Ciao a tutti, “Oh, bene. Amiko. E io allora sono Riccardo.”
Il resto della serata fu piacevole. La sfilata ottenne grande successo. Dopo fui costretto a sorbirmi i discorsi noiosi e insulsi di assessori, politici, ambasciatori, e in realtà non feci altro che pensare alla bellissima Amiko. Mi era già entrata dentro, anche se non ne ero del tutto consapevole, simile a una febbre. Un virus erogeno che mi faceva girare la testa. Comunque, quella sera non facemmo l’amore. Non che non lo volessi. Di solito non avevo problemi, da quel punto di vista. Sono affascinante e carismatico. Dal mio letto sono passate top model, attrici, studentesse e mogli di amici. Mai una cinese, però. Probabilmente era anche questo ad intrigarmi.
E mi avevano avvisato di non frequentarla. E non ho dato retta all’avvertimento. E che importava se era straniera, proveniente da un’altra cultura, con diverse abitudini eccetera eccetera? Mica pensavo a questi luoghi comuni. Mi concentravo sul sorriso, il corpo da favola e lo sguardo seducente. È pur vero che ho sempre avuto un debole per gli occhi a mandorla. Mi ricordo la pubblicità di un analcolico. C’era una cinese che alzava il bicchiere sorridendo e diceva cose incomprensibili che mi parevano il massimo del sexy. E anche Amiko mi sembrò il massimo del sexy la prima volta che la incontrai, durante la sfilata di moda organizzata dall’Associazione Italia/Cina a Milano. Lei non faceva la modella; ma se lo sarebbe potuto permettere. Alta, dall’incedere maestoso, il viso ben truccato dai lineamenti raffinati, mi porse la mano dicendo, in perfetto italiano: “Mi chiamo Amiko Teranaka. Faccio parte dell’organizzazione. Sono lieta di conoscerla, signor Veneziani. Ho sempre ammirato le sue collezioni.” Era una frase di circostanza. La mia attività di stilista andava alla grande ed ero abituato ai complimenti. Eppure percepii autenticità nel suo tono di voce. “Grazie, signorina Teranaka” le dissi, baciandole la mano. “Amiko.” Alla fine della serata, parlammo a lungo e le promisi che ci saremmo rivisti. Di fatto, dovevo andare in Cina. Di lì a un mese sarebbe stata inaugurata a Pechino la prima boutique cinese con il marchio Veneziani. Lei, guarda caso, viveva a Pechino e quindi… nel corso delle settimane successive, pensai in continuazione ad Amiko. Cercai invano di distrarmi con lavoro e sesso occasionale. Inutilmente. Non ho detto che era una febbre? Un morbo che non mi concedeva tregua? Proprio prima di partire, ne parlai con un collega che preferisco lasciare nell’anonimato. Anche lui aveva avuto esperienze in ambito cinese, sia d’affari sia sessuali (però con ragazzi; io sono una mosca bianca; credo di essere uno dei pochi stilisti eterosessuali del pianeta), e conosceva Amiko. “Una bella ragazza” mi disse, durante una cena di beneficenza, con un presentatore televisivo che, su un palco, biascicava fesserie. “Ma piuttosto pericolosa. Io starei attento, fossi in te.” “Pericolosa? E che vuoi dire?” “Cosa sai dirmi dell’ira?” “L’ira? Be’… è uno dei peccati capitali, no?” “Ovvio. Ti assicuro che Amiko lo conosce bene.” “In che senso?” “Guarda, è un angelo finché non la contraddici. Ma se qualcosa va storto, apriti cielo. Ricordati che è straniera, Riccardo. Può andare bene per una sveltina. Ma viverci insieme… è un’altra cosa.” Quelle parole non mi piacquero e, lievemente irritato, dissi: “Innanzitutto, l’ira è universale. Non è attribuibile alle cinesi e basta. E poi mica intendo vivere con lei e…” “Sarà. I tuoi occhi mi dicono il contrario.” “Ma io…” “Riccardo, ho incontrato Amiko a una sfilata. Era l’organizzatrice. Più che altro rispondeva ai suoi capi. Volevano che l’immagine della Cina fosse perfetta, capisci? Specie agli occhi di un occidentale come me. E una modella non si comportò bene. Meglio non entrare nei dettagli. Comunque, Amiko si infuriò. Ti garantisco che non è stato uno spettacolo piacevole. Dire che mi spaventai non rende l’idea.” Stavo per replicare quando il presentatore fece il mio nome. Mi alzai dal tavolo e tutti applaudirono. Rassegnato, mi costrinsi a salire sul palco e a fare un discorso di circostanza. Me ne andai a Pechino pochi giorni dopo. All’inizio mi occupai della boutique; del resto, il lavoro era importante e non lo prendevo alla leggera. Poi una sera, in albergo, ricevetti una telefonata da Amiko. “Come stai?” mi chiese. “Bene. E tu?” “Oh, non mi posso lamentare. Senti, mi trovo alla reception. Che ne dici se ceniamo insieme?” “Mi pare un’ottima idea. Ti raggiungo subito.” Se a Milano l’avevo considerata bellissima, adesso non sapevo più come definirla. Era irresistibile. Mi portò in un ristorante, gustai cibo cinese senza nemmeno sentirne il sapore, distratto dal fascino di quella donna. Il suo viso, già perfetto, era valorizzato dai giochi d’ombra creati dalla luce delle candele. Parlammo a lungo ma non ricordo niente di quei discorsi. Ero vittima di un incantesimo. E stavolta facemmo l’amore. Non in albergo. A casa sua. Rimasi a Pechino una decina di giorni. La mattina mi occupavo delle questioni lavorative; la sera mi concentravo su Amiko. Due giorni prima di partire, mi accorsi che il mio collega aveva ragione. Volevo vivere con lei. Ne parlammo, nelle prime ore di un pomeriggio piovoso. Io ero seduto su una comoda sedia di bambù. Lei mi voltava le spalle e guardava fuori della finestra. Osservava un punto imprecisato nello spazio, forse illudendosi di distinguere la sagoma di uno spettro invisibile. “Come ci dobbiamo comportare?” le chiesi. “Io ho i miei impegni” disse. “Lo stesso vale per me.” “Però è inutile negarlo. Non è solo questione di sesso.” “Lo so.” “Vengo spesso a Milano. Trasferirmi non sarebbe una tragedia. Ma non intendo rinunciare neanche al lavoro.” “E se facessimo una prova?” Si voltò, incuriosita. Non alzarsi e baciarla per me fu un’impresa pazzesca. Riuscii a resistere e dissi: “Questa è l’epoca degli aerei. Nessuno ti impedisce di venire a Pechino quando vuoi. Possiamo anche vederci solo nei weekend. A volte verrò io da te. Altre volte tu farai altrettanto. Tentiamo. Vediamo se funziona.” Ci provammo. A Milano possedevo un appartamento piuttosto grande. Lei vi si trasferì. E nelle prime settimane le cose andarono bene, anche se la situazione non era agevole. E capitava che dovesse assentarsi per una settimana intera, a volte più di una, e non era affatto gradevole. Ma, nel complesso, fummo in grado di procedere. Però, di tanto in tanto, un pensiero mi disturbava. Quello dell’ira. L’avvertimento del mio collega mi tornava in mente, trasformando un idillio in un potenziale incubo. La prima discussione si verificò al telefono. Lei era a Pechino ma mi aveva detto che ci sarebbe stata solo cinque giorni. “C’è un contrattempo” mi disse. “Tornerò tra due settimane.” “Ma non puoi.” “Come sarebbe che non posso?” “Mi avevi promesso che…” “Ehi, non incominciare a comportarti in modo infantile! Guarda che non mi diverto! Io lavoro! Non perdo tempo con le fotomodelle, io!!!” “E che vorresti dire?” “Uffa, insomma, non trasformare tutto in un problema insormontabile! La mia pazienza ha un limite!” “Amiko!” “Ci vediamo tra due settimane e basta! Se non ti va bene arrangiati!!!” Troncò bruscamente la conversazione, lasciandomi allibito. Non aveva mai avuto un simile scatto fino a quel momento. Ovviamente ne fui scombussolato. Ma i quindici giorni passarono, tornò a Milano e tutto sembrò come prima. Però le discussioni si fecero frequenti. Forse non eravamo più eccitati dalla novità. Forse il nostro rapporto era diventato di routine. Forse… forse le cose erano destinate a peggiorare, indipendentemente dalle cause. Posso solo dire che il casino si verificò per un vestito. Le avevo comprato un abito da sera celeste, scollato, che le donava. Le era piaciuto molto e se lo sarebbe dovuto mettere per una cena al Palazzo della Moda. Dopo che l’ebbe indossato, si avvicinò per chiedermi un parere. Avevo un bicchiere di brandy, inciampai, non so nemmeno come, e… e il resto lo si può intuire. Non potete immaginare le reazioni di Amiko, però. Il mio collega aveva parlato di ira. Ma non era semplice ira. Forse furore, nel senso che attribuivano gli antichi al termine, un misto di follia distruttiva e di furia omicida, sarebbe la definizione più appropriata. Iniziò ad urlare come una indemoniata, facendo a pezzi oggetti di cristallo, soprammobili e tutto ciò che le capitava in mano. Gli occhi, ancora splendidi, si erano trasformati in gioielli organici di follia; e mi ricordai del titolo di un film con Bruce Lee, ‘Dalla Cina Con Furore’. So che è ridicolo, ma nei momenti di tensione e sconcerto il cervello ti gioca brutti scherzi. Amiko era posseduta dallo spirito di quel peccato capitale. Fu allora che capii che non avrei mai potuto veramente vivere con lei; che era una mina vagante; che questi sfoghi si sarebbero ripetuti nel corso del tempo, stimolati da un’inezia. Mi colpì con un posacenere di cristallo, causandomi una ferita profonda sulla guancia. Poi emise un nuovo, più lancinante urlo, con la bava alla bocca. Alla fine si accasciò sul pavimento, scoppiando a piangere. Pianse per il vestito. Pianse per qualcosa che non sarei mai stato in grado di comprendere. A modo mio, mentalmente, con il dolore pulsante che mi torturava il viso, piansi anch’io. Per la fine di un amore. Un amore furente proveniente dalla Cina.
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