mia madre, con la presenza e lo spessore e di una nube di vapore, la trattava coi guanti d’oro e la metteva su un piatto d’argento, belle parole! Lei, la Gina invece, mi guardava sempre in cagnesco. Forse perchè era bruttina, zitella, senza figli e con neanche un gatto a farle compagnia. Arida sterile e scaltra, lo diceva mia nonna che doveva essere così. Io non sapevo cosa significassero ‘arida, sterile e scaltra’, ma avevano un suono brutto per le mie orecchie queste parole, quindi doveva esserlo di certo. E mentre fingevo uno stato di semi incoscienza sul divano, pensavo che qualunque cosa potesse capitare per la faccenda colla sul davanzale, con una domestica così antipatica a girare per casa, non sarebbe stato facile dare la colpa a me. Ottimo motivo per tornare a osservare i piccioni. Qualcuno arrivava diretto sulla colla, altri invece si andavano a poggiare nei pochi spazi vuoti rimasti, ma nessuno optava per il davanzale di Antonietta, che i piccioni si muovono tutti insieme anche loro. Se uno stupido piccione va da una parte, tutti gli stupidi piccioni andranno nella medesima direzione. Già. E tutto procedeva dunque secondo i miei piani. In quest’andirivieni di colombi, otto rimanevano incastrati tra colla e fette biscottate. Il momento giusto per chiudere le tende. E così proseguiva il pomeriggio: con qualche mio rapido controllo, i piccioni intrappolati e il mio sorriso sotto i baffi che la diceva lunga. La missione era compiuta. Ma la notte, a sorpresa, venivamo svegliati da uno strano rumore. Un tubare greve e gutturale che sembrava più una sofferenza. Un tubare che aveva interrotto il mio sonno, ma anche quello della nonna. Avevo riconosciuto il movimento tirato delle molle del materasso che sembravano stridere, e poi il passo pesante di lei padroneggiare sul parquet sottostante e sofferente anche lui. In quel momento io che fingevo di dormire, Mio Dio! Sentivo gridare, Cosa diamine succede!? Clelia! Clelia! Corri. Avevo l’idea che la nonna fosse fin troppo turbata per l’evento. Forse anche lei aveva paura dei piccioni e non l’avevo mai saputo. Poi come prevedevo, Questa volta la licenzio, continuava, e senza nemmeno sentire tua madre, vai a vedere in veranda Clelia, vai a vedere. Io mi sono affrettata solo per la curiosità, e a dire il vero un po’ mi dispiaceva, che quei piccioni avevano un’aria sofferta e dolorante nello stesso tempo. Ma poi, noncurante, tornavo a dormire. La mattina dopo nonna aveva provveduto a chiamare il veterinario. E non appena il dottor De Pollini, amico della nonna, varcava la soglia di casa, lei decideva di scagliarmi contro una cantilena di rimprovero che aveva due soli risultati: farmi piangere e farmi detestare ancora di più quei piccioni. Ma certo è che lei doveva giustificare al suo amico quel quadretto sgradevole che riempiva il nostro davanzale, e forse incolpare la Gina non le sembrava una buona idea. Ma quando il dottore finiva la sua missione di veterinario portandosi via otto piccioni con sedici zampette doloranti, arrivava la Gina. Signorina Gina , pulisca subito il davanzale poi lei è licenziata, diceva con una certa fermezza nonna, Sa che c’è? Le confesso che la faccenda piccioni non mi va proprio giù. Così scoprivo che nonna sapeva essere ‘una tipaccia’ a buon bisogno, di quelle che accusano le persone senza sapere il perché e all’occorrenza sfruttano anche il proprio ‘potere’. Ero certa che nonna sapesse che la birichinata fosse di mia mano. Cosa mai poteva averci la Gina contro quei piccioni? Ma io ero contenta. Del resto avevo infastidito qualche piccione, e mi davo anche il merito di aver fatto cacciare l’antipatica domestica. Come aver preso due piccioni con una fava per me.
Oggi vivo in un'altra casa. La nonna che amavo tanto non distingue più un piccione da un canarino o da una rondine. E a Roma ormai è così: appartamento che vai piccioni che trovi. E l’altro giorno ero sull’Aurelia, direzione la Feniglia. La mia mano destra era poggiata sul finestrino abbassato del tutto quando l’indice veniva d’improvviso colpito dal guano di un piccione. Lanciavo un urlo che Dio solo lo sa. La paura si è riaffacciata. Allora correvo da un benzinaio, la mèta più vicina che avevo, e rimanevo dieci minuti a disinfettare quel dito. Trattenevo l’idea che l’avrei guardato sempre come una parte di me poco sana, e con un certo ribrezzo. Ma nel pomeriggio tornavo a casa con un nuovo progetto punitivo. Scoprivo che esistono i puntali anti piccione, Dio! Che goduria! Scrivevo un messaggio a Dany ‘Scusa, non verrò prima delle nove, ho un conto in sospeso coi piccioni’. E sorridevo. E mia madre che ascoltava il mio momento di delirio rideva anche lei, quasi a crepapelle e lei che con me è sempre stata di poche parole esordiva gioiosa con un racconto mai fatto prima: Avevo un anno e mezzo quando Gina è venuta a lavorare in casa. Avevo un anno e mezzo quando nonna (una delle mie vere) viveva con noi e la mamma era sempre in viaggio. Avevo un anno e mezzo anche quella sera che Gina per il caldo aveva deciso di lasciare aperta la finestra della camera dove io e la nonna dormivamo. La stessa sera che un piccione aveva deciso di entrare, svolazzare minaccioso nelle nostre quattro mura, poggiarsi nel mio lettino, farmi strillare a squarciagola per un tempo indefinito, poi svegliare anche mia nonna e chissà, probabilmente, provocarle le mie stesse reazioni. L’avevano fatto uscire solo dopo qualche ora. Questa allora, penso, sia la reale faccenda che la nonna aveva in mente quando ha licenziato Gina.
Ecco perché la nonna aveva paura dei piccioni. Anche lei. Ecco perché io temo le colombe. Ora se non altro è tutto più chiaro. Ed è inutile che la mamma provi a farmi passare questa paura e stia qui a raccontarmi cose su cose dei piccioni. Che sono grandi dai trenta ai trentaquattro centimetri. Che in città covano nei palazzi, e poi di come lo fanno: la femmina depone due uova dal guscio bianco che schiudono dopo sedici-diciannove giorni di incubazione da parte di entrambi i genitori. Poi la mamma mi dice pure che si nutrono di granaglie, di specie coltivate e spontanee e che integrano la dieta con bacche, e piccoli invertebrati (e la mia nutella, mamma, aggiungo). E poi mi accenna al loro tubare, e alla loro abitudine ormai ultradecennale di vivere tra gli uomini. Ma mamma, so tutto sui piccioni, penso, li ho studiati per capire la mia paura. In letteratura simboleggiano la morte… e non è stata una morte, in fondo, il licenziamento di Gina? Ed è inutile che sempre mia madre, nel tentativo di avvicinarmi a questi animali, mi venga a dire, Pensa Clelia, pensa, i piccioni sono pure monogami, capisci? Sono monogami, mo-no-ga-mi, non è meraviglioso? Divino? Come se mi potessi fidanzare con un piccione.
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