 Non per dire, ma la vita delle volte è proprio strana. Esistono persone che mai, dico mai, farebbero male ad una mosca. Quieti esseri bonari. Angeli del paradiso che sbatacchiano le loro piumose e candide ali su e giù, giù e su, flop, flop. “Come stai, Carlo? Tutto bene, Carlo?”. Personcine deliziose, ecco. Ma mettetele in un gruppo e diventano dei balordi. Roba da non crederci. Una di queste è Marco. Non ho mai capito cosa ci facesse uno come Marco alla facoltà di Filosofia. Me la immagino la sua spiegazione. “Volevo capirci qualcosa della vita, amico mio. Cazzo, c’è poco da aggiungere. Questo è quanto”. Mi direbbe proprio così. D’altronde non c’è ragione di pensare che un ragazzo nato a Fidene, diplomato al tecnico con 60, non voglia studiare filosofia. E’ un ragionamento da snob. E Carlo Starace è tutto tranne che uno snob. La prima volta che ho conosciuto Marco è stato ad un corso di estetica. Voleva fare le fotocopie de La nascita della tragedia di Nietzsche.
“Senti, non è per essere scortese” mugolo con la voce che è tutta un sibilo. “Il fatto è che non ti conosco. Chi me lo dice che poi non sparisci con il mio libro?”. E’ la mia principale caratteristica, la fiducia verso il genere umano. Lui sussulta. “Ma dai, così mi offendi” dice. “Ho forse la faccia del ladro?” “No”, mentisco. “E allora?” “E allora lasciami perdere, sono solo uno che vuole stare per i fatti suoi. Un asociale, praticamente. Un essere solitario e pieno di protervia”. Marco scuote la testa. La luce al neon che si irradia dal soffitto dell’aula rifulge sul suo cranio rasato. Dopo essersi mordicchiato il labbro, si guarda attorno una, due, tre volte. Poi il suo sguardo affonda fra i miei occhi. “Senti”, mi dice. “Non è per essere insisteste, ma le fotocopie mi servono sul serio. Guarda, mi metto a nudo. Voglio essere sincero con te, perché questo posto è pieno zeppo di facce di merda da Roma Nord, ma tu mi sembri uno alla mano.” “Secondo me hai preso un abbaglio”, sospiro. “Beh, il fatto è questo. L’altro giorno mi sono sparato gli ultimi venti euro per comprarmi il fumo. Mi sto ripulendo, capisci? Non voglio più spingere all’uscita delle scuole. Quella roba è merda, è per stronzi. Ho comprato il fumo solo e unicamente per me. Per farmi qualche personale. Però adesso sono a secco, non ho più una lira”. Fisso il vuoto, seccato. “E va bene” dice lui. “E’ giusto così. Ci si vede, reietto” mi fa, e va via. Quel giorno ero così preso dalla lezione di estetica che non ho rimuginato più di tanto sull’accaduto. Si trattava di molto tempo fa, di giorni in cui ero ancora un vero studente, un ragazzo diligente, spinto da un ispirato afflato per la logica, l’epistemologia, la fenomenologia, l’ontologia, la filosofia teoretica e via dicendo. Tutte quelle cose che portano alla disoccupazione, insomma. Nobili giochi d’intelletto che si trasformano in autentiche armi a doppio taglio. Vanno via i soldi, aumenta la tua capacità di pensare. Dio ce ne liberi. Forse dovrei essere sincero e ammettere che Marco mi era stato simpatico sin da subito, ma prenderò la questione alla larga. Dopo quel famoso incontro, sarà stato il mese successivo, mi è capitato di rivederlo. Sfoderando un sorrido bonario, mi ha chiesto di dargli una sigaretta. Siamo diventati amici per la pelle. Certo, non è il genere di persona da portarsi dietro alle mostre o ai reading letterari, ma ha delle grandi qualità. Per esempio, pur di aiutare un amico in difficoltà, si farebbe anche amputare un braccio. Lo stesso non si può dire di me. Se qualcuno mi chiede un favore faccio di tutto per faticare il meno possibile, e poi mi lamento, puntualizzo, faccio pesare il mio sforzo. Bla, bla, bla. Stronzo che sono. Un giorno Marco ha la bella idea di portarmi allo stadio. “C’è il derby”, dice. “Un occasione imperdibile”. Io riemergo in quel momento da uno dei miei caratteristici travagli sentimentali. Non mi interessa il calcio. Odio il calcio. Per Carlo Starace vedere la partita significa stare a guardare per quasi due ore quattro scimmie miliardarie che rincorrono la palla. Male, generalmente. Tanto è vero che alla fine della partita sono tutti molto afflitti, soprattutto se sfortuna vuole che sei nato a Roma. Marco mi spiega che è avanzato un biglietto. Uno dei suoi amici, Boccia, si è fatto pizzicare mentre cercava di fregare l’autoradio di un Audi. Sarebbe proprio uno spreco, no? “Capisco la situazione” dico, con la voce che è uno strazio. “Però non sono in vena. Mi dispiace, ma stasera me ne rimango a casa a scrivere”. Figuriamoci se in quello stato riesco a scrivere due righe. Ma come balla potrebbe anche funzionare, chissà. “Non è per essere fastidioso”, insiste Marco. “Ma se ti è andata male con una donna la cosa migliore che puoi fare è drogarti con un po’ di buon calcio”. Marco la sa lunga sulle donne. E’ circa sei anni che sta insieme ad una certa Debora, un ragazza molto carina, con la pelle bianchissima e le labbra di fuoco. Si lasciano e si riprendono ogni due mesi. Quello sì che è uno sport. Va avanti così dai tempi del liceo. Mi lascio convincere. Spengo il computer, indosso la sciarpa della Roma (reminescenza degli anni delle medie) e sguscio via da casa. Prendo il bus fino allo stadio e lì davanti ci sono Marco, er Principe, Truzzo, Teschio e Alex. Teschio dice che suo fratello maggiore è nella celere. “Sembra che ci siano pochi laziali in giro”, osserva. “L’ha detto pure mio fratello.” “Meglio così” dice Truzzo. “Balleremo su quelle teste di cazzo da fracassare”. Io sbuffo. Poco prima di entrare, Teschio indica tre tifosi della Lazio rimasti isolati dal gruppo. “Adesso ci divertiamo” dice Marco, tutto paonazzo, e mi fa l’occhiolino. Come delle iene ci fiondiamo su quei tre disperati in sei. Io non faccio nulla, più che altro sto a guardare. Marco è quello che picchia di più, sembra indemoniato. Tutto sommato, però, non insiste neanche troppo. Quando ci allontaniamo, afferro Marco per la maglietta e gli grido nell’orecchio: “Senti, spostato che non sei altro, se voglio fare a botte preferisco picchiare qualcuno che conosco. Così non ha senso, cazzo”. Marco storce la bocca e si volta dall’altra parte. “Ho capito, te la fai addosso” dice. Io lascio il gruppo con amarezza. Non è che sia contro la violenza, ma fra me e Marco c’è una differenza abissale. Lui, quando è giù di morale, provoca le risse per darle agli altri. Io, quando sono giù di morale, provoco una rissa per prenderle dagli altri. Le botte le vado cercando per tornare in me, insomma. Come un lavaggio del cervello. Che dire, signori, in fondo è più o meno la stessa cosa. C’è sempre qualcuno che si fa male. |