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Voglio scrivere per Vanity fair - G. Colloca
sabato 26 dicembre 2009
 Emma T. è una giovane giornalista precaria della provincia di Torino, dove collabora col giornale locale La Voce del Monviso e col magazine giovanile (sempre di zona) New Mag. Certo, scrivere per Vanity Fair sarebbe tutta un’altra cosa, ma non basta il settimanale invio (che si ripete da ormai due anni) di un curriculum al direttore della prestigiosa testata per riuscire a ottenere non si dice un posto o una collaborazione, ma almeno un colloquio.
La protagonista del romanzo si barcamena dunque fra incarichi lavorativi più o meno affascinanti, dispute col suo direttore Mr. Vintage (così chiamato non per particolari e magari modaiole scelte d’abbigliamento, ma più semplicemente perché le sue idee sanno inevitabilmente di vecchio, un po’ come i suoi vestiti), preparativi per il matrimonio incombente, immersa fino al collo nel precariato generazionale che promette (e mantiene) di non risparmiare nessuno, anche i più volenterosi.
Emma T. (la T sta per Travet, diffuso cognome piemontese) è infatti una di quelle che ci prova. Una di quelle che fra l’intervista a una star mediamente decaduta e il reportage sulla sagra dell’asparago, fra improvvisate incursioni nel mondo della pubblicità e una rubrica di ricette di letterario rimando (Carciofi verdi bolliti), tenta costantemente di dare una svolta alla propria vita. Senza ovviamente dimenticare la passione per la moda, e anche se i suoi 599 euro di stipendio mensile non permettono folli corse all’acquisto nelle boutique del centro, in qualche modo la soluzione per essere fashion si trova. Del resto, come recita il sottotitolo: Precaria sì, ma con stile.
Una chick-lit all’italiana dunque, dove affiancata all’aspirazione di abbandonare la provincia per raggiungere finalmente la redazione della rivista patinata, è sempre presente la realtà del lavoro flessibile, in una sorta di spaccato fashion di questi anni.


 
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